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La disperazione non giustifica viaggi che mettono in pericolo i figli?

Ma il pensiero dei migranti infastidisce e se sconcerta è meglio farne a meno, vale la pena dimenticarsene subito...

di Massimo Stefano Russo - giovedì 2 marzo 2023 - 1644 letture

La funzione ministeriale richiede autorità, competenza e soprattutto senso di responsabilità. Un ministro deve evitare di parlare a sproposito della realtà, perché altrimenti il suo linguaggio può risultare, con facilità, fuori luogo e mal interpretato, tale da creare seri problemi al governo delegittimandolo. Come considerare le parole consegnate alla stampa dal ministro dell’Interno: La disperazione non giustifica viaggi che mettono in pericolo i figli? Sono condivisibili, è possibile giustificarle? Cosa ha voluto esprimere? Il suo dire, con orgogliosa determinazione, con lo sguardo rivolto lontano, a simboleggiare chi “la sa lunga”, ha un senso, uno scopo? A quale compito vuole assolvere? Minacce e precauzioni servono a dissuadere? È un’affermazione rispondente alla realtà che vuol negare l’ipocrisia e cinicamente squarciare tenebre e coscienze? Ricercare una nuova patria, in risposta all’impulso vitale, pur senza sapere dove andare, passa sempre attraverso la saggezza e la prudenza, nella speranza di realizzare, con ottimismo, i propri sogni.

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Crotone - immagini di un naufragio

Molte cose, tra brividi di rabbia e di paura, cambieranno dopo il 26 febbraio 2022? L’avvenimento creerà un solco netto tra un prima e un dopo, lascerà un segno? Ci si può sedere a riva aspettando altri cadaveri, rimanendo angosciati e sgomenti, senza sapere cosa fare? Di fronte al naufragio e alla morte di “un manipolo di disgraziati” ci si può lavare le mani e assolversi? Alla distruzione si deve saper rispondere con la costruzione, capaci di guardare alla vita, regolata da un principio biologico e organico, quale flusso continuo, processo nutritivo di connessioni e passaggi che germoglia. Abbiamo il dovere di capire, ed evitare le idee confuse, oscillanti, incerte, anche per non dover prendere atto del fallimento. A chi deve affidarsi chi scappa da una guerra, da una situazione di miseria e sopraffazione? Per potersi salvare ci si appoggia sempre alla speranza che pur piccola e vacillante impone di credere nel potere del cambiamento.

Ma il pensiero dei migranti infastidisce e se sconcerta è meglio farne a meno, vale la pena dimenticarsene subito. Nel migrante, la cui parola condivisa ne rende più acuto il dolore, ritroviamo la solitudine e l’umanità di chi non vuol rassegnarsi, né essere sopraffatto dagli eventi. Tutto ciò nel lasciarci sgomenti rischia di impedire di capire. Assente l’empatia è difficile identificarsi negli altri e nei racconti tragici della vicenda umana. Chi è il vero responsabile di questo destino di morte? Com’è successo tutto questo? Chi doveva decidere di venire in soccorso? Non è ragionevole e del tutto comprensibile, degna di plausi la scelta dei genitori di puntare ogni loro risorsa per garantire ai figli il miglior futuro possibile? Cosa vuol dire nascere in un paese dove regna la dittatura, la guerra, il sottosviluppo, la sopraffazione? Solo il dire la verità fa tacere i bugiardi. La stragrande maggioranza dei migranti, relegati nell’oblio, scompare nell’abisso del tempo, senza lasciare traccia alcuna. Nell’immaginario collettivo che si richiama ai migranti quale associazione si crea con la vita reale? Chi sceglie di percorrere la via del mare sa i pericoli che corre e i rischi a cui va incontro, ma nella disperata necessità di sperare in qualcosa e soprattutto in qualcuno, confida nell’avere fortuna e nelle possibilità di riuscita. Di fronte ai problemi e ai conflitti generati dai fenomeni sociali assistiamo sempre più alla deriva della politica. La soluzione non può essere l’incremento delle sanzioni e il richiamo al rigore punitivo, nel riconoscere azioni e comportamenti dannosi per i diritti, gli interessi e il benessere di tutti o di molti.

Bisogna aver la capacità di guardarsi indietro e chiedersi come sarebbe potuta andare se, ma nel chiedere perché i soccorsi non sono intervenuti, l’atmosfera rischia di diventare surreale. Si tratta di fare chiarezza e giustizia. Sui migranti ci sono dei lucrativi traffici di contrabbando gestiti dalla criminalità organizzata. Bisogna tenere conto delle situazioni di vita reale. Nessuno si avventura se non costretto da necessità che impongono la partenza. C’è una disperazione onesta che, nel saper circoscrivere le proprie certezze, diventa emblematica: non la si può attestare come sconsideratezza, soprattutto se calata in contesti, dove facilmente si possono innescare le situazioni più inattese e sconcertanti. La parola dovere ha in sé un contenuto valoriale che in alcuni casi diventa un obbligo. Scossi nel profondo ci si ritrova imprigionati, paralizzati, impotenti nel sentire tutto il peso di una minaccia spaventosamente letale, senza sapere su chi puntare il dito che chiama all’assunzione primaria di responsabilità. Il dolore e la disperazione colpiscono pur non essendo personalmente coinvolti dagli eventi.

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Crotone - immagini di un naufragio 02

Non ci si può nascondere dietro i problemi di fondo del fenomeno migratorio richiamando la complessità del tema. Nel fluttuare della coscienza si ha il mormorio della voce ossessiva. Nella solidarietà c’è la solidità di chi sa essere quercia nella bufera, perché saldamente ancorati anche quando si è sbattuti dal vento e dalle raffiche. Le lacrime sono inutili, non servono a cambiare le cose. Il male agghiaccia, nella perdita non si ha nulla di eroico. La morte è scandalo supremo e non c’è più violenza ignobile che morire da soli. Cosa si può fare quando si è costretti in ginocchio? La paura si trasforma in calcolata audacia, per salvare la pelle e limitare i danni ed evitare così che la vita si trasformi in cenere. Si può vivere in uno spazio dove la minaccia per molti comincia sulla soglia di casa, confinati in un universo carcerario? Si può tornare a essere umani? Il problema dell’emigrazione va posto e affrontato in modo migliore di come il mondo si stia facendo adesso. I cittadini hanno tutto il diritto di lasciare il proprio paese e spostarsi ovunque ritengano sia adatto. Che fare davanti allo spavento, in una situazione limite, quando la confusione piomba addosso all’improvviso?

Chi è confinato, cambia la percezione della realtà, con tristezza sente su di sé la solitudine dell’abbandono e per fronteggiarla deve saper creare spazi di immaginazione, consapevole che solo l’uscita dal confinamento gli potrà far ritrovare la libertà, in primo luogo di movimento. Spesso sono le persone comuni a subire le conseguenze di avvenimenti di portata epocale. Del fenomeno migratorio, della figura del migrante che incarna la dispersione, il caos, la mancanza di orientamento, lo spaesamento, per quanta conoscenza possiamo averne, difficilmente ne abbiamo esperienza diretta. Quando la confusione e il disordine offuscano e rabbuiano la comprensione della realtà, bisogna essere capaci di cercare e trovare il senso delle cose, del nostro stare al mondo e del mondo stesso.


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