Si comunica che con la seguente lettera ho provveduto ad inviare una copia
del libro+dvd La mafia è bianca al Gruppo parlamentare UDC dell’Assemblea
Regionale Siciliana.
Ettore Lomaglio Silvestri
AL GRUPPO PARLAMENTARE
DEI CRISTIANI DEMOCRATICI
DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
Piazza del Parlamento 1
90134 PALERMO PA
Oggi con L’Unità, giornale a cui non avete certo sottoscritto un
abbonamento, viene distribuito anche un libro con dvd dal titolo "La mafia
è bianca".
Saprete certamente di cosa parla, e saprete certamente che tale
documentario è un documento molto pesante contro diversi dei personaggi
che sono tra voi e che siedono oggi fra gli scranni di Montecitorio o di
Palazzo Madama.
Si parla di un vostro senatore, Salvatore Cuffaro, che domenica prossima
potrebbe essere sconfitto da una certa Rita Borsellino alle elezioni per
presidente della Regione Siciliana.
Si parla di un certo Francesco Saverio Romano, già sottosegretario al lavoro.
Si parla di un certo Antonino Dina, di un certo Domenico Miceli, di un
certo Salvatore Cintola, autorevoli esponenti del parlamento siciliano di
Palazzo dei NOrmanni.
Si parla di Antonino Guttadauro, boss del quartiere Brancaccio (quindi
successore di un certo Vittorio Mangano), già medico di una certa
esperienza.
Si parla di Antonio Ajello, che costruiva le strade interpoderali, e il
cui nome è stato trovato in un pizzino di Salvatore Riina.
E queste persone parlano fra loro, in una serie di intercettazioni
ambientali e telefoniche, pubblicate perché ormai note agli intercettati.
Non parlano del tempo o della medicina, parlano di posti di direttore
nelle ASL, parlano di persone da candidare, parlano di politica pratica e
di organizzazione di dirigenze.
Si parla di Villa Santa Teresa, il privato di lusso, un ex albergo
diventato clinica privata.
Si parla dell’ospedale Fatebenefratelli di Palermo, un ospedale pubblico
dove vi sono sale di pronto soccorso chiuse perché non c’è personale ed
allo stesso tempo di malati che "pazientano" in corridoi, o di sale
travaglio adibite a sale di attesa anche per le interruzioni di gravidanza
volontarie o spontanee...
Si parla di un medico legale, ucciso perché non ha voluto cambiare il suo
parere su una perizia che avrebbe incolpato un mafioso.
Si parla di mafia, di mafia bianca, bianca perché i camici dei medici sono
bianchi, perché i colletti sono bianchi, quella mafia difficile da
distinguere dagli onesti, perché ha saputo prendere lo stesso colore...
Si parla dei poveri siciliani costretti ad accettare la presenza della
mafia in Sicilia, costretti perché devono vivere e devono lavorare, senza
capire che è proprio questa mafia che, da centocinquant’anni, ha reso
schiava la Sicilia.
Bernardo Provenzano è stato arrestato...ma non basta catturare il boss per
sconfiggere la mafia.
Ora io vi chiedo, voi che vi dite cristiani perché andate a Messa, o
perché dite di amare la famiglia composta secondo quello che dice il
Vaticano, ma che non ascoltate ancora l’urlo di disperazione del Santo
Padre Giovanni Paolo II gridato nella Valle dei Templi "VERRA’ UN GIORNO
IL GIUDIZIO DI DIO, CONVERTITEVI!!!", io vi chiedo "Siete voi veramente
cristiani?" che non disdegnate di avere al vostro fianco o di conoscere o
di accettare che ci siano nel vostro partito, gente di questa risma?
Il presidente Pierferdinando Casini non può parlare di
strumentalizzazioni, vi sono delle prove e vi sono dei procedimenti in
corso, il giudizio morale ormai è scritto, speriamo si sbagli, ma se non
sbagliavamo cosa sarà della vostra morale?
Acquistate quindi anche voi il libro La mafia è bianca, vedetelo con
attenzione, ragionateci sopra, sarà un esame di coscienza o una presa
visione di un mondo su cui non non taciamo proprio perché lo stesso vive
di omertà e uno dei modi per combatterlo è parlarne.
Se non volete acquistarlo, non preoccupatevi ve lo regalo io, per
me è la
tredicesima copia che acquisto, ve la regalo con piacere.
Grazie,
Ettore Lomaglio Silvestri
Curno (BG)
presidente Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia
e-mail sconfiggiamolamafia@comune.re.it
Nel comunicato stampa inviato ieri pomeriggio ho compiuto due errori di
nome. Infatti ho scritto Antonio Ajello, invece il nome è Michele Aiello.
Ho inoltre scritto Antonino Guttadauro invece il nome è Giuseppe
Guttadauro.
Volevo inoltre far leggere, tanto per facilitare ancora la comprensione
del problema, un estratto dal capitolo "Il boss in camice", sempre tratto
dal film, comunicando che ieri, in un’edicola nei pressi della stazione di
Bergamo, su otto copie pervenute del dvd ne sono state vendute in
pochissime ore ben sette...credo che gli amici dell’Unità dovranno
ristamparne molte...
Inoltre volevo fare un appello al ministro della Giustizia Mario Clemente
Mastella, affinché si impegni a migliorare lo strumento delle
intercettazioni, aumentandone la utilizzabilità nell’ambito sempre del
rispetto della privacy, credo che alcuni passi del libro sono veramente
indicativi.
"Ci sono mafiosi con il diploma di perito agrario, come Manuzza (Antonino
Giuffré). E ci sono mafiosi con la laurea, come Giuseppe Guttadauro.
L’intercettazione è uno strumento fondamentale dell’azione investigativa.
E’ così in tutto il mondo. E’ così in Italia. Dove infuriano le polemiche
per limitarle.
Ci sono inchieste che non sarebbero mai esistite senza le intercettazioni,
come l’Operazione Ghiaccio; il sostituto procuratore Gaetano Paci non
sarebbe arrivato da nessuna parte se alla fine degli anni Novanta non
avesse deciso di far imbottire di cimici un appartamento di via Giovanni
Agostino De Cosmi, una strada residenziale dei quartieri "alti" di
Palermo, a due passi da via della Libertà.
Al civico numero 15, in un grande appartamento al settimo piano di un
palazzo con portineria, abita Giuseppe Guttadauro con la moglie Gisella e
i due figli.
Già arrestato e condannato definitivamente per mafia, Guttadauro, quando
torna libero - e torna nel mirino dei magistrati - è il capomandamento di
Brancaccio, quartiere simbolo della mafia palermitana, quartiere di
frontiera di fatto extraterritoriale dove lo Stato non è mai riuscito ad
insediarsi.
L’elegante dimora di Guttadauro e il cemento di Brancaccio sono due mondi
distanti, due anime opposte della stessa città, a una manciata di
chilometri l’una dall’altra. Da un aparte, le strade popolate dagli studi
legali più prestigiosi, dai negozi e dai ristoranti costosi, dove vive la
buona borghesia fatta di professionisti, politici e giudici. Dall’altra i
vicoli soffocati dall’edilizia a buon mercato dei predatori
dell’abusivismo e delle speculazioni, dove campa il proletariato della
mafia, fatto di disoccupati, piccoli commmercianti e manovali del crimine.
Il caso di Guttadauro è particolarmente interessante perché il mafioso,
alla pur gravosa attività di capomandamento, affianca la rispettabile
professione di medico. Il boss è infatti chirurgo, un chirurgo piuttosto
conosciuto in città, che ha prestato servizio nei reparti degli ospedali
più importanti di Palermo. Si dice non sia un caso che a comandare quelle
borgate della prima periferia Provenzano abbia voluto proprio lui, l’uomo
d’onore armato di bisturi. Questo perché la primula rossa di Cosa Nostra
ha sempre avuto il pallino della sanità, intesa come sistema di soldi,
potere e di controllo sul territorio. Quando il mandamento di Brancaccio
era rimasto scoperto per l’arresto dei fratelli Graviano, poi condannati
per una lunga serie di crimini - tra cui le bombe del 1993 e l’omicidio di
padre Puglisi, il piccolo prete coraggioso del quartiere - Provenzano
avrebbe dunque pensato alla famiglia Guttadauro. Tre fratelli: Carlo,
quello più giovane, imprenditore nel settore della trasformazione del
pesce, già arrestato e condannato; Filippo, quello di mezzo, anche lui con
un curriculum da mafioso di tutto rispetto; Giuseppe, il più grande, detto
"il Dottore", già nei guai ai tempi del maxiprocesso, rinviato a giudizio
dall’allora giudice istruttore Falcone e poi condannato.
I magistrati infilano una miriade di cimici nel salotto di casa Guttadauro
perché vogliono ricostruire l’organigramma del mandamento di Brancaccio.
Sperano di riuscire a capire quali sono i nuovi uomini e i nuovi equilibri
di Cosa Nostra a Palermo, ascoltando la voce da baritono di Guttadauro e
quelle dei suoi frequenti ospiti. E’ la classica operazione di indagine
sull’apparato militare della mafia. I magistrati non potevano sapere che
quelle intercettazioni ambientali avrebbero gettato una luce forte e
inattesa sui nuovi, oscuri rapporti tra la Cupola e la politica.
La sera del primo febbraio 2001, nel suo salotto, Giuseppe Guttadauro
conversa con l’ospite di turno, un giovane medico di nome Mimmo. Il tono è
quello amabile delle rimpatriate e degli incontri piacevoli. E il boss ha
voglia di parlare di politica:
A vucca un l’avi pi parlari? Politicamente come siamo messi?
Buoni! Vediamo che succede - risponde Mimmo - Sono stato ieri sera da
Totò, potrebbe essere che a Totò gli chiederanno di fare ’u candidato ’a
presidenza della Regione.
Iddu è ’u candidatu. Amunì, è inutile che mi vieni a dire che ti pare.
Io ’u saccio che sarà lui: all’ultimo Miccichè si tirerà fuori e iddu...
Molto dipenderà dalla data delle elezioni.
Miccichè perde con Orlando. L’unico che può fottere Orlando alla
presidenza della regione è Totò Cuffaro. - ribadisce il boss, aggiungendo:
Non è che c’è bisogno di avere l’arte della penna, giusto?
Cu chistu comu semu cumminati?
Con Totò?
Io lo conosco bene, eh! non è che non lo conosco.
Lo so, appunto.
La famiglia Guttadauro, in passato vicina ai clan dei Marchese e dei
Bagarella, è stata sempre nel cuore dei Corleonesi. E dopo la scalata di
Riina e soci, le nomine dei reggenti non sono più frutto di elezioni. Come
in una dittatura decide il capo, da solo: il mandamento più importante di
Palermo deve andare ai Guttadauro, e non ha alcuna importanza il fatto che
le loro origini non risiedano a Brancaccio, bensì a Bagheria. Già,
Bagheria, l’enclave di Provenzano e di Michele Aiello. Le coincidenze.
Parlando con il suo misterioso ma ben informato ospite, Guttadauro già
pensa al doppio appuntamento elettorale di giugno. E il boss punta su Totò
Cuffaro; l’unica cosa da capire è la sua disponibilità:
A me occorrerebbe che iddu si facesse carico di mettere in lista un
avvocato alle Nazionali. Onorevole o senatore non importa. Tu sei in
condizione di chiederglielo questo discorso?
Ma il gioco è già fatto su Bagheria.
E a chi ci deve mettere?
A Saverio Romano. Purtroppo Totò subisce da Saverio, anche da altri,
un’influenza particolare.
E al Senato?
Non ha collegi qua in provincia di Palermo.
Dico non riesce a prendersi quello nostro di Brancaccio?
No, già divisi sunnu, sunnu già spartuti, c’è una geografia perfetta. Il
discorso alle Regionali invece è un discorso diverso. Lui mi invitò a
candidarmi e io ci dissi: ’Senti, Totò, sti cose non è che si possono fare
così. Quando tu avrai la serenità per potere decidere, n’assittamu e
discurremu seri. Non è che io ho l’obbligo di fare una cosa. Io la posso
fare se c’è un ragionamento. A venticinque anni puoi avere la voglia di
dimostrare che la fai comunque..."
Dal capitolo "Il pupillo di Totò"
Il "picciotto serio" che la sera del primo febbraio 2001 va a trovare a
casa il bossi Guttadauro si chiama Domenico Miceli, per gli amici Mimmo.
E’ medico, è giovane, ha la passione per la politica ed è piuttosto
ambizioso. Nel 2001 Miceli è un uomo sposato, ha un figlio e lavora al
Policlinico di Palermo. Sembra il ritratto di un professionista perbene,
di un buon padre di famiglia. Eppure, quel giovane medico con la faccia da
bravo ragazzo, ha qualcosa in più. Qualcosa di cui lui stesso è orgoglioso
e che interessa parecchio al boss: un’amicizia profonda con l’uomo che è
destinato a diventare il numero uno della politica siciliana, Salvatore
Cuffaro, detto Totò."
Termino qui l’estratto, spero che a qualcuno sia venuta voglia di leggere
il libro o quantomeno di vedere il dvd. Spero che ai deputati e senatori
dell’UDC sopratutto sia venuta questa voglia. L’on. Emerenzio Barbieri una
sera mi ha telefonato, con lui siamo rimasti d’accordo che attendiamo la
sentenza del processo a cui è sottoposto proprio Salvatore Cuffaro oggi
senatore. Ribadisco però che il giudizio politico è molto meno paziente ed
esigente di quello della magistratura. E da semplice cittadino esprimo un
giudizio politico e personale nel dire che le persone citate in questo
libro dovrebbero quanto meno astenersi dal fare attività politica e
sopratutto dall’attaccare chi, come Rita Borsellino, cerca di contrastare
il loro predominio da una posizione di sicura ed indiscutibile prevalenza
morale.
Grazie,
Ettore Lomaglio Silvestri