La giusta legge

Le sentenze non si commentano ma questa volta io lo faccio
di Adriano Todaro - mercoledì 12 dicembre 2018 - 1449 letture

Com’è quella frase che si legge e si ascolta sempre in Tv quando c’è una sentenza di un certo tipo? Ah, sì: “Le sentenze non si commentano”. Bella frase. Io, però, una recente sentenza, la voglio commentare perché, lo dico subito, non mi è piaciuta.

Ho letto che un barista e ovicoltore di Guglionesi, poco più di 5 mila abitanti, in provincia di Campobasso, Rosario Renzetti, è stato condannato, recentemente, a ben 5 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Aveva ucciso, il 4 novembre 2007, Saifeddine Chaffar, 30 anni, tunisino. Detta così, la condanna sembra giusta. Ma bisogna informarsi e non lasciarsi frastornare dalle notizie di certi giornali che hanno convenienza a far diventare ogni tunisino, marocchino, keniota ecc., un martire della cattiveria dei bianchi italiani. E, allora, vediamo bene cos’è successo il 4 novembre di più di dieci anni orsono.

Qua abbiamo un italiano che gestisce anche un bar e che fa raccogliere le olive a gente disperata come Safeddine che ha bisogno di lavorare. In questo paese in provincia di Campobasso, a poca distanza da Termoli, si raccolgono mille tonnellate di olive. Bene. Anzi male perché questo tunisino dal nome impronunciabile ma che significa “la spada di Dio” pretende di essere anche pagato. “La spada di Dio”, poi. Ma fatemi il piacere! È come se Matteo Salvini alle 7 del mattino, twitterebbe che il suo nome significa “Un pirla baciato dalla fortuna e dalla mafia nigeriana”.

Comunque, andiamo avanti. “La spada di Dio” entra nel bar Renzetti e credendosi, appunto, Dio chiede di essere pagato per il lavoro che ha svolto nei terreni di Rosario. In nero, naturalmente. Deve prendere poche decine di euro anche se il loro lavoro, che giustamente si chiama nero perché lo fanno i neri come Safeddine, genera 77,3 miliardi di fatturato l’anno sottraendo al fisco 43 miliardi di euro. Rosario gli fa presente che non c’è un euro, ride e gli dice di ripassare l’indomani. Qua c’è un primo punto a favore di Rosario. Non ha mai detto che non l’avrebbe pagato ma “passa domani”. Un po’ come quel negozio che vendeva trippa ed aveva esposto un cartello con su scritto: “Domani trippa gratis”. Un domani che non arrivava mai.

Rosario è uomo comprensivo e, considerato che il tunisino, non vuole andarsene, preso dalla compassione prende 20 euro, le sventola davanti al tunisino e gli dice ridendo: “Salta, salta… prendili se li vuoi”. Gli altri avventori del bar ridono a crepapelle. È la bella provincia italiana. Ma Safeddine non salta perché si sente umiliato. E, invece, quando hai bisogno, devi essere umile. Cosa gli costava a Safeddine fare un bel salto come una scimmia, pigliare i 20 euro e andarsene a casa? Non sarebbe successo nulla. E, invece, che ti fa l’arrogante tunisino? Esce dal locale e, rabbioso, dà un calcio alla porta del bar rompendo così il vetro. Esce dal bar e tenta di telefonare forse alla sorella Rafla che abita poco lontano. Non fa in tempo perché Rosario lo raggiunge e lo colpisce con un pugno.

Safeddine, invece di saltare dalla gioia, trova più opportuno cadere per terra, batte la testa e tenta di rialzarsi. Ma gli arrivano calci in quantità e secondo le perizie mediche il suo corpo viene ridotto come quello di un uomo investito da un tir. Addirittura! È che questi tunisini sono deboli: non saltano e per quattro calci, pur di fargliela pagare a Rosario, si fingono di stare male. Sono teatranti nati. Il buon Rosario è aiutato anche dai due fratelli, Michele, guardia carceraria e Vincenzo, militare della Guardia di Finanza. Quest’ultimo esce subito dall’inchiesta. Michele, invece, è riconosciuto dallo stesso Saiffedine il 4 ottobre 2011 nell’udienza davanti al Gup come colui che gli ha sferrato calci con uno stivale con la punta di ferro e, nella stessa udienza, riconosce anche Rosario. Michele è condannato a 7 anni ma sarà assolto in Appello.

La “spada di Dio” muore il 7 aprile 2015. In ospedale, a spese degli italiani, ci era restato 166 giorni. Esce dall’ospedale di San Giovanni Rotondo il 18 aprile 2008. Padre Pio ha fatto la grazia: è vivo e vegeto. Ecco, appunto, vegeto. Infatti per sette anni starà a letto a casa della sorella Rafla. A dimostrazione che, come dicono a Milano. “Voeuja de lavorà saltom addòss che mì me spòsti” cioè “Voglia di lavorare saltami addosso che io mi sposto”. Comunque Safeddine ha dalla sua parte anche i medici che verificano che questa “spada” ha i muscoli facciali fermi, immobili, la saliva che gli cola, non può deglutire. Vede poco e non sente. Soffre di incontinenza urinaria e sfinterica, “è incapace di compiere gli atti quotidiani della vita e bisognevole di assistenza continua”.

Bon. Questi i fatti di Guglionesi. Safeddine voleva portare la moglie in Italia. S’incomincia sempre così, da cosa nasce cosa: prima la moglie poi fanno un battaglione di figli, poi chiamano i cognati, e parenti e noi diventiamo minoranza. Come ha giustamente detto il benzinaio del paese: “I morti lasciamoli in pace pensiamo ai vivi, a Rosario che ha i figli e che mo’ si deve fare la galera”. Più articolata e profonda la risposta di un barista: “In giro c’è troppo violenza, droga… anche qui da noi. Un barista come me ha picchiato un marocchino e gli stanno facendo causa. Vogliono i soldi. Tu vai in galera e loro sono liberi e pretendono”.

Hanno ragione da vendere. La pacchia, anche a Guglionesi, è finita. Si fa, è vero, un po’ di confusione fra marocchini e tunisini ma il senso è chiaro. L’unica cosa positiva è che Rosario di galera se ne farà poca. Non farà certo 5 anni. Fra poco sarà fuori a servire i caffè e a far lavorare in nero quelli che hanno bisogno. Un benefattore, insomma. Io, come minimo, lo nominerei sindaco e se marocchini, tunisini, afghani o libici pretendessero anche di essere pagati, una bella ripassata. L’unico modo per far finire la pacchia. E ricordiamoci che “le sentenze non si commentano”.


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