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La mia gente resiste

La mia gente resiste, nella dimensione collettiva, nella festa, nel lutto atroce imposto da un potere assoluto, nella musica corale, la mia gente resiste. Un articolo di Paolo D’Aprile, da Saõ Paulo (Brasile)

di Redazione - mercoledì 14 aprile 2021 - 820 letture

La mia gente resiste. Sottoposta a sofferenze atroce per secoli di soprusi inimmaginabili sui quali si sono fondate le regole della convivenza, figlia dello stupro colonizzatore, figlia della frusta, dell’emarginazione, della negazione del diritto, la mia gente resiste. Attraverso l’organizzazione disorganizzata e caotica, saltuaria, ma allo stesso tempo capillare, o, come direbbero Deleuze e Guattari, rizomatica, permeabile, in costante mutazione, un adattarsi continuo alle circostanze volubili di un territorio ostile, dominato dalla rassegnazione atavica, la mia gente resiste. Resiste in sé e per sé, resiste nonostante, resiste perché sì.

La Rete Pessan – Rete Brasiliana di Ricerca sulla Sovranità e Sicurezza Alimentare Nazionale divulga i suoi dati e rende pubblico quello che possiamo costatare nelle strade delle nostre città, ogni giorno. L’aumento esponenziale della miseria avvenuto nei primi dieci mesi di pandemia, da marzo a dicembre del 2020. Si parla di 117 milioni di brasiliani in stato di insicurezza alimentare e di 19 milioni di persone colpite dal nemico più antico dell’umanità, la fame. Il governo sempre riluttante nel concedere l’ausilio di emergenza alle famiglie in difficoltà, ha ceduto sotto le insistenze dell’opinione pubblica e soprattutto per il ricatto parlamentare della base di appoggio al presidente. Briciole, se paragoniamo il montante del debito che gli istituti bancari hanno con lo Stato, Briciole, se lo paragoniamo il debito delle chiese evangeliche. Briciole, davanti ai miliardi di dollari letteralmente regalati ai signori dell’agribusinnes. Ma la mia gente resiste.

La favela condannata a morte dalla violenza del potere, dal virus, dalla disoccupazione, dal narcotraffico, dal dominio delle milizie paramilitari, la favela resiste. E organizza la distribuzione di alimenti donati e raccolti dai cittadini e da entità solidali. “È un momento in cui è necessario riflettere e ripensare la nostra azione. Non siamo soli. L’aiuto, o è concepito ed eseguito trasversalmente, o è destinato al fallimento. Se non fossero queste persone con la loro azione, le iniziative di strada, di quartiere, niente sarebbe possibile perché quello che arriva dal cielo è la pioggia o i colpi di mitragliatrice. Il nostro fottuto lutto lo trasformiamo in forza, lo trasformiamo in eredità morale di chi è venuto prima di noi: se oggi la situazione per noi è tragica, immagina come era cinquanta, cento, duecento anni fa: era molto, ma molto peggio. Dobbiamo onorare il sudore, il sangue, la storia, il passato di chi è venuto prima di noi, i nostri ancestrali, solo così possiamo continuare, e questo è il movimento di trasformazione nato dall’appoggio e dalla solidarietà mutua. É uma potenza. Il nostro dolore non può lasciarci nella malinconia, nell’immobilismo. E il movimento contrario a quello che l’umanità sta facendo, ci sta togliendo dalla luce della conoscenza per farci ripiombare nelle braccia della religione senza speranza, unico rifugio di chi ha perso tutto, anche se stesso. Per questo organizzarsi è vitale”. Sono le parole di Kássio, professore e leader comunitario di Rio de Janeiro. Si riferisce ai comitati popolari di controllo del Covid, organizzati in ogni strada, in ogni vicolo, in cui commissioni di agenti di salute volontari portano ausilio e conforto, alimenti e medicine, raccolgono informazioni e le trasmettono al centro di salute. Si riferisce alle azioni di polizia che passa in elicottero sparando sulla gente, parla dell’influenza nefasta delle sette evangeliche, non solo sulla vita nazionale, ma su quella dei singoli, la forza della superstizione che elimina le antiche tradizioni della religione afro-brasiliana. Parla della storia della nostra gente che ha resistito per secoli attraverso la perentoria affermazione della sua identità.

Il lunedì è dedicato alle anime dei defunti, ma va benissimo anche per il samba, accendi una candela al santo a cui sei devoto e un’altra per farti perdonare il tuo vagabondare. La luce che viene da un lampo è una fiamma che non si spegne, riflette la fede che ho nel cuore e mi guida intensa come una devozione, divina come una preghiera, apre il cammino a chi se lo merita. È l’immagine sacra di questo simbolo, è il sole all’alba, la tempesta nel deserto perché tutto risorga, una scintilla di ispirazione che all’improvviso scende dal cielo e infila nel mio petto un samba che non si potrà dimenticare: illumina il mio Terreiro, il canto degli Orixás, la lotta di un guerriero, tradizione dei miei ancestrali, Ogan! batti il tamburo e marca il ritmo con forza: Il samba del Lavoratore è il Quilombo Brasileiro!

https://www.youtube.com/watch?v=jAbE2GMqoKA

È così che resiste la mia gente, con l’arte, la poesia, la musica. Come questa canzone, in cui in poche parole si parla di teologia afro-brasiliana, e si inneggia con ironia al “samba del lavoratore”, una grande festa che si svolge per puro sfottò proprio il lunedì mattina, in cui il lavoro, inteso come retaggio dell’obbligo schiavistico, viene rifiutato e deriso. E non solo, la festa “samba do trabalhador”, samba del lavoratore, viene addirittura definita un Quilombo brasiliero. Quando gli schiavi fuggivano verso l’interno inesplorato del paese, si organizzavano in grandi comunità autonome chiamate Quilombos. Alcune di esse vennero distrutte dalla furia dei signori, altre riuscirono ad esistere fino ai nostri giorni. Il quilombo è un territorio mitico di libertà, ma anche un luogo fisico in cui i discendenti degli schiavi possono vivere secondo le loro tradizioni. La mia gente resiste, nella dimensione collettiva, nella festa, nel lutto atroce imposto da un potere assoluto, nella musica corale, la mia gente resiste.


Questo articolo è stato pubblicato dal circuito Pressenza



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