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La nuova storia: Dal “Giorno della libertà” a Piazza “Mario Scelba”


L’attuale governo, nonostante le batoste elettorali, continua imperterrito a condurre la propria linea di governo. Con una propensione al revisionismo storico sfociante nella riscrittura di intere pagine della storia nazionale italiana.
lunedì 23 aprile 2007, di Cesare Piccitto - 2909 letture

In questi anni abbiamo assistito a manovre revisionistiche di tutti i tipi e ad ogni livello istituzionale: Sindaci che vietano manifestazioni pubbliche in occasione del 25 aprile giornata della liberazione (Palagonia - CT - 25.04.2004), provvedimenti parlamentari che equiparano la lotta di resistenza partigiana italiana a quella dei repubblichini di Salò, riabilitazione di Benito Mussolini definito dal presidente del consiglio: “Era un buon uomo, mandava gli oppositori in vacanza...”.

Ultima in di pochi giorni fa è la festa anticomunista portata avanti ed ottenuta dalla compagine parlamentare di Forza Italia. Il “giorno della libertà” la camera ha approvato il 06.04.2005 definitivamente la legge che istituisce la celebrazione del 9 novembre, data della caduta del muro di Berlino. Con i soli voti della Casa delle libertà che non nasconde l’intento strumentale dell’iniziativa. Il 9 novembre è indicato nella legge come “evento simbolo per la liberazione dei paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo”. In quel giorno dovranno essere organizzate cerimonie ufficiali e iniziative nelle scuole “che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obbiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti”. L’Italia Sarà l’unico paese d’Europa a celebrare in quella data “il giorno della libertà”.

Una revisione storica simile stava per esserci anche a Caltagirone, ma grazie alla tempestiva rimostranza dell’ANPI, non avverrà. Si cercava, attraverso l’intitolazione di una piazza a Scelba, di riabilitare questa ambigua figura politica giustamente caduta nell’oblio. L’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Catania espresse netta contrarietà alla decisione presa dall’’amministrazione comunale di Caltagirone (Ct) che intendeva procedere giorno 8 aprile 2005 ad intitolare una piazza cittadina a Mario Scelba (nativo di Caltagirone). La deliberazione fu votata il 18 novembre 2002 dal consiglio comunale di Caltagirone (maggioranza di centro-destra), con una giunta di centrosinistra retta dal sindaco Francesco Pignataro. Palese la volontà, da parte di alcuni amministratori, di recuperare dall’oblio Mario Scelba ministro di polizia negli anni del dopoguerra. Volevano intitolare la piazza principale, fino a oggi intestata a Umberto I, dedicandovi un apposito monumento. Il passo successivo sarebbe stato reclamare le spoglie, custodite fino a oggi a Roma, del discusso statista.

Scelba, in quanto Ministro dell’Interno dal 1947 al 1953, usò la forza con metodo e disinvoltura. In quegli anni i reparti speciali della Celere, nelle cui fila nel frattempo erano stati arruolati elementi appartenuti all’esercito di Salò e dell’ex PAI ( polizia delle colonie durante la dittatura fascista) con la contemporanea esclusione di molti ex-partigiani, furono comandati a reprimere con violenza inaudita le tantissime manifestazioni ed iniziative di lavoratori, contadini, disoccupati, uomini e donne, che, in un’Italia distrutta dalla guerra fascista, chiedevano lavoro, “pane”, diritti e migliori condizioni di vita. Durante gli anni “scelbiani”, con la Celere dei “caroselli”, utilizzata per la prima volta a Roma il 25 febbraio 1947 in occasione della giornata nazionale del contadino organizzata dalla CGIL, si seminò morte in tutto il paese. Dal Nord al Sud, specie in tutte le regioni del meridione, ancora feudali, a partire dalla Sicilia, dove alto si levava il grido dei contadini affamati rivolto ad avere riconosciuto il sacrosanto diritto alla terra da lavorare.

Alle legittime richieste rivolte a conquistare l’elementare “sopravvivenza” e migliorare le pessime condizioni quotidiane si rispose con vaste e feroci operazioni di “ordine pubblico”, reprimendo tante legittime manifestazioni ed effettuando veri e propri inauditi rastrellamenti. Numerosissimi i casi di repressione violenta che provocarono tra i cittadini oltre 150 morti, migliaia di feriti; molte decine di migliaia gli arrestati e i processati. Solo nel 1951 in nove Province durante scioperi, agitazioni sindacali, diffusione di manifestini, ecc, furono arrestati 4728 lavoratori. In quegli anni, inoltre, si procedette a numerosi scioglimenti di Giunte “rosse”, democraticamente elette, per ragioni di “ordine pubblico”.

Per questi e molti altri motivi l’ANPI chiese al Sindaco, con una lettera del 1 aprile 2005, che non si procedesse ad alcuna inaugurazione. Lanciando, con la stessa, una controproposta: che la piazza venga titolata invece ai dodici martiri contadini della strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947. Dalle ultime notizie direttamente dal comune di Caltagirone, si parla di una sospensione del discusso provvedimento amministrativo.

Chi era Mario Scelba

Mario Scelba nacque nel 1901 a Caltagirone, in Provincia di Catania e fu stretto collaboratore di una altro autorevole uomo politico siciliano, don Luigi Sturzo di cui fu segretario particolare nel primo dopoguerra. Fin da quei tempi assunse posizioni politiche moderate di centro, antifasciste, ma anche fortemente avverse al comunismo. Quest’anticomunismo andò accentuandosi soprattutto nei primi anni dell’immediato secondo dopoguerra anche a seguito del clima internazionale di contrapposizione tra i due blocchi (Usa e Urss) e dal clima di “caccia alle streghe” che proveniva dagli Stati Uniti, all’epoca in preda al più becero maccartismo. Dopo il crollo del fascismo fu tra i protagonisti della rinascita e della rifondazione del partito cattolico che, sotto la guida di Alcide De Gasperi e di Giovanni Gronchi rifiorì mutando nome da Partito Popolare Italiano in Democrazia Cristiana di cui Mario Scelba fu uno dei leader della corrente centrista e stretto collaboratore di De Gasperi.

Dopo la liberazione della penisola dall’oppressione dei nazifascisti avvenuta il 25 aprile 1945 ad opera delle truppe alleate e dei combattenti partigiani italiani, si forma un nuovo governo di unità nazionale antifascista presieduto dal leader del Partito d’Azione e della Resistenza, Ferruccio Parri. Nell’esecutivo Parri, Scelba, ricopre l’incarico di Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, incarico che mantiene anche nei successivi due governi presieduti dal leader democristiano Alcide De Gasperi (1945-’46). Nel 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nelle liste della Dc e poi Deputato alla Camera dal 1948 al 1968 e poi Senatore del 1968 al 1979 sempre per il partito dello Scudocrociato. Nella primavera del 1947 De Gasperi (anche a seguito delle pressioni ricevute dalla diplomazia statunitense) decide di rompere l’unità antifascista e forma un governo di centro-destra moderato con i liberali di Einaudi e i repubblicani di Pacciardi sperando di riuscire ad imbarcare nella maggioranza di governo e nell’esecutivo anche il neonato partito socialdemocratico di Saragat.

Inizia in quest’anno la lunga e (tristemente) famosa carriera di Ministro dell’Interno, dicastero che guiderà ininterrottamente dal 1947 al 1953 (III, IV, V, VI, VII governo De Gasperi). Si distinguerà per l’avversione alla piazza e alle manifestazioni dell’opposizione socialista e comunista (sia politica, sia sindacale) utilizzando anche e soprattutto le forze dell’ordine (la temuta “celere” i cui uomini, i celerini, erano stati soprannominati “scelbini”). Furono anni di discriminazioni verso i militanti della sinistra (Pci e Psi) ai cronisti dei cui giornali (come la comunista “l’Unità”) era vietato entrare alla sede del governo. Ma furono anche anni di tensioni che spesso sfociarono in scontri tra celere e manifestanti con spesso dei morti da entrambe le parti.

Ma Scelba, oltre che anticomunista, era profondamente antifascista e si fece promotore della legge che porta il suo nome per impedire la costituzione di formazioni politiche neofasciste. Nel 1953 è uno dei maggiori artefici della cosiddetta “Legge truffa”, ossia di quel tentativo di riforma elettorale che assegnava ai partiti apparentati (si badi bene apparentati e non coalizzati) che avessero superato il 50 % + 1dei voti il 65 % dei seggi. L’opposizione della sinistra (Pci, Psi), della destra estrema (Msi, Pnm) e di molti e autorevoli esponenti del liberalismo democratico e del riformismo (Corbino, Calamandrei, Parri, Nitti) fecero si che la legge elettorale pseudo-maggioritaria non scattasse per pochissimi voti e ciò segnò la fine della carriera politica governativa di De Gasperi e l’appannamento di quella di Scelba che nei governi immediatamente successivi alle elezioni non fosse incluso nella compagine governativa dai Presidenti del Consiglio incaricati (De Gasperi VIII, 1953; Fanfani I 1953; Pella, 1953). La Dc aveva voluto e imposto agli alleati centristi (Psdi, Pli e Pri) la “Legge truffa” perché era preoccupata dalla perdita a destra (che in effetti, ci fu alle politiche del 1953) di consensi a cui si era assistito nelle consultazioni elettorali del biennio 1951-’52 soprattutto nel centro-sud.

Nel 1954 Scelba diviene Presidente del Consiglio dei Ministri in un governo con Psdi e Pli in cui Giuseppe Saragat è Viocepresidente (da qui la definizione di “Governo S. S.” attribuito dal leader socialista Pietro Nenni al nuovo gabinetto!) che verrà prontamente sostituito dopo l’elezione al Quirinale di Giovanni Gronchi, avversato da Fanfani (segretario della Dc) e da Scelba e sostenuto dalle opposizioni di sinistra e di destra e dalla corrente antifanfaniana di Concentrazione formatasi in seno alla Dc. Dopo i fatti del luglio del 190 (governo Tambroni, scontri in piazza e morti di Genova) Scelba viene richiamato al governo. Torna Ministro degli Interni nel III governo Fanfani. Fu questa la sua ultima esperienza di governo di Mario Scelba che ricoprì ancora un altro importante incarico internazionale: dal 1969 al 1971 fu Presidente del Parlamento Europeo (che non era ancora a elezione diretta). È morto a Roma nel 1991 a 90 anni lasciando una cospicua opera autobiografica, molto utile per ricostruire e capire gli anni dell’immediato dopoguerra, anni tragici e duri di cui Mario Scelba fu, nel bene e nel male, uno dei più importanti protagonisti.

Mario Scelba Sulla strage di Portella della Ginestra

Scelba, sulla strage di Portella della Ginestra, sostenne strenuamente che l’eccidio non aveva nessun movente politico, dichiarando “infondate” le motivazioni politiche denunciate del deputato siciliano Girolamo Li Causi che chiamò in causa le responsabilità degli agrari e delle forze conservatrici impegnati in prima linea a contrastare le lotte contadine per la riforma agraria. La stessa Assemblea Costituente non fu del parere di Scelba votando ad unanimità la risoluzione presentata da Pietro Nenni dove si richiedeva espressamente il ripristino della “legalità democratica”.

Nel suo ruolo di ministro dell’interno si operò, assieme alla maggioranza governativa e ad altri poteri forti, per non rendere operative la richieste avanzate dalle opposizioni fin dal 1948 per nominare una “Commissione parlamentare di inchiesta per l’ordine pubblico in Sicilia” al fine di accertare i legami tra banditismo e mafia e i rapporti tra mafia e uomini politici, e l’istituzione della “Commissione parlamentare antimafia”, anche per cercare di fare chiarezza sugli aspetti oscuri legati alla morte di Giuliano. Le ferite inferte bruciano ancora.

Le stragi siciliane del ’47 e numerosi altri delitti restano "irrisolti". Successivamente vari livelli istituzioni della repubblica, eredi di quella stagione, hanno tenacemente impedito un vero iter di giustizia, con il depistaggio e l’uso calcolato del segreto di Stato, che sui punti nodali vige ancora.

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