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La luce, il lutto, il Padreterno e il gioco degli specchi.

La luce, il lutto, il Padreterno e il gioco degli specchi. Omaggio a Gesualdo Bufalino nel decennale della morte.

di Maria Gabriella Canfarelli - giovedì 15 giugno 2006 - 7056 letture

La luce, il lutto, il Padreterno e il gioco degli specchi. Omaggio a Gesualdo Bufalino nel decennale della morte.

La notte è buio e l’oscurità è menzogna, attesa del giorno o suo riverbero, scintilla o barlume intermittente di Dio che con il Figlio è “l’eterno, compatto, /sordocieco universo”. Il distico è tratto dalla raccolta di versi L’amaro miele che Gesualdo Bufalino scrisse nel decennio 1944/1954, pubblicata da Einaudi dopo l’esordio narrativo (“Dicerìa dell’untore” (Palermo, Sellerio, 1981), con il quale l’appartato e schivo autore prende posto nell’empireo degli scrittori celebrati e famosi, per quella unicità compatta d’una voce, d’ una scrittura potente che affascina e coinvolge, lucida come la ragione che si interroga (la sua, la nostra), ironica e affilata per tagli, squarci nel quotidiano nulla, agitatrice del dubbio quando netta, senza sbavature la “più flagrante luce” esplode dalla solitudine e dal silenzio, dallo spartiacque, confine geografico/mentale, isolitudine.

Claustrofilia o claustrofobia nella quale si intravede l’ora suprema a tu per tu con cui e di cui l’intellettuale discute e disputa, da che quest’ora tutti ci riguarda, è nostra, e presuppone un esercizio in vita, un ragionamento filosofico che Bufalino stigmatizza ne “Le ragioni dello scrivere” (in “Cere perse”, Sellerio, 1985) come esorcismo e come dilazione (“Si scrive per non morire...per rinviare l’esecuzione”) ovvero eternare, restituire persone e cose e mestieri catalogati nel “Museo d’ombre” (Sellerio, 1982) con certosina pazienza e veglia tenace della memoria, ombra in cui galleggiano ritratti d’esclusi, di matti/saggi, poeti di paese, diseredati e alienati, o la collezione di figurine di misconosciuti attori, comparse che “sanno di vivere ormai solo la vita fuggiasca della mia mente” dopo avere vissuto da gregari, spalla, da dimenticati in vita. Purgatorio, sanatorio, lazzaretto da cui risuscitare o guarire o assolversi, uscire dal “muro di cinta” dell’esistenza malata, infetta, contagiata per dire, untore risanato, “dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva (...) a scendere nel giardino per piangere finalmente da soli (...).

Il muro di cinta del sanatorio ne “Le menzogne della notte”(Bompiani, 1988) è invece perimetro carcerario da cui non è più possibile evadere (se non da morti), canto notturno che altrove chiama in causa il “caos del Tuo viso, la fiammeggiante cecità del Tuo nome”, ovvero esorta: “Fatti vedere, Tu che mi spii”, mentre “gioco al Fiat lux, gioco a essere Dio: spengo e riaccendo, rispengo e riaccendo. Infine la lampadina quietamente si fulmina”(da “La luce e il lutto”, Sellerio,1988).

La scrittura come rinvio della condanna, disperata corruttela d’inchiostro, e la mite astuzia della parola con cui sollevare obiezioni, dubbi vivificanti l’attesa; e come il protagonista de La panchina (in “L’uomo invaso”, Bompiani, 1986) “centellinarsela, la poca luce”, inforcando “con dita dubbiosi gli occhiali, tanto che gli veniva difficile estrarre da quelle macchie di nebbia un’evidenza di vita”. E ancora la solitudine accecante in “Voci di pianto da un lettino di sleeping car”, l’accorato richiamo al Deus absconditus: “Signore, che parole allineo senza misura né senso, così solo per tenermi compagnia, per essere meno solo soliloquiando con Te...” (ivi), la cecità che il ricordo/sogno illumina in “Argo il cieco ovvero i sogni della memoria” sino alle “Menzogne”, unico tema reggente un fascio di significati, ricorrente, ossessivo, sino all’ultimo romanzo “Tommaso e il fotografo cieco” (Bompiani, 1996). Tra sogno, ricordo e memoria la contiguità e il limite, l’orizzonte assegnato entro cui brancolare, galleggiare nel buio metafisico, simboli come indizi certi d’impossibili varchi di fuga.

Ne “Le menzogne della notte ” quattro è numero simbolico (per i pitagorici numero della giustizia): quattro sono i reclusi, quattro facce ha il dado (il caso, il trucco, la sorte); si ripete il simbolo dello specchio (il doppio, il replicante oggetti, fattezze); la maschera (travisamento, travestimento, apparenza, scambio di persona). Nell’isola-fortezza di Caponero uno studente, un soldato, un barone e un poeta attendono l’ora dell’esecuzione per il delitto di lesa maestà; governatore è Consalvo De Ritis, detto Sparafucile, custode e prigioniero egli stesso del penitenziario -isola “uno scoglio di tufi, cresciuto su sé medesimo”. E’ l’ultima notte, all’alba i prigionieri saranno decapitati. Oppresso dall’insonnia è Sparafucile che vorrebbe conoscere colui che con il finto nome di Padreterno ha ordito la congiura. E pensa di patteggiare con i reclusi, o uno di loro convincere alla delazione: il barone Ingafù detto Didimo, già traditore di Sua maestà, o il poeta Saglimbene, autore di canzoni “pasquine contro il Trono e contro l’Altare”; oppure il soldato Agesilao degli Incerti, un bastardo omicida “per disprezzo dell’ubbidienza”, o lo studente Narciso Lucifora .

Uno di loro potrebbe fare il nome di “colui che (...), dà le parole e gli ordini (...), designa le vittime”. Tradotti dalla loro cella al “confortatorio dei passi perduti” per prendere “Decisioni per l’uso della notte“, qui i prigionieri, detti Evangelisti, trovano raggomitolato in miseri cenci un certo frate Cirillo. Si decide di passare la notte ciascuno raccontando la propria storia. Dice lo studente Narciso: “Il mio sarà un racconto d’amore”, sentimento di perdizione da che sua sorella ha sedotto un uomo per poi accusarlo ingiustamente di averla sedotta; costringendolo alla fuga. Da quel momento, nasce in Narciso “una passione di affrancamento per tutti i popoli”.

Parla il barone Corrado Ingafù, detto Didimo, del “sogno che si compirà” in virtù del sacrificio, poiché morendo senza tradire la causa questa sarà “santa (...) agli occhi del popolo”, e del gemello Secondino, diverso per temperamento e scelte; uguale, invece, Ingafù è al suo gemello letterario: in parole, atteggiamento, rovello del personaggio del romanzo postumo ”Tommaso e il fotografo cieco”. Leggiamo Ingafù: “Avevo da poco toccato la maggiore età (...) quando m’accorsi di non sapere (...) pronunziare un discorso, dentro cui, come il verme nel frutto, non s’annidasse (...) una ‘riserva mentale’. Accarezzavo una donna e intanto pensavo: ‘E poi?’. Venivo applaudito per la finezza d’un detto, e ne sorridevo, arrossivo...ma non senza che un fastidio mi corresse sotto la pelle, una specie di insidia dei nervi, un brivido (...) del pensiero che non riusciva a farsi concetto, (...) pareva coagularsi in frantumi inerti del dubbio: Ma io...Sì, ma...”. Ed ecco le parole di Tommaso: “una mattina davanti allo specchio (...) mi guardavo la faccia invecchiata. (...) A quel punto la spina d’una domanda (...): ‘E poi’?. (...). “Mi resi conto che da quel momento non avrei saputo vivere un solo minuto dentro cui, come il verme nel frutto, non s’annidasse (...) quella ‘riserva mentale’. (...) mi parlavano (...) e io assentivo, dissentivo (...) ma mai senza che un testardo silenzioso ‘Però’ mi corresse sotto la pelle (....) in quegli avari monosillabi(...): Ma io...ma se...E con ciò?”.

Lo specchio, la quotidiana ripetizione (meno che verità, riproduzione, riflesso) del viso, del corpo, un guardarsi per identificarsi e per sedursi, simulazione del corpo, un falsetto come la voce del frate a cui la fasciatura del capo conferisce “un aspetto di teatrale califfo”, “un’apparenza di palcoscenico”; ed è invece Consalvo de Ritis, il governatore, appunto, della fortezza e dell’isola, nella sua doppia reclusione e travisato sembiante. “Raccontiamola pure, o inventiamola, la nostra ora più memorabile”, dice ancora Ingafù; perché bisogna lasciare qualcosa dietro la vita, verità o finzione che sia, da che resta “un’unica miserabile e scarsa vigilia”. Confessa invece, il poeta, di non avere mai saputo “scegliere nello specchio rotto (...) se la scheggia più tenera o la più aguzza”, ché il frantumo è divisione, parcellizzazione di una presunta interezza, e allora scindere l’ essere dall’apparire è come osservare una tragicommedia i cui attori “portano in giro il trucco come una faccia”; o è come nascere precoce “nel bel mezzo di una recita” (e dubitare di esistere, credersi un sogno) da “madre commediante girovaga” violentata da un soldato, tragico esordio al mondo di Agesilao degli Incerti.

Tutto è immersione notturna, miopia che si aggrava: anche il “mascherato” occulto Padreterno, privato dei suoi discepoli, diventerà del tutto “orbato”. Colpi di scena, di teatro nel “Teatrum Mundi” e della letteratura: anche l’ambito storico del romanzo è impreciso, sfumato, in certi brani abilmente confuso. Il tempo degli uomini è sospeso; se il primo capitolo de le Menzogne - preceduto dalla dedica “A noi due” che presuppone la resa dei conti - è intitolato “Dove”, e il capitolo secondo “Il chi e il quale” indica subito protagonisti e luogo, la notte è quel “quando” correlativo alla menzogna. Il registro bufaliniano è intriso di riferimenti bibliografici; e bibliofilo colto e appassionato è l’autore, che parla del libro come oggetto mantico, da interrogare “ ad apertura di pagina come un mazzo di tarocchi. E’ un gioco (...) che ho battezzato bibliomanzia” (da “Il malpensante”, Bompiani, 1987). Lo stile è disciplinato da intelligenti abbondanze, e per gli aggettivi che per l’ ossimoro. Dell’ossimoro Bufalino specifica: “non è una ridondanza ma una contrazione, non uno scialo ma un’economia” pure bastante a “Lasciare di sé qualcosa come l’impronta di un fossile, l’eco di un’onda nei meandri d’una conchiglia...” (ivi)

Scrittura scintillante e ironica, spesso graffiante la patina delle certezze quanto più affronta la conoscenza di sé, della vita reale come della finzione letteraria per arricchire, rimpolpare e “contrastare l’ossificazione del mondo in oggetti senza qualità” o “per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti” da cui farsi contagiare per condividere il ciclo delle consunzioni e della malattia, piccola morte, assaggio del momento finale, ombra che rende avido - e quasi ridicolo, per i movimenti scomposti - ma di commovente e sfibrante dolcezza l’atto sessuale, l’amaro miele - appunto - ripetuto in narrativa anche da Agesilao “acceso di sensi (...) portato a credere che ogni piacere è un delitto (...) volentieri arreso ai parossismi della voluttà”.

E’ stato ampiamente argomentato che le opere di Bufalino sono un organismo unitario per stile e tematica, un macrotesto elaborato ad oltranza, e a testimonianza presente e futura, scegliendo con cura le dicotomie, i contrasti, i veri e finti paradossi; ma è la ragione - per eccesso di potenza - a fare nascere e vorticare il dubbio: esempio dato per voce testamentaria del suicida Sparafucile, vittima del raggiro dei condannati che, prima di morire, hanno dato del Padreterno una falsa identità, beffa finale e smentita all’assunto rassicurante che l’ora della morte è ora di verità, sì da fare sentire il governatore “zimbello nel vento di una storia che non capisco”.

Frammenti di specchi che mandano messaggi che si incrociano, segni che si moltiplicano da un testo all’altro, variazioni sul tema per ri-esistere fuori di sé duplicandosi, fissandosi, corrispondendosi, seducendosi. E temi e nomi tratti dal mito (Narciso, Didimo, come i fratelli Castore e Pollùce, ovvero Corrado e Secondino), dalla religione; e il ricorso al linguaggio teatrale e ai suoi strumenti (deus ex machina diventa deus ex diabolicus), le iterazioni fraseologiche, le trasposizioni metaforiche, riscritture, superfetazioni cresciute su se stesse come lo scoglio di Caponero nell’isola penitenziale che è il corpo. Rintracciare la genesi di questa universalità di motivi, ragione, dubbio, amore, morte, verità, finzione, trucco, specchio, illusione di nuovo conduce all’origine, all’ossimoro poetico de L’amaro miele, all’auto- dedica in versi che apre la raccolta, dal titolo “A se stesso” e che diverrà quel “A noi due” che è un a tu per tu (con se stesso, e con il lettore) ne “Le menzogne della notte”. In “A se stesso” appare la figura del carceriere schiavo, il futuro governatore De Ritis; e così il Padreterno, e il motivo della notte e dell’acqua (che circonda l’isola) e l’insonnia dei condannati: “Acqua nera verrà sul tuo dannato/ soliloquio, su tondo / campiello dove alla cerca t’aggiri, / dio spaventato, carceriere schiavo, / dolcissimo vocabolo di sonno, /ipotalamo insonne”.

E in Congedi: “ al tuo viso che adagio disimparo, / dai grandi occhi di cieca, che precipita / sempre più giù, per una cruna grigia”. E il sesso amaro, conforto all’angoscia, l’attimo che annulla il sentimento della morte o la solitudine; la degenza nel sanatorio, in “Aegri ephemeris”: “ O vecchia compagna che odori / dentro i capelli di morte, / non dirmi che non t’importa / del mio segreto d’untore”, come in “Didascalie per una visita medica” o “Per un’inutile medicina”. Dio e Cristo: il primo distante, l’altro più somigliante - ma vanamente - alla condizione d’essere uomo: “ Più lontano mi sei più Ti risento /farmiti dentro il cuore sangue, grido, tumore/ (...) / fra l’abito e la carne, / contrabbando cattivo, / volpe rubata che mi mangia il petto”; e ancora l’accorato richiamo: “Dunque è vano /Signore, somigliarti / nel nome, nella sorte, nella morte”, o la preghiera accorata che infine sia concessa “nell’erba / una morte di cosa”.

Breve nota biografica Nato a Comiso il 15 novembre del 1920, Gesualdo Bufalino a vent’anni si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania, che abbandona a causa della chiamata alle armi. Nel 1943 è in Friuli. Catturato dai tedeschi dopo l’armistizio riesce a fuggire, riparando in clandestinità in Emilia dove si ammala di tubercolosi.

Ricoverato nel sanatorio di Scandiano, si nutre delle letture di migliaia di libri custoditi nello scantinato dell’ospedale. Nella primavera del 1946 viene trasferito in un sanatorio della Conca d’Oro a Palermo da cui sarà dimesso nel 1947, anno in cui si laurea e torna a Comiso. Dell’esperienza del sanatorio scrive nel 1950 “Diceria dell’untore”, la cui stesura conclude negli anni Settanta. Solo nel 1981, su affettuosa sollecitazione di Leonardo Sciascia si decide a pubblicare il romanzo con l’editrice palermitana Sellerio. Muore in un incidente stradale il 14 giugno 1996.

Opere Dicerìa dell’untore (Sellerio, 1981); Museo d’ombre (Sellerio, 1982); L’amaro miele (Einaudi, 1982 e 1989); Dizionario dei personaggi da romanzo da Don Chisciotte all’Innominato (Il Saggiatore, 1982; Mondadori, 1989); Dicerìe coniugali (Sellerio, 1982, edizione non venale); Il vecchio e l’albero (Sciardelli, 1983; racconto confluito ne L’uomo invaso); Argo il cieco ovvero i sogni della memoria ( Sellerio, 1984); Mod. 740 (Sciardelli, 1984, poi in Cere perse, titolo Il gabelliere e le Muse); Cere perse (Sellerio, 1985); La bellezza dell’universo (Avagliano, 1986, confluito ne L’uomo invaso); L’uomo invaso (Bompiani, 1986); Il Malpensante (Bompiani, 1987); La luce e il lutto (Sellerio, 1988); Le menzogne della notte (Bompiani, 1988); Saline di Sicilia (Sellerio, 1988); Il matrimonio illustrato (Bompiani, 1989); L’inchiostro del diavolo (Sciardelli, 1991, già edito in Cere perse); Pagine disperse (Sciascia, 1991); Il Guerrin Meschino (Il Girasole, 1991); Il tempo in posa. Immagini di una Sicilia perduta (1992); Bluff di parole (1994); I languori e le furie (poesie, 1995); Tommaso e il fotografo cieco (Bompiani, 1996).


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