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La partitocrazia e la costituzione materiale

L’influenza della Guerra Fredda su come l’Italia ha interpretato il pensiero costituzionale e il ruolo dei partiti nella Repubblica fino ad oggi
di Gaetano Sgalambro - giovedì 22 agosto 2019 - 517 letture

Gli uomini di cultura italiani non l’hanno mai denunziata pubblicamente, né gli uomini politici l’hanno mai corretta, la (dis-)torsione storica operata dalle forti tensioni geopolitiche della guerra fredda sia sulla conoscenza del nuovo pensiero costituzionale, sia sul ruolo dei nuovi partiti della repubblica.

Tale processo che diede vita agli anzidetti "peccato originale" e “crisi della coscienza identitaria democratica” (vedi), si è concluso con due indelebili peccati capitali: la partitocrazia e la costituzione materiale.

La Partitocrazia matura come evoluzione genetica dei partiti di massa (o dei “partiti-stato”). Nati, come s’è detto da una Costituzione innovativa, ma in un contesto geopolitico, socioeconomico e culturale strettamente limitato, si ritrovarono a operare in una ratio ed in una dimensione democratica mai sperimentate prima e nella piena responsabilità di guidare le sorti di un paese ridotto a solo pelle e ossa.

Era un’impresa titanica che non riusciranno a soddisfare nella sua parte più importante, verosimilmente per carenza organica di risorse culturali. Intanto, volenti o nolenti, erano portatori di antitetici valori ideologici sovranazionali (propri dei vincitori del II° conflitto mondiale, URSS e USA), dai quali traevano ispirazioni politiche e sostentamenti, e ai quali non potevano che riconoscere dignità primaria, a svantaggio di quelli costituzionali.

Come loro prima impresa avrebbero dovuto assolvere contemporaneamente all’alfabetizzazione scolastica e costituzionale dei cittadini. Ebbene, la prima fu portata avanti come mero strumento d’istruzione di massa (la scuola d’obbligo primaria), ben lungi dall’essere prevista come base di un futuro sviluppo scientifico ed economico del paese. Per questo c’erano i potenti muscoli dei lavoratori, dicevano. Ricerca e quant’altro erano "parassitismi“ “La seconda impresa", a tutt’oggi, l’hanno disattesa nella sostanza dei suoi valori. All’inizio insegnarono a praticare le norme costituzionali relative alla composizione e alla procedure elettive degli organi istituzionali di potere, per poi limitarsi a rivendicare sulle piazze, in nome delle loro (!) ideologie sovrane, solo quei diritti dei cittadini che erano stati sanciti come “inviolabili” nella Costituzione, peraltro sottacendone i corrispondenti “doveri inderogabili”, per trarne il massimo dei consensi.

Si viene a verificare, così, che fra i due litiganti ha la peggio il terzo, la Costituzione Italiana, che perde ogni patria potestà sulla politica. In questa sorta di campanilismo tra rappresentanti di epiche ideologie, i partiti di fatto istituzionalizzano i loro ruoli politici autoreferenziali, travalicando quelli costituzionali: di organi d’intermediazione (tra il potere sovrano dei cittadini e quello legislativo-esecutivo) e di officine di progettazione del futuro del paese.

Infatti i suoi uomini dal ruolo d’intermediari si autoproporranno e assumeranno tranquillamente anche quello di rappresentanti dei cittadini in sede legislativa e governativa. E questo in totale assenza del pur minimo progetto di crescita nazionale. Era sufficiente promettere la coerenza ai suddetti principi di bandiera.

Eppure era loro dovere almeno raccogliere le legittime istanze dei cittadini ed elaborarle ognuno in un progetto quinquennale di crescita della collettività, da sottoporre al loro giudizio (per essere eletti).

Nessuno dei cittadini ha ritenuto di doversi opporre a questo stato di cose per due ragioni. Perché sono stati educati dalla vulgata storica, fin dalla nascita, a considerare quei valori sovranazionali imprescindibili e inderogabili presupposti politici delle loro libertà personali. E soprattutto perché sono riusciti lo stesso ad affrancarsi dalla povertà e a portarsi a livello della settima potenza industriale del mondo.

A questo punto, siamo sul finire dell’era craxiana; delle epiche ideologie una s’è spenta, l’altra si sta spendendo nel consumismo economico; l’economia italiana incomincia a non crescere più come negli altri paesi europei (perché il “piccolo è bello” non tira come prima); le officine di pensiero dei partiti che dovevano sviluppare i progetti di crescita economica del paese sono rimaste sempre in disarmo.

Allora, che fare? Ecco che nell’aria si leva il canto del cigno del craxiano pensiero: Il primato assoluto della politica! È questa la nuova ideologia praticata da tutti i partiti.

A che serve? Serve alla partitocrazia per potere navigare a vista nel mare delle contingenze quotidiane. Mancano di una rotta corretta verso un porto sicuro.

A corollario, per ragione di auto-sopravvivenza, vi si aggiunge a l’obiettivo della “governabilità” (“more solito”, esente da ogni obbligo di pianificazione programmatica).

E il primato della Costituzione Italiana, con tutti i suoi principi e fini democratici da perseguire?

Quella è lettera morta. È servita a poco. Occorre una Costituzione vivente o materiale che si adatti alle esigenze della politica quotidiana. Ma questo adattamento non era stato già consumato? Si, ma lo si doveva sottacere! Ora i partiti, dall’alto della loro autoreferenzialità e attraverso i media, teorizzano per il bene pubblico che la Costituzione Italiana non debba essere più un inderogabile e inviolabile patto fondante dello Stato, modificabile solo nei modi in essa sanciti, ma un complesso di norme gestionali a geometria variabile secondo i bisogni governativi e il colore della maggioranza parlamentare, che rappresenta la volontà popolare.

In tale contesto partitocratico, la competizione tra i partiti e tra questi e gli altri poteri dello stato per la conquista di una fetta sempre maggiore di spazio istituzionale si è fatta irriducibile e ha indotto la comparsa in politica di usi e costumi del tutto particolari.

Fra questi vi è quello di riconoscere nella capacità individuale di “sapere demonizzare l’avversario ” una preziosa abilità politica.

Le capacità di sapersi costruire una visione complessiva dei problemi del paese e di saperne pianificare organicamente le soluzioni, insomma di “sapere fare vera politica” nel nome e negli interessi della società e del sistema-paese, diventa una superflua qualità politica nel panorama partitocratico.



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