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La democrazia nei movimenti

"Ciò che è in gioco è la perdita di credibilità del movimento stesso, la sua frammentazione e quindi la sua perdita di funzionalità". Uno spunto di riflessione

di davide gastaldo - giovedì 30 marzo 2006 - 3408 letture

Negli ultimi giorni c’è stato un certo fermento all’interno del movimento No TAV. Il centro della questione era la manifestazione, programmata per il 3 giugno, a Roma. Parte del movimento trova infatti necessario partecipare ad una manifestazione per la difesa Costituzione, ritenendola pertinente ai propri fini, mentre un’altra parte la ritiene a sé estranea.

Più che sul fatto in sé (comunque di una certa importanza), che qui si riporta come semplice esempio, voglio qui riflettere ad un livello più generale.

Il rischio di una mancata convergenza decisionale da parte di tutte le componenti di un movimento è pericoloso e diffuso; ciò che è in gioco è la perdita di credibilità del movimento stesso, la sua frammentazione e quindi la sua perdita di funzionalità; fatto che sarebbe gravissimo data l’estrema importanza, comunemente riconosciuta, dei movimenti popolari.

Entrando in dettaglio: perché si rischia, sempre più spesso, di non raggiungere una compattezza decisionale? A mio avviso i motivi sono tre. Il meno importante, ma tuttavia da considerare, è il tempo: appena nato un movimento è compatto perché unito emotivamente; con l’andar dei mesi, o degli anni, certe tensioni si calmano (talvolta si frustrano) rodendo la compattezza.

Il secondo è l’allargamento degli obiettivi: un movimento nato per una singola motivazione, entrando in contatto con altri gruppi, con le istituzioni, con la popolazione, si apre a nuove problematiche, spesso facendole proprie e creandosi altri obiettivi, che potremmo definire secondari (per i NO TAV ne sono esempi il MOSE, il Ponte sullo stretto e la difesa della Costituzione) e questa è una delle grandi ricchezze dei movimenti popolari. Tuttavia non è scontato che la convergenza dei partecipanti sull’obiettivo primario sia automatica anche sugli obiettivi secondari, e qui nascono i problemi, legati al modo in cui si prendono le decisioni: chi infatti può decidere, per esempio, se i NO TAV sono a favore della difesa della Costituzione? La risposta pare a primo acchito scontata: i NO TAV stessi.

Ma a livello pratico le cose si fanno più complesse. E si arriva così al terzo motivo, a mio parere il più importante: l’aumento delle componenti del movimenti e la loro eterogeneità. Non è un segreto che i movimenti nascono come piccoli gruppi che lentamente crescono, e a cui se ne affiancano (talvolta accorpano) altri, a volte nuovi a volte già esistenti e con peculiarità proprie, così ampliandosi e nel contempo rendendosi più compositi. Ciò comporta gioco-forza l’utilizzo delle deleghe, ossia l’abbandono dei meccanismi della democrazia partecipata (tanto cari a queste realtà) per un ritorno alla democrazia rappresentativa.

(Sia chiaro, ciò parzialmente accade già da tempo, fin quasi dagli inizi, all’interno dei NO TAV, ma personaggi di rara intelligenza come Ferrentino e Perino sono fino ad ora riusciti a gestire il tutto limitando le scelte personali al minimo.)

Ora, chi viene delegato ha potere rappresentativo e quindi decisionale, inevitabilmente. Ed difficile che riesca a rappresentare sempre oggettivamente la volontà di chi lo ha delegato invece della propria. Si ritorna quindi alla domanda di prima: chi può decidere se i NO TAV sono a favore della difesa della Costituzione, o del MOSE? Un delegato potrà dire ciò che pensa lui, magari ascoltando la popolazione, ma quanta parte di essa potrà mai rappresentare, anche in buona fede?

Si pone inoltre un altro problema, non ancora pressante, ma che sembra intravvedersi in alcuni dei nuovi comitati: diciamolo chiaramente e brutalmente: il potere attrae, e avere potere deforma e “sporca” chiunque, a lungo andare. E, semplificando ma neanche troppo, diceva De André che “non esistono poteri buoni”. Sembra quindi concretizzarsi la possibilità di una “normalizzazione politica” dei comitati, la quale li impoverirebbe e li depaupererebbe della loro forma di autentica democrazia.

Tuttavia il percorso che porta alle deleghe pare inevitabile e qui si pone il grande problema che sta da secoli alla base della convivenza civile: per una democrazia effettiva, ovvero quella partecipata, è indispensabile una comunità di dimensioni assai ridotte, altrimenti il male minore è (o almeno pare essere) la scelta di introdurre il meccanismo delle deleghe. Che però, non è più vera democrazia.

Non ho la pretesa di dare qui risposta ad una questione millenaria (perché non ce l’ho), tuttavia credo sia indispensabile affrontare il problema in fretta, prima che una realtà straordinaria, che potrebbe portare ad una società realmente più democratica è civile, si annacqui e perda la sua più grande potenzialità.


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La democrazia nei movimenti
24 ottobre 2006, di : Derek

Considerando i NO-TAV come un esempio di democrazia diretta, ritengo che il movimento per non sfaldarsi deve inanzitutto prendere esempio dall’unico stato moderno che adotta tale Democrazia... La Svizzera e vedere come è riuscita a rimanere compatta nel tempo consentendo al popolo di esprimersi direttamente sulle scelte del paese!!!

La possibilità che mi viene più in mente è che il movimento dopo un referendum deve riuscire a rimanere compatto appoggiando comunque la scelta presa dalla maggioranza, questa è la vera democrazia e comprendendo che solo facendo così si può esprimere la verà volonta collettiva. Così facendo non vedo perchè ci si dovesse voler scindere!!! Anchè perchè cominciare a delegare passando ad una Democrazia rappresentativa (quindi falsa) significa solamente diminuire ancor di più le proprie libertà di scelta rispetto al precedente stato di cose!!!