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La mafia è bianca: a deputati e senatori dell’UDC

di Ettore Lomaglio Silvestri - mercoledì 31 maggio 2006 - 13303 letture

Si comunica che con la seguente lettera ho provveduto ad inviare una copia del libro+dvd La mafia è bianca al Gruppo parlamentare UDC dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ettore Lomaglio Silvestri

AL GRUPPO PARLAMENTARE DEI CRISTIANI DEMOCRATICI DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA Piazza del Parlamento 1 90134 PALERMO PA

Oggi con L’Unità, giornale a cui non avete certo sottoscritto un abbonamento, viene distribuito anche un libro con dvd dal titolo "La mafia è bianca".

Saprete certamente di cosa parla, e saprete certamente che tale documentario è un documento molto pesante contro diversi dei personaggi che sono tra voi e che siedono oggi fra gli scranni di Montecitorio o di Palazzo Madama. Si parla di un vostro senatore, Salvatore Cuffaro, che domenica prossima potrebbe essere sconfitto da una certa Rita Borsellino alle elezioni per presidente della Regione Siciliana. Si parla di un certo Francesco Saverio Romano, già sottosegretario al lavoro. Si parla di un certo Antonino Dina, di un certo Domenico Miceli, di un certo Salvatore Cintola, autorevoli esponenti del parlamento siciliano di Palazzo dei NOrmanni. Si parla di Antonino Guttadauro, boss del quartiere Brancaccio (quindi successore di un certo Vittorio Mangano), già medico di una certa esperienza.

Si parla di Antonio Ajello, che costruiva le strade interpoderali, e il cui nome è stato trovato in un pizzino di Salvatore Riina. E queste persone parlano fra loro, in una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche, pubblicate perché ormai note agli intercettati. Non parlano del tempo o della medicina, parlano di posti di direttore nelle ASL, parlano di persone da candidare, parlano di politica pratica e di organizzazione di dirigenze.

Si parla di Villa Santa Teresa, il privato di lusso, un ex albergo diventato clinica privata. Si parla dell’ospedale Fatebenefratelli di Palermo, un ospedale pubblico dove vi sono sale di pronto soccorso chiuse perché non c’è personale ed allo stesso tempo di malati che "pazientano" in corridoi, o di sale travaglio adibite a sale di attesa anche per le interruzioni di gravidanza volontarie o spontanee...

Si parla di un medico legale, ucciso perché non ha voluto cambiare il suo parere su una perizia che avrebbe incolpato un mafioso. Si parla di mafia, di mafia bianca, bianca perché i camici dei medici sono bianchi, perché i colletti sono bianchi, quella mafia difficile da distinguere dagli onesti, perché ha saputo prendere lo stesso colore... Si parla dei poveri siciliani costretti ad accettare la presenza della mafia in Sicilia, costretti perché devono vivere e devono lavorare, senza capire che è proprio questa mafia che, da centocinquant’anni, ha reso schiava la Sicilia. Bernardo Provenzano è stato arrestato...ma non basta catturare il boss per sconfiggere la mafia.

Ora io vi chiedo, voi che vi dite cristiani perché andate a Messa, o perché dite di amare la famiglia composta secondo quello che dice il Vaticano, ma che non ascoltate ancora l’urlo di disperazione del Santo Padre Giovanni Paolo II gridato nella Valle dei Templi "VERRA’ UN GIORNO IL GIUDIZIO DI DIO, CONVERTITEVI!!!", io vi chiedo "Siete voi veramente cristiani?" che non disdegnate di avere al vostro fianco o di conoscere o di accettare che ci siano nel vostro partito, gente di questa risma? Il presidente Pierferdinando Casini non può parlare di strumentalizzazioni, vi sono delle prove e vi sono dei procedimenti in corso, il giudizio morale ormai è scritto, speriamo si sbagli, ma se non sbagliavamo cosa sarà della vostra morale? Acquistate quindi anche voi il libro La mafia è bianca, vedetelo con attenzione, ragionateci sopra, sarà un esame di coscienza o una presa visione di un mondo su cui non non taciamo proprio perché lo stesso vive di omertà e uno dei modi per combatterlo è parlarne.

Se non volete acquistarlo, non preoccupatevi ve lo regalo io, per me è la tredicesima copia che acquisto, ve la regalo con piacere. Grazie, Ettore Lomaglio Silvestri Curno (BG) presidente Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia e-mail sconfiggiamolamafia@comune.re.it

Nel comunicato stampa inviato ieri pomeriggio ho compiuto due errori di nome. Infatti ho scritto Antonio Ajello, invece il nome è Michele Aiello. Ho inoltre scritto Antonino Guttadauro invece il nome è Giuseppe Guttadauro.

Volevo inoltre far leggere, tanto per facilitare ancora la comprensione del problema, un estratto dal capitolo "Il boss in camice", sempre tratto dal film, comunicando che ieri, in un’edicola nei pressi della stazione di Bergamo, su otto copie pervenute del dvd ne sono state vendute in pochissime ore ben sette...credo che gli amici dell’Unità dovranno ristamparne molte...

Inoltre volevo fare un appello al ministro della Giustizia Mario Clemente Mastella, affinché si impegni a migliorare lo strumento delle intercettazioni, aumentandone la utilizzabilità nell’ambito sempre del rispetto della privacy, credo che alcuni passi del libro sono veramente indicativi.

"Ci sono mafiosi con il diploma di perito agrario, come Manuzza (Antonino Giuffré). E ci sono mafiosi con la laurea, come Giuseppe Guttadauro. L’intercettazione è uno strumento fondamentale dell’azione investigativa. E’ così in tutto il mondo. E’ così in Italia. Dove infuriano le polemiche per limitarle.

Ci sono inchieste che non sarebbero mai esistite senza le intercettazioni, come l’Operazione Ghiaccio; il sostituto procuratore Gaetano Paci non sarebbe arrivato da nessuna parte se alla fine degli anni Novanta non avesse deciso di far imbottire di cimici un appartamento di via Giovanni Agostino De Cosmi, una strada residenziale dei quartieri "alti" di Palermo, a due passi da via della Libertà. Al civico numero 15, in un grande appartamento al settimo piano di un palazzo con portineria, abita Giuseppe Guttadauro con la moglie Gisella e i due figli. Già arrestato e condannato definitivamente per mafia, Guttadauro, quando torna libero - e torna nel mirino dei magistrati - è il capomandamento di Brancaccio, quartiere simbolo della mafia palermitana, quartiere di frontiera di fatto extraterritoriale dove lo Stato non è mai riuscito ad insediarsi.

L’elegante dimora di Guttadauro e il cemento di Brancaccio sono due mondi distanti, due anime opposte della stessa città, a una manciata di chilometri l’una dall’altra. Da un aparte, le strade popolate dagli studi legali più prestigiosi, dai negozi e dai ristoranti costosi, dove vive la buona borghesia fatta di professionisti, politici e giudici. Dall’altra i vicoli soffocati dall’edilizia a buon mercato dei predatori dell’abusivismo e delle speculazioni, dove campa il proletariato della mafia, fatto di disoccupati, piccoli commmercianti e manovali del crimine.

Il caso di Guttadauro è particolarmente interessante perché il mafioso, alla pur gravosa attività di capomandamento, affianca la rispettabile professione di medico. Il boss è infatti chirurgo, un chirurgo piuttosto conosciuto in città, che ha prestato servizio nei reparti degli ospedali più importanti di Palermo. Si dice non sia un caso che a comandare quelle borgate della prima periferia Provenzano abbia voluto proprio lui, l’uomo d’onore armato di bisturi. Questo perché la primula rossa di Cosa Nostra ha sempre avuto il pallino della sanità, intesa come sistema di soldi, potere e di controllo sul territorio. Quando il mandamento di Brancaccio era rimasto scoperto per l’arresto dei fratelli Graviano, poi condannati per una lunga serie di crimini - tra cui le bombe del 1993 e l’omicidio di padre Puglisi, il piccolo prete coraggioso del quartiere - Provenzano avrebbe dunque pensato alla famiglia Guttadauro. Tre fratelli: Carlo, quello più giovane, imprenditore nel settore della trasformazione del pesce, già arrestato e condannato; Filippo, quello di mezzo, anche lui con un curriculum da mafioso di tutto rispetto; Giuseppe, il più grande, detto "il Dottore", già nei guai ai tempi del maxiprocesso, rinviato a giudizio dall’allora giudice istruttore Falcone e poi condannato. I magistrati infilano una miriade di cimici nel salotto di casa Guttadauro perché vogliono ricostruire l’organigramma del mandamento di Brancaccio. Sperano di riuscire a capire quali sono i nuovi uomini e i nuovi equilibri di Cosa Nostra a Palermo, ascoltando la voce da baritono di Guttadauro e quelle dei suoi frequenti ospiti. E’ la classica operazione di indagine sull’apparato militare della mafia. I magistrati non potevano sapere che quelle intercettazioni ambientali avrebbero gettato una luce forte e inattesa sui nuovi, oscuri rapporti tra la Cupola e la politica.

La sera del primo febbraio 2001, nel suo salotto, Giuseppe Guttadauro conversa con l’ospite di turno, un giovane medico di nome Mimmo. Il tono è quello amabile delle rimpatriate e degli incontri piacevoli. E il boss ha voglia di parlare di politica:

- A vucca un l’avi pi parlari? Politicamente come siamo messi?
- Buoni! Vediamo che succede - risponde Mimmo - Sono stato ieri sera da Totò, potrebbe essere che a Totò gli chiederanno di fare ’u candidato ’a presidenza della Regione.
- Iddu è ’u candidatu. Amunì, è inutile che mi vieni a dire che ti pare. Io ’u saccio che sarà lui: all’ultimo Miccichè si tirerà fuori e iddu...
- Molto dipenderà dalla data delle elezioni.
- Miccichè perde con Orlando. L’unico che può fottere Orlando alla presidenza della regione è Totò Cuffaro. - ribadisce il boss, aggiungendo:
- Non è che c’è bisogno di avere l’arte della penna, giusto? Cu chistu comu semu cumminati?
- Con Totò?
- Io lo conosco bene, eh! non è che non lo conosco.
- Lo so, appunto.

La famiglia Guttadauro, in passato vicina ai clan dei Marchese e dei Bagarella, è stata sempre nel cuore dei Corleonesi. E dopo la scalata di Riina e soci, le nomine dei reggenti non sono più frutto di elezioni. Come in una dittatura decide il capo, da solo: il mandamento più importante di Palermo deve andare ai Guttadauro, e non ha alcuna importanza il fatto che le loro origini non risiedano a Brancaccio, bensì a Bagheria. Già, Bagheria, l’enclave di Provenzano e di Michele Aiello. Le coincidenze. Parlando con il suo misterioso ma ben informato ospite, Guttadauro già pensa al doppio appuntamento elettorale di giugno. E il boss punta su Totò Cuffaro; l’unica cosa da capire è la sua disponibilità:

- A me occorrerebbe che iddu si facesse carico di mettere in lista un avvocato alle Nazionali. Onorevole o senatore non importa. Tu sei in condizione di chiederglielo questo discorso?
- Ma il gioco è già fatto su Bagheria.
- E a chi ci deve mettere?
- A Saverio Romano. Purtroppo Totò subisce da Saverio, anche da altri, un’influenza particolare.
- E al Senato?
- Non ha collegi qua in provincia di Palermo.
- Dico non riesce a prendersi quello nostro di Brancaccio?
- No, già divisi sunnu, sunnu già spartuti, c’è una geografia perfetta. Il discorso alle Regionali invece è un discorso diverso. Lui mi invitò a candidarmi e io ci dissi: ’Senti, Totò, sti cose non è che si possono fare così. Quando tu avrai la serenità per potere decidere, n’assittamu e discurremu seri. Non è che io ho l’obbligo di fare una cosa. Io la posso fare se c’è un ragionamento. A venticinque anni puoi avere la voglia di dimostrare che la fai comunque..."

Dal capitolo "Il pupillo di Totò"

Il "picciotto serio" che la sera del primo febbraio 2001 va a trovare a casa il bossi Guttadauro si chiama Domenico Miceli, per gli amici Mimmo. E’ medico, è giovane, ha la passione per la politica ed è piuttosto ambizioso. Nel 2001 Miceli è un uomo sposato, ha un figlio e lavora al Policlinico di Palermo. Sembra il ritratto di un professionista perbene, di un buon padre di famiglia. Eppure, quel giovane medico con la faccia da bravo ragazzo, ha qualcosa in più. Qualcosa di cui lui stesso è orgoglioso e che interessa parecchio al boss: un’amicizia profonda con l’uomo che è destinato a diventare il numero uno della politica siciliana, Salvatore Cuffaro, detto Totò."

Termino qui l’estratto, spero che a qualcuno sia venuta voglia di leggere il libro o quantomeno di vedere il dvd. Spero che ai deputati e senatori dell’UDC sopratutto sia venuta questa voglia. L’on. Emerenzio Barbieri una sera mi ha telefonato, con lui siamo rimasti d’accordo che attendiamo la sentenza del processo a cui è sottoposto proprio Salvatore Cuffaro oggi senatore. Ribadisco però che il giudizio politico è molto meno paziente ed esigente di quello della magistratura. E da semplice cittadino esprimo un giudizio politico e personale nel dire che le persone citate in questo libro dovrebbero quanto meno astenersi dal fare attività politica e sopratutto dall’attaccare chi, come Rita Borsellino, cerca di contrastare il loro predominio da una posizione di sicura ed indiscutibile prevalenza morale.

Grazie, Ettore Lomaglio Silvestri


- Ci sono 2 contributi al forum. - Policy sui Forum -
La mafia è bianca: a deputati e senatori dell’UDC
29 dicembre 2007, di : cleopatra

I PROCESSI IN ITALIA SI FANNO AI MAGISTRATI CHE TENTANO DI FARE IL LORO LORO DOVERE, SI SA, PIUTTOSTO CHE A PERSONE E PERSONAGGI CHE SI SONO RIVELATI INDEGNI DI POTERCI GOVERNARE, MANIPOLATORI, CORROTTI E COLLUSI CON LA MAFIA. E non e’ un caso se NIno Di Matteo a lasciato il processo Cuffaro, è stato messo in minoranza. E’ VERGOGNOSO!!!!!!!!!!!!1 Nel momento in cui la Procura doveva essere piu’ forte e unita che mai per ridare dignità alla Sicilia e ai siciliani , si spacca!!!!!!!!! Ma dove sarebbero andati, quale direzione avrebbero preso i siciliani onesti in quel contesto, in quella situazione ambigua che si è creata non certo per virtu’ dello Spirito Santo qualcuno se lo è mai chiesto???????? Siamo sempre alle solite, si parla, si sparla, ma non si fa mai niente, possiamo solo confidare nel buon senso e nelle grandi capacità del Procuratore Messineo per liberarci della merda in cui qualcuno ha voluto farci affondare e sprofondare.
    La mafia è bianca: a deputati e senatori dell’UDC
    9 marzo 2011, di : AVVOCATI CORAGGIOSI

    Di recente il Procuratore Nazionale Antimafia Grasso, intervenendo ad un convegno su "colletti bianchi e mafia", a proposito delle liste compilate dai partiti per le elezioni, ha auspicato che siano preventivamente adottate delle soluzioni per evitare che coloro che sono già considerati nell’ambiente con contatti cosiddetti "indecenti" vengano candidati alle elezioni, locali o nazionali. Grasso ha anche evidenziato che "bisognerebbe trovare una legge in grado di impedire l’accesso alle candidature a chi ha determinate pendenze, pur nella presunzione di innocenza che prevale..." e che "sarebbe opportuno aspettare che la situazione personale del candidato venisse risolta...". Ma purtroppo la questione morale non sembra interessare la classe politica siciliana. Eppure è normale credere che in una società sana solo persone dotate di un alto senso della moralità, oltre che di specifiche capacità, possono servire il bene comune. Invece chi ricopre incarichi istituzionali non di rado sembra agire senza l’attitudine a comprendere i problemi della società e molto spesso agisce fuori dall’etica e dall’onesta’. Il soggetto politico sembra spesso perseguire un interesse personale, quello cioè di portare avanti la sua carriera politica intesa come "un lavoro". L’attività politica non appare percepita come un impegno ulteriore, oltre la propria attività lavorativa, ma come l’opportunità di migliorare la propria condizione economica e sociale. E così accade che il politico è attratto dalla logica degli affari e dello scambio dei favori, piuttosto che amministrare per il bene comune. In tal modo la politica non risolve i problemi della collettività e provoca un danno grave alla società che si disgrega e perde la bussola. Per questo ci sentiamo di condividere il pensiero del Procuratore Grasso che è intervenuto apertamente sul problema della questione morale. Non vogliamo che chi ci rappresenta abbia dei procedimenti penali pendenti, sia sottoposto ad indagini o abbia a che fare con logiche affaristico-clientelari. Non vogliamo che chi si candidi a rappresentare la collettività ed a ricoprire importanti incarichi istituzionali sia sottoposto ad indagini giudiziarie o peggio ancora faccia uso di droghe. La politica non è un lavoro ma un lucido impegno nell’interesse della collettività.