"E’ allegro Boris Giuliano. Allegro come può esserlo un siciliano medio, con un perenne velo di tristezza negli occhi. Una tristezza profonda ed esistenziale..."
"Non è, come alcun crede, morte il peggio."
(Michelangelo Bonarroti, Rime)
“Palermo è fetida, infetta. In questo luglio fervido, esala odore dolciastro di sangue e gelsomino, odore pungente di creolina e olio fritto. Ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta, il fumo dei rifiuti che bruciano sopra Bellolampo. (…) Questa città è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere, rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati, legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati, chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta.”
(Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica)
Come si fa a stare a Palermo il ventuno luglio. Questo dovette pensare quella mattina il capo della squadra mobile Boris Giuliano. Alto, capelli e baffoni neri alla kirghiza, occhi furbi e curiosi leggermente sporgenti. Si è fatto la fama di un segugio senza uguali, di uno sbirro con i controattributi. E per questo è rispettato e temuto. Odiato, da qualcuno. E’ allegro Boris Giuliano. Allegro come può esserlo un siciliano medio, con un perenne velo di tristezza negli occhi. Una tristezza profonda ed esistenziale. Gioviale, tuttavia, simpatico, alla mano. Uno di quelli che fanno il proprio lavoro così com’è. Lo amano e lo vivono come la propria vita, il proprio destino. Lo conoscono tutti nel quartiere.
Buongiorno dottore, lo salutano. E lui ricambia. Sempre. Gentile, intelligente, caparbio, furbo, integerrimo. Insomma, il nemico ideale della mafia. E Cosa nostra lo sa. Comanda la squadra mobile di Palermo, cioè la squadra mobile meglio organizzata d’Italia. Dispone di quasi quattrocento uomini, così dice una sera a Giuseppe Fava, ed è in grado di bloccare un intero quartiere della città in meno di due minuti. E’ anche un gran tiratore scelto. Porta due pistole di grosso calibro, una all’ascella e l’altra alla cintura. E ci sa fare. Ma non è quello che può bastare per mettere kappaò la mafia. E lui, da uomo intelligente qual è, lo sa. Lo dice sempre quella sera a Fava: il vero nemico sta altrove. E’ lui che sta uccidendo la nostra civiltà e la nostra bellissima città. Sa Giuliano dai baffoni kirghizi che lì non possono arrivare le pallottole delle sue pistole. Lo sa, si rode, ma non molla. Non può mollare. E’ una questione di dignità. Di puntiglio, per dirla alla siciliana. Ma ha capito molto, il vicequestore. Molto ed in fretta. Tanto in fretta che gli altri, giudici, carabinieri, poliziotti come lui, giornalisti, intellettuali, stentano a seguirlo, a capirlo. E’ l’unico- pare – ad aver messo le tessere al posto giusto, perfettamente incastrate e corrispondenti. Ma nessuno gli dà retta. O quasi. In un’epoca in cui i poliziotti americani impariamo a guardarli con rispetto e soggezione nei telefilm tipo Starsky e Hutch, quegli stessi americani vengono a Palermo per imparare i segreti della lotta alla mafia. E Giuliano è uno di quelli che spiega lo spiegabile. Anzi, l’anno prima, ha evitato guai grossi come una betoniera all’agente dell’FBI Tom Tripodi, in missione segreta a Palermo, con copertura da narcotrafficante internazionale, ma copertura saltata – si convince l’americano – per una soffiata di Bruno Contrada, il gemello di indagini di Giuliano, proprio nel momento in cui stava per incastrare Tano Badalamenti. Se l’è vista brutta, Tripodi: è stato salvato dalla scaltrezza e dalla prontezza di Giuliano. E gli americani lo sanno. Per questo lo stimano. Quasi quotidianamente parla al telefono con loro, con quelli della DEA: si scambiano informazioni, aiuti, consigli, suggerimenti. Lui può: conosce bene l’inglese, conosce e ama il suo mestiere e, soprattutto, ha una mappa mentale ed una teoria chiare in testa. Ha gli attributi, Giuliano. Sa che non la farà franca, ma vuole arrivare là dove nessuno si è immaginato di metter piede (e mani). La sua storia è stata raccontata, vagliata, narrata, scritta. Attorniato da questurini e carabinieri bravi padri di famiglia, che scaldano seggiole e scrivanie in attesa del 27, che ai posti di blocco fermano solo le 850 special derelitte e fanno le cazziate ai ragazzini che vanno in due sul motorino, Giuliano è decisamente una mosca bianca. La sua scatola cranica contiene un bel cervello. E questo cervello gira, analizza, sintetizza, confronta, rileva evidenze e collegamenti, tira le somme, si fa un’idea e la persegue. La mafia è cambiata radicalmente. Questo capisce, il capo della mobile. Le cosche sono più forti che mai. Gli interessi si sono decuplicati, centuplicati. E con essi, anche la crudeltà, la ferocia. Chi tocca, muore.
Aveva capito che le famiglie di New York erano strette in un abbraccio solidale con i corleonesi. E dietro c’erano le banche di Sindona, incaricate di ripulire il denaro del narcotraffico. E non solo le banche di Sindona. Ma anche il Banco di Sicilia e quella piccola, ma attrezzatissima banca – come rivelerà sette anni dopo lo stesso Sindona in un’intervista al giornalista del New York Times Nick Tosches - che ha sede in piazza dei Mercanti, a Milano, la Banca Rasini. Ma ha fiutato in anticipo le mosse degli uomini della P2, la loro pericolosità, il loro cinismo, il loro intreccio con i pezzi più lerci del nostro bello Stato democratico. Ed il propellente, l’anima vitale, insieme il collante, il nerbo e lo scheletro che consolida in un sistema compatto ed inattaccabile tutte queste entità è il narcotraffico. E’ stato raccontato, ad esempio, di come abbia compreso che dall’inizio degli anni ’70 Palermo è diventata il cuore pulsante dello spaccio internazionale di droga. Eroina, cocaina, morfina, hashish. Di tutto. In una nazione che sta facendo pesantemente i conti con i morti di overdose e con il riciclaggio del denaro sporco. Ha capito questo Giuliano. Ed anche che a Palermo si raffina l’oppio che giunge a vagonate dalla Thailandia, dal Laos, dalla Birmania. E che l’eroina raffinata da qualche parte doveva andare a finire. Sennò che gusto c’è.
E per dove parte il carico d’oro bianco? Giuliano lavora sodo. Il 30 maggio dell’anno precedente è stato ucciso il boss di Riesi Peppe Di Cristina. Nel suo portafogli Giuliano ha trovato un assegno. Chiede la collaborazione della Dea, che risponde presente. E’ seguendo il percorso di questo assegno che viene suffragata la sua tesi. Sul nastro portabagagli dell’aeroporto di Punta Raisi vengono bloccate due valigie provenienti da New York. Dentro, seicentomila dollari. Chi li ha mandati? Un nipote di Badalamenti, Salavatore Jollena, per conto della famiglia Gambino. Il destinatario è Francesco Mafara, il principe degli spedizionieri palermitani di eroina, che poi li avrebbe girati agli Inzerillo, per conto dei quali ha curato l’invio. Ecco la prova dei traffici interoceanici di droga. Ma manca ancora una tessera. Si sono trovati i dollari americani calati a Palermo. Ma la merce siciliana spedita in America dov’è? Pochi giorni dopo, all’aeroporto Kennedy di New York, è sequestrata una partita di eroina per il valore di dieci miliardi. Ed è all’indomani dell’irruzione nel covo di Romagnolo che arriva l’inevitabile telefonata in questura: “Giuliano mortu è!” minaccia qualcuno.
La tesi di Giuliano è giusta: la droga, raffinata in Sicilia, è spedita negli Stati Uniti, da dove, a loro volta, partono i dollari per l’Isola con periodiche fermate in Svizzera presso istituti bancari amici e società finanziarie del tipo di quelle controllate da don Michelino Sindona e fedelissimi amici. E pare – secondo Giovanni Falcone – che sia proprio questa insistenza sulle tracce dei soldi sporchi, delle piste infarinate di denari, tra sportelli bancari e direttori di filiale conniventi, se non complici. Il vice questore visita una filiale della Cassa di Risparmio, diretta dal dottor Francesco Lo Coco. E’ alla ricerca di notizie su un tale signor Giglio che ha depositato la bella somma di trecentomila dollari in quella stessa filiale. Giuliano è convinto di aver scoperto il filo rosso del traffico di droga. Basta seguirlo. Il direttore collabora. Apparentemente.
Mostra le distinte di versamento, i tabulati. Conferma la presenza di quel denaro. Tutto a posto. Solo che non conosce questo signor Giglio. Promette che, se verrà di nuovo, informerà la polizia. Anzi, il signor vice questore in persona. Appena Giuliano va via, Lo Coco contatta suo cugino di primo grado, Stefano Bontate. Lavora per il boss, Lo Coco, è persino uno dei suoi canali principali per il riciclaggio. E, per conto del cugino, ha usato quel nome di fantasia, profumato e puro: Giglio. Lo informa di quella visita, il direttore. Bontate ringrazia. Avverte i corleonesi, forse, interessati anche loro a farla finita con il segugio dai baffoni alla tartara. Si forma una sorta di infame foedus belli tra nemici eterni. Ma forse i tempi non sono del tutto maturi. O no?
Giuliano capisce che il tempo stringe. Il 20 marzo è stato ucciso Mino Pecorelli, direttore di O.P., giornalista discusso, chiacchierato, ben informato perché inserito negli ambienti del potere, sia ufficiale che non.
Sa però che c’è un altro uomo, integerrimo, che sta lavorando sulle stesse cose sue. Costui è stato incaricato della liquidazione di un istituto bancario, il Banco Ambrosiano, scoprendo che è inondato dall’olezzo del malaffare, del riciclaggio, dei fondi neri, della melma che coinvolge un ampio settore del mondo politico, affaristico, delle forze armate, del giornalismo i cui nominativi, appena tre anni dopo figureranno nella famosa lista piduista di Castiglion Fibocchi. Quest’uomo è l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Monarchico, ma fedele alle istituzioni. Un galantuomo come pochi, un esempio di probità e intransigenza, oltre che un lavoratore ed un professionista di razza.
Una sorta di alter ego del poliziotto siciliano. E vorrebbe incontrarlo, Giuliano, parlare con lui delle indagini, mettere insieme le esperienze, annodare i fili, accostare le tessere per ricostruire un quadro completo. Fondi neri, droga, traffici, riciclaggi, banche, uomini d’onore e politici conniventi, un establishment che grufola tra luoghi comuni, sciatterie e complicità. Si incontrano? Non si sa. Non si saprà mai. La sera dell’11 luglio un killer venuto dall’America, William Joseph Aricò, coadiuvato da Robert Venetucci, lo fredda sotto casa. I due sono stati assoldati dalla mafia siculo-americana per togliere dagli impicci l’uomo di Patti. Non ce la faranno, nonostante la morte di Ambrosoli.
Tre giorni prima della morte di Ambrosoli, un fatto, anzi una scoperta, aveva rilevato, semmai ce ne fosse stato bisogno, che tipo di investigatore fosse Giuliano. La vicenda è nota. L’8 luglio, in una città cotta da calura infernale, giunge una telefonata in Questura. E’ il gestore di un bar-trattoria di Via Francesco Crispi. Sostiene di aver rinvenuto nel medesimo bar una pistola di grosso calibro. Vanno i poliziotti ed effettivamente constatano che si tratta di una P38. Qualcuno degli uomini in divisa vorrebbe portare subito via l’arma, ma Giuliano ha un’intuizione: aspettare e vedere chi viene a recuperarla.
L’intuizione è giusta. Dopo circa un’ora due individui si fanno vivi, con fare indifferente, nel locale, come alla ricerca di qualcosa. Vengono bloccati. Si tratta di Antonio Marchese della zona di Corso dei Mille e di Antonino Gioè, detto Nino, della cosca di Altofonte. Condotti in questura, vengono perquisiti. Nelle tasche di Marchese viene trovata una bolletta dell’Enel recante un indirizzo: via Pecori Giraldi, territorio dei Marchese. Come mai quella bolletta? Antonio Marchese non parla, dice di non saperne nulla, che non se n’è neanche accorto. Solita solfa, insomma. La polizia, con l’ausilio dei vigili del fuoco, fa irruzione nell’appartamento di Via Pecori Giraldi e scopre un mondo. Quello è un covo di Cosa nostra.
Vengono trovati interessanti reperti e souvenir: ancora lupare, ancora 357 Magnum, ancora vagonate di munizioni, oltre ad otto sacchetti contenenti mezzo chilo di eroina ciascuno. Tutto di proprietà di Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, nonché uno dei più feroci e rampanti uomini d’onore corleonesi. Ci sono i suoi abiti, le camicie con le sue iniziali, come i nobili dell’Ottocento, un’agendina telefonica con tanti nomi fitti fitti. Fra i tanti numeri, quello di un giovane analista del reparto di neurologia del Civico di Palermo, Antonino Cinà, che sarà arrestato nel ’93 con l’accusa di essere il medico personale di Riina. Vengono trovati anche un paio di stivali con le suole appena rifatte e sulle quali è segnato il nome del proprietario, un camionista di Altofonte scomparso da qualche settimana, tale Sorrentino, ed una bella foto dello stesso Bagarella. Giuliano sospetta, probabilmente a ragione, che la P38 della trattoria sia la stesa arma usata per far fuori il tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e il professor Filippo Costa, nel bosco di Ficuzza, frazione di Corleone. E che ne sia proprietario Leoluca Bagarella. Tra parentesi, per questi assassini erano stati inizialmente condannati Rosario Cascio, come mandante, ed i pastori Rosario Mulè, Salvatore Bonello e Casimiro Russo, come esecutori. Tutti, però, nel 1997, saranno assolti, mentre – a conferma delle intuizioni di Boris Giuliano - il vero mandante risultò essere Totò Riina, mentre il commando era formato dall’onnipresente Leoluca Bagarella, da Pino Greco, “scarpuzzedda”, da Giovanni Brusca e da Vincenzo Puccio.
Ormai è chiaro. Leoluca Bagarella sa chi è il nemico. E sa che il nemico ha capito. Il 14 luglio si attende il responso del Pubblico Ministero sul ‘caso Russo’: imputato lo stesso Bagarella. Si mormora che la farà franca per insufficienza di prove. Ma, quel giorno, i giornalisti palermitani restano a bocca asciutta: dal tribunale nulla trapela. Sembra che, grazie al ritrovamento della P38, il capo della mobile Boris Giuliano, convinto che l’arma appartenga proprio a Bagarella, abbia ottenuto l’avvio di un supplemento di indagine. Gioè e Marchese stavano tentando di recuperarla su suo ordine. E quella probabilmente è l’arma del delitto Russo, dell’uomo che aveva capito che dietro la morte di Mattei c’era lo zampino – anzi, l’unghiata – di Cosa nostra.
Il 28 luglio si sarebbe conosciuta la perizia sull’arma. Giuliano sembra avere fretta. Sembra che percepisca che il tempo stringe. Intanto, il 18 luglio, dopo l’ennesima telefonata minatoria, decide di accompagnare la moglie Ines ed i figli Selima, Emanuela ed Alessandro a Piedimonte Etneo, alle falde dell’Etna, dove avrebbero trascorso le vacanze. Promette di raggiungerli la settimana appresso. E riparte per Palermo.
Quel 21 luglio fa caldo, a Palermo, un caldo asfissiante che stritola la capitale siciliana. Chi me lo fa fare a stare qua il ventuno di luglio, avrà pensato, annodandosi la cravatta sopra la camicia bianca e indossando l’immancabile giacca di lino. Il giornale radio ha emesso la sua litania di morti, lutti, incidenti, rivendicazioni terroristiche, crisi politiche alle porte, il decennale dello sbarco sulla luna. Aspetta il fedele brigadiere che lo deve accompagnare in questura. Come tutti i giorni. E’ in ritardo, però. Non è la prima volta, capita. A Palermo, con il traffico magmatico che si ritrova, è più che normale. Anche alle otto di mattina. Se, poi, fa anche caldo, buona notte. Decide di andare a prendere un caffè al bar sotto casa. Senza la moglie, a lui, il caffè non viene di berlo a casa. E non è neanche sicuro di saperlo fare bene. Va al bar Lux, in via Di Blasi. Ci piace pensare che prima di girare la maniglia per uscire si sia pettinato velocemente, modellandosi la riga sulla destra, e che un paio di colpetti, veloci, precisi, all’ingiù, li abbia dedicati ai folti baffoni kirghisi. L’afa lo investe all’uscita dal portone. Entra nel bar ed ordina il caffè. Lo ingolla caldo, fumante. Brioche? No, grazie. Mentre sta per pagare, mettendo gli spiccioli sul bancone, un ragazzo entra alle sue spalle. Impugna una pistola. Gli si avvicina silenziosamente e gli spara.
Uno, due, tre… Sette colpi, a ripetizione. Giuliano crolla, si accascia. Il killer si abbassa e gli dà il colpo di grazia. Poi si rivolge al barista terrorizzato, gli occhi fuori dalle orbite: e tu, muto!, gli ordina. E va via. E’ da solo, a viso scoperto. Si tratta di Leoluca Bagarella. Ma questo si sarebbe saputo dopo. Muore così, a neanche quarantanove anni, il miglior poliziotto d’Italia. Solo. In un bar. Dopo aver sorseggiato l’ultimo caffè della sua vita.
Seguono i funerali. Di Stato. I vicoli dietro Corso Vittorio Emanuele sono invasi da migliaia di cittadini qualunque. Via dei Biscottari, la strada che lui percorreva tutte le mattine per andare in ufficio salutando a destra ed a manca, è sormontata da uno striscione: “Via dei Biscottari in lutto. Eravamo amici di Boris.” C’è scritto a caratteri monumentali. Palermo sta facendo i calli alle vittime eccellenti di mafia. Era toccato al tenente colonnello Russo, al procuratore capo Pietro Scaglione, al segretario della Dc palermitana Michele Reina, al giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese. Invece, all’altro giornalista, Mauro De Mauro, dell’Ora, i funerali non è stato possibile farli: è scomparso il 17 settembre di nove anni prima e non se n’è saputo più niente. Si mormora che sia sepolto in un pilone anonimo di cemento. Palermo è fatalista, stordita, impaurita, stanca. Nell’omelia il cardinale Pappalardo, uno che non si è mai contraddistinto per il fervore antimafioso, non trova di meglio che constatare – citando il profeta Ezechiele – che “il paese è pieno di assassini.” Grazie tante. Avrebbe dovuto aggiungere: e di pusillanimi, complici e corrotti.
Come ha ricordato Saverio Lodato, è emblematico quanto scrive Borsellino nell’ordinanza di rinvio a giudizio per il primo maxi processo: “senza che ciò voglia suonare come critica ad alcuno, se altri organismi dello stato avessero assecondato l’intelligente opera investigativa di Boris Giuliano l’organizzazione criminale mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a questo punto, e molti omicidi, compreso quello dello stesso Giuliano non sarebbero stati commessi.” Appunto.
Poi lo Stato pensa di poter tornare alla normalità. Anzi, alla normalizzazione. Viene nominato il successore di Boris Giuliano a capo della squadra mobile. Si tratta di Giuseppe Impallomeni, palermitano doc, iscritto alla Loggia massonica P2 con la tessera nr. 2213. In precedenza, era stato allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti. Al momento del subentro si trova al 309° posto nella graduatoria dei vicequestori aggiunti, ma inopinatamente ed inspiegabilmente trasvola al 13° posto, quanto basta per occupare il posto di comando nella Mobile di Palermo. Nel giro di qualche mese, ogni tessera va al suo posto e questore del capoluogo palermitano diventa Giuseppe Nicolicchia, di cui verrà rinvenuta, tra le carte di Castiglion Fibocchi, la domanda di affiliazione alla Loggia di Gelli. Normalizzazione è fatta: avanti un altro.