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La grande fuga dall’Iraq


Si ritira l’ultima unità combattente Usa, prima del 31 agosto, lasciando gli iracheni al loro destino (Christian Elia da Peacereporter)
giovedì 19 agosto 2010, di Redazione - 539 letture

Lo spiegano tutti i manuali militari, per coloro che trovano interessanti un certo tipo di letture, come un grande esercito debba ritirarsi da un teatro di guerra. In silenzio, senza offrire punti di riferimento ai nemici che - dall’avvento della guerriglia - avrebbe un bersaglio molto facile nelle elefantiache colonne in ritirata.

Gli statunitensi, alla chetichella, hanno applicato alla lettera la tradizione bellica e ieri l’ultima unità combattente Usa ha abbandonato l’Iraq. L’operazione Iraqi Freedom, iniziata il 20 marzo 2003, chiuderà comunque i battenti il 31 agosto prossimo, come era già deciso dal 2008, ma per non esporre i militari a stelle e strisce ad agguati dei ribelli iracheni il ritiro è avvenuto in tempi diversi. Restano 50mila uomini, con compiti di consulenza e addestramento per le truppe dell’esercito iracheno e della polizia, che saranno il motore della nuova operazione statunitense in Iraq, la New Dawn (Nuova alba), che inizia ufficialmente il 1 settembre prossimo ed è destinata a durare per tutto il 2011, ma con la possibilità di essere prolungata.

L’ansia della classe politica e dei militari iracheni non è servita a convincere l’amministrazione Obama a rinviare il ritiro delle truppe combattenti. L’accordo, del resto, è stato scritto nel 2008 dall’allora presidente Usa George W. Bush e dal premier iracheno Nouri al-Maliki. Obama, vinte le elezioni, si è limitato a ereditarlo e a confermarlo. D’altronde, sempre più la politica militare Usa si affida in toto alle intuizioni del generale David Petraeus, ora comandante del fronte afgano. Proprio la battaglia in Afghanistan, per il governo Usa, è quella determinante. A Washington sperano che, come in Iraq, Petraeus s’inventi quell’exit strategy che i politici repubblicani e democratici Usa non hanno saputo immaginare né per Baghdad né per Kabul.

Petraeus, in Iraq, ha preso in mano una situazione rovente. Nel 2006, dopo tre anni di conflitto, la medie delle vittime era di 3mila al mese. Ha avuto un’intuizione chiave, il generale. Coinvolgere i sunniti nella pacificazione del Paese. Non ci voleva un genio, ma dall’invasione del 2003 i sunniti erano stati purgati dalla società, dalla politica, dai ranghi militari. L’arrivo dei combattenti del jihdaismo internazionale, sotto le insegne vere o presunte di al-Qaeda, avevano creato un ginepraio nel quale hanno perso la vita più di 4500 militari Usa e quasi un milione di iracheni. Petraeus tratta con i clan sunniti, affidando alle loro milizie, i Consigli del Risveglio (al-Sahwa), il compito di combattere i miliziani ’stranieri’. L’hanno fatto e la situazione è cambiata.

L’attentato dei giorni scorsi alle reclute dell’esercito iracheno, in fila davanti al ministero della Difesa a Baghdad, costato la vita ad almeno settanta persone, dimostra come la situazione sia tutt’altro che pacificata. Solo che i ribelli, adesso, puntano su attentati singoli che facciano più danni possibile, mentre per anni lo stillicidio era quotidiano e terribile. Anche la classe politica irachena non è pronta e lo dimostra il fatto che il 7 marzo scorso si è votato, ma ancora non si è potuto formare un governo, tra sciiti moderati e filo-iraniani, curdi e sunniti da coinvolgere nel potere.

La realpolitik, però, non può fare soste e adesso l’Afghanistan è la priorità del governo Usa. E’ là che serve Petreaeus, è là che serve il grosso della macchina militare Usa, sempre più costosa e sempre più tallone d’Achille di un’economia statunitense che fatica a riprendersi. Nel periodo di massima espansione, il contingente Usa in Iraq contava 170mila uomini. Un’enormità. L’alba nuova di oggi è sorta sui marines, piegati sotto i loro zaini, che si dirigono verso il Kuwait e l’Arabia Saudita. Resta da da capire se anche per l’Iraq è un nuovo giorno.

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