La poetessa catanese Maria Gabriella Canfarelli ha vinto il premio “Renato Giorgi” 2005 con la raccolta inedita “Zona di ascolto”.
La poetessa catanese Maria Gabriella Canfarelli, e collaboratrice di Girodivite, ha vinto il premio “Renato Giorgi” 2005 con la raccolta inedita “Zona di ascolto”. Silloge importante che affida al lettore il compito di essere antenna ricevente e agente del messaggio di questo testo intelligente e curato.
La poesia della Canfarelli è una poesia in cui le trame dell’emozione e del sentimento sono filtrate da un pensiero vigile e severo che non consente sbavature di alcun genere. Poesia tragica, amara, dura, a volte persino spietata a spiegare la vicenda dell’esistere: la vita sembra seguire un ordine apparente, il caso, l’arbitrio e i versi denunciano i gradi crescenti di irrealtà che in modo sotterraneo attanagliano l’uomo in tutte le sue manifestazioni.
Il reale si presenta come un gioco in cui è inevitabile entrare. Difficile il percorso in questo quasi inferno dove il nostro stesso corpo ci cresce estraneo. Faticosa la rotta da trovare, la linea di quiete in un mondo che nel suo rumoroso cammino ammala, contamina, corrompe.
I temi di questa poesia sono subito chiari: il dolore, la malattia, la pena, il male non solo esistenziale ma anche storico e naturale; il bisogno di riscatto e di rinascita dello spirito che rivendica uno spazio d’ascolto in cui le voci del mondo e soprattutto le voci dell’individuo tacciono.
Da questo spazio sottile emerge la possibilità di una nuova stagione in cui rinascere è urgente: “(...) a malavoglia / del resto imparo / che più largo fa strada / e marcio il dolore / fingendo non sentire (...)”. “(...) e al pietrisco / dolente discendo e inciampo / (...) irata spezzo / e sgonfio gli occhi che non vedono / (...)”. “non c’è lebbra / né colpa che non si leghi al dito / e scava indisturbata e tutta unghie / laccate adunche la vita sgualdrina / - a piene labbra succhia dalla polpa / e poi si finge esausta, (...)”. “(...) la rabbia certi giorni / che divora la bonaccia del mare /(...)”. “e quando l’urto spacca e irrompe / cadono carte sul lago, i sigilli / traditi e le promesse passo / dopo passo, qualcosa aspetto, / il tumulto nel petto diserta ed è / lo strappo conclamato / a vista, ed è l’esilio / che non può dormire / (...)”.
Il dolore ha origine dal male e origina il male: annidato nell’io più intimo rende estraneo il nostro stesso corpo che indossiamo come un abito, costretti alla pena quotidiana. Fingere o morire nella realtà, quindi fingere. Assalire la vita con la finzione è spesso una necessità: “larga bocca struccata / e sfatta buca nello specchio / incrociato alla porta / oltre la quale fingere o morire / fissando un punto, un varco da indossare (...)”. La finzione si raggruma nei segni del corpo e si stratifica costruendo un corpo che si sovrappone a un possibile corpo vero.
Questo mondo, riproposto a brandelli, è frantumato nell’essenza con un linguaggio poetico aderente all’atmosfera densa di un reale e di un tempo disincarnati: le parole sono usate come mimesi del dolore; il ritmo spezzato dei versi esprime in forma sostanziale il male subito, lo strappo, le ferite non risanate: è un modo per restituire al mondo sotto diversa forma la pena.
Il dolore viscido e opaco occupa mente e corpo lasciando in realtà pochi spiragli; l’unica via possibile è la discesa verso l’io e il riconoscimento della drammatica metafora del mondo: affrontare il male e il dolore, uscire dal suo vortice meccanico, “(...) stanare la pulce, / farle male, soffiando più / cattivo nell’orecchio”, collocarsi nella linea sottile tra corpo e anima, nel punto in cui anche le voci dell’io e del mondo tacciono, consentendo l’ascolto. Nella linea sottile del silenzio è possibile far emergere una realtà nuova, un nuovo corpo, epifania del bene e della luce.
La voce poetica risulta una via possibile di rinascita e di riscrittura del mondo e il corpo poetico un corpo accostabile a quello fisico che offre una tregua passo passo, attenti a non cadere.