...un versificare ieratico e visionario che si connota d’una "terribilità"profetica...
La lingua di Dio, di Maria Angela Bedini
E’ scritto in quarta di copertina che Maria Angela Bedini ha "realizzato un denso
poemetto in cui la parola viene tesa, accelerata e stritolata in direzione di una spiritualità quasi fisica, "muscolare", alla maniera delle grandi mistiche. Il sentimento di questa tensione panica oscilla dall’estasi erotica a quella religiosa fino all’identificazione del verbo con l’ "amato" e con il "cristo", emblema lancinante di totale annullamento ed esaltazione nell’irreversibilità della scrittura e del nome". Parliamo de "La lingua di Dio",
(Einaudi, 2003), i cui versi da subito producono un senso di spiazzamento, tanto la lingua
è ricca di fioriture, di immagini e simboli soverchianti: qualcosa che ha a che fare con il caos di cui si tenta il rovesciamento nell’Ordine, nel Logos. La notte è l’ora privilegiata
a sottolineare la parola magmatica d’una creazione "in fieri", ma è ancora notte/parola babelica, "lingua di licheni", umida germinazione.
Evocatica / invocativa e prolissa, questa di Maria Angela Bedini è parola che fagocita mentre cerca di espellere, sintassi proteiforme che avvinghia e disorienta come "un nome che respira e muove/ o sbriciolato da un inchiostro che picchia sulle dita spalmato / (...) o stroncato / dai miei quattro righi che a conoscerti/ le labbra vengo con la cena delle mie /parole o doccia di sangue / o gambe russignole / ma il buio ti ha preso il volto / e leggermente uscivi in nome / di neve per la vasca di me".....
Il buio è il liminare dell’oltranza e della luttuosità (O morte che cominci dalla mia bocca ),
alito di castigo e lotta cruenta: " per i morbi sospesi nelle celle scavalcò / il corpo prima che fosse interrotto / se sventolava una terra era per esercizio / della memoria un atto di labbra che / l’ordine di attendere fa tremendo"; ovvero, nel canto XV intitolato "Quando i volti si ritirarono questa è la notte", è suono del nome, "del foglio / e di queste mie dita".
E ancora :"tu eri nell’aculeo di ogni inizio / prima navigava il niente / (...) / il luogo dei pianeti giace / su questo tavolo dove fiorisci / solitario di mille paesi / mia pianura mio regno disciolto / abitavi un canto estremo / così tagliente mi allineavi / (...) / saprà la mia lingua custodirti / e queste parole immerse / fanne ossa stagioni // (...) poi venivi nel nome / eri me e altri mille aggrappati / alla nebbia che pronunci".
Ecco allora l’indicibile nome del Dio biblico e veterotestamentario cui ci si rivolge alla
maniera dei Salmi (esplicito riferimento nella prima parte e seconda parte del libro), con
un "Epilogo" ("l’angelo stritolava con un piede il clivio, con un altro il mare") in cui appare il Cristo e il tempo, l’anacoreta e le creature letterarie (Ofelia, Alice) in cerca del mondo e delle parole; e, insieme a questi, i crimini, la pazzia, il mare, il romanzo, i metalli, il fango, le acque "incoronate",i lupi, il vino, i vermi, che "sono parole, sono nulla, disse il nulla". E ci sovviene ancora una volta la sapienzialità di Qohelet, quel vortice di vento che risucchia e sparge ogni destino compiuto.
Queste cantiche barocche, sovrabbondanti e prive di punteggiatura, disorientano per l’iperfetazione di simboli di cui talvolta sfugge il significato. Una poesia complessa, di
non facile approccio, diciamo, un versificare ieratico e visionario che si connota d’una "terribilità"profetica intravista tra le pieghe di un dettato poetico lungamente srotolato,
sul punto di tracimare come un fiume recante la piena delle sue proprie acque.