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La cura “ontologica” del Piccolo Principe

Il bambino e la solitudine: vivere nel mondo della fantasia

di Valerio Contarino - giovedì 23 novembre 2006 - 33754 letture

La bellezza delle cose ama nascondersi: ovvero non guardare con gli occhi, ma con il cuore.

Il cuore puro di un bambino, attento ai piccoli gesti, alle cose importanti, quelle che contano. Ma che i grandi dimenticano. Così superficiali, spesso così insensibili ai comportamenti dei più piccoli. Ma in realtà loro riescono a cogliere rapidamente il senso di ogni atteggiamento e comportamento. Il piccolo individuo vuole essere “curato” dai genitori, insomma da chi gli sta intorno (l’ambiente in termini psicologici), senza sentirsi dimenticato.

Il piccolo principe è solo: si inventa i quarantatrè tramonti in un solo giorno, si inventa degli incontri per poterli attendere, crede che la luna torni quarantatrè volte in ventiquatt’ore con il solo scopo di fargli piacere.

Gli adulti hanno la necessità di “vivere in mondi più complicati”(come del resto i personaggi che abitano i mondi visitati dal protagonista del libro di Exupéry), di comprendere solo i calcoli, le sottigliezze, di non riuscire a guardare oltre. Il Piccolo Principe ha la rosa: la cura innaffiandola, proteggendola dal vento e dagli animali.

Ed è qui che si coglie che la cura per l’altro e l’essere-per-l’altro sono due elementi fondamentali nel “Piccolo Principe” ove cura ed incontro vengono narrati con quella lievità che arriva diritta al cuore. La "cura", qui, è intesa non nel senso scientifico o medico, ma nel senso heideggeriano dove l’essere dell’Esserci è "cura". E poiché all’Esserci appartiene, in linea essenziale, l’essere-nel-mondo, "il suo modo è essenzialmente il "prendersi cura". Egli stesso ci dice che la condizione esistenziale della possibilità delle preoccupazioni della vita e della dedizione deve essere concepita come Cura in senso originario, cioè “ontologico". Essa fa parte del nostro essere gettati nel mondo e fonda ogni nostra occupazione, in quanto nel suo fondamento l’Esserci è "cura". "L’uomo si prende cura, ha cura, perché è Cura". Essa, è dunque intesa in senso ontologico, esistenziale, ci descrive l’uomo come relazione di prossimità e di incontro con le cose e con l’altro, in un mondo che è già dato come mondo in comune e che ci occupa prima della nostra scelta di occuparcene o meno. In questo senso, ogni circostanza di vita è resa possibile dalla "cura". E’ in questa prospettiva che l’essere dell’Esserci del Piccolo Principe è cura in senso ontologico e autentico, è in gioco l’esistenza della rosa, del pianeta, del vulcano. Il viaggio del Piccolo Principe di pianeta in pianeta, i suoi incontri fiabeschi e di forte contenuto simbolico - e talora satirico - vengono rappresentati senza alcun effetto speciale, puntando soltanto sulla capacità della fantasia infantile di colmare gli spazi vuoti. "Il Piccolo Principe” è un gioiellino letterario che tutti i bambini meriterebbero di leggere, per non rischiare di fare troppi “errori” esistenziali crescendo ( o forse proprio per non fare il grave errore di crescere).

Ed anche chi non l’ha mai letto da bambino può imparare ugualmente moltissime cose leggendolo da adulto, o da vecchio: non c’è un’età massima per imparare alcuni fondamentali valori della vita, che ne “Il Piccolo Principe” sono esposti in maniera chiara ed estremamente semplice. In più è un romanzo struggente: se ci si lascia andare alla fantasia e si accetta per vera la fiaba raccontata, alla fine non si riesce proprio a trattenere le lacrime!

Proviamo per un minuto ad ascoltare dentro di noi cosa viene risvegliato dall’immagine di un cappello, e ora proviamo a confrontarlo con ciò che sentiamo se scopriamo che in realtà non si tratta di un cappello ,ma di un serpente che sta digerendo un elefante....

Questa semplicissima suggestione con cui A. de Saint-Exupéry inizia il suo libro, ci dice molte cose sull’importanza e sul potere della fantasia.

Uno dei suggerimenti più importanti è che la potenza della fantasia risveglia negli adulti una grande paura e un bisogno di difendersene, quasi temesse una sostituzione totale del mondo della "realtà" con quello della fantasia.

E questo pericolo non possiamo negare che esista (soprattutto quando la realtà è talmente intollerabile che possiamo sopravvivere solo se ce ne allontaniamo del tutto), ma esiste anche il grande potere curativo della fantasia.

Noi possiamo convivere con la coscienza che ci sono "mondi" diversi, che c’è il mondo della realtà e quello della fantasia e che possiamo giocare a passare dall’uno all’altro, perché sono due mondi talmente interdipendenti che la distruzione dell’uno comporta automaticamente la distruzione anche dell’altro.

Questo “ridurre tutto a dei numeri”, come appunto afferma il Piccolo Principe, e non sapere vedere oltre le apparenze ha un suo ben preciso significato: stiamo troppo poco attenti all’interiorità delle persone, al loro modo; siamo delle persone che non cercano di approfondire le conoscenze: l’incontro con l’altro risveglia in noi sentimenti ed emozioni contrastanti che comprendono sia il desiderio di conoscenza e vicinanza che timori e insicurezze che ci rendono guardinghi e a volte anche ostili.

Ci sono per esempio i timori di venire feriti, traditi, ridicolizzati, imbrogliati, che ci rendono insicuri e ci spingono a cercare dei punti di riferimento che ci garantiscano di non soffrire.

Spesso questi punti di riferimento sono proprio le caratteristiche esteriori,quelle che possiamo vedere senza avvicinarci troppo all’altro (senza rischiare quindi).

Purtroppo quasi sempre l’aspetto esteriore più che aiutarci a capire ci confonde e ci allontana ancora di più rendendoci ulteriormente diffidenti. Il Piccolo Principe è tutto proteso a prendersi cura del suo pianeta, delle piante, deve “estirpare” i baobab affinché non distruggano il suo piccolo mondo crescendo troppo, dare da bere alla sua rosa che non vive senza le sue cure.

Possiamo pensare al pianeta come al suo mondo interno, un mondo dove ci sono sentimenti, emozioni, pensieri e fantasie che vanno curati con attenzione affinchè rimangano in equilibrio tra di loro. In particolare ci viene consigliato di stare molto attenti affinché nessun sentimento, emozione o pensiero crescano a dismisura (i baobab) fino a prendere il predominio su tutto il resto creando un pericoloso squilibrio.

Non so se si possa considerare il "prendersi cura" degli altri una necessità per stare meglio noi stessi... io la vedo come una componente importante di ogni relazione che purtroppo è spesso assente o trascurata.

A volte nonostante le migliori intenzioni, trovano largo spazio la sopraffazione ed il controllo che sono proprio l’esatto opposto del prendersi cura dell’altro nel senso di aiutarlo ad esprimere la propria natura e a difendersi dai pericoli. Ma l’amore, come ci dice anche questo bel libro è molto difficile impararlo e saperlo coltivare.

Il Piccolo Principe, nel suo cammino, viene a conoscenza di pianeti governati da personaggi come: il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’affari … A me piace vedere nel percorso del Piccolo Principe il passaggio graduale dall’isolamento triste al contatto affettuoso con l’altro.

Durante questo cammino egli si imbatte in curiosi personaggi che cercano dei rapporti con gli altri o con le cose, ma rimangono prigionieri della loro solitudine e la loro vita rimane vuota e monotona: il re non riesce a vedere altro che sudditi su cui esercitare il comando, il vanitoso cerca unicamente l’ammirazione, l’ubriacone sente solo la sua triste dipendenza dal bere.

Non sono solo personaggi negativi. L’autore ci comunica attraverso di essi delle vere perle di saggezza e di poesia, ma ci fa sentire intensamente anche la povertà e la desolazione della loro vita senza affetti. Il contatto con loro non basta al piccolo principe che grazie a queste esperienze scopre il grande valore della sua rosa.

Si rende conto di aver sbagliato a giudicarla per le sciocchezze che diceva "...non bisogna ascoltare i fiori. Basta guardarli e respirarli..." avrebbe dovuto andare oltre le parole e rimanere in contatto con la tenerezza che si mascherava dietro di esse”.

Ma non è facile amare e nemmeno farsi amare: la rosa non può fare a meno delle sue spine anche se sul pianeta non ci sono tigri, e il Piccolo Principe non può fare a meno di svalorizzarla e abbandonarla per le cose che dice. L’incontro con la volpe è semplicemente stupendo; questa che vuole essere “addomesticata” per poter avere un rapporto con il protagonista! Addomesticare è inteso qui come "creare legami" non assoggettare o cercare di trasformare l’altro a nostro piacimento.

E creare legami credo sia una delle cose essenziali per la nostra sopravvivenza, è grazie ad essi che la nostra vita assume valore e ricchezza ai nostri stessi occhi.

Per dirla con la volpe "... Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli colore dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."

L’addomesticamento è un lento e graduale avvicinamento che ci permette di imparare ad amare l’altro conoscendolo e rispettandolo nel suo modo di essere.

In un certo senso è vero che quando entriamo in un legame diventiamo meno "liberi" (liberi di far cosa?), è vero che conosciamo anche il dolore dell’incomprensione e della separazione... ma credo sia l’unico modo che abbiamo per vivere pienamente e profondamente.

Nel corso della vita ogni uomo ha provato l’esperienza della solitudine, e quando l’ha confrontata con gli altri si è accorto che non ne esiste una sola. Ognuno di noi ha un modo proprio di rappresentarsela, di viverla e perché no, d’immaginarsela. Esiste dunque una solitudine diversa per ognuno di noi? Io credo di sì, e, se spiegarla non è sempre facile, un tentativo è doveroso. Ho quindi utilizzato le parole del Piccolo Principe per tradurre le immagini in forma scritta:

“Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”... “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ Partendo dall’uomo, ritengo che queste parole esprimano la condizione umana d’oggi; proteso nel ricercare all’esterno i significati delle cose, non si rende conto che s’allontana sempre più dalla fonte originaria interiore. Con queste parole, il Piccolo Principe lancia un messaggio di ricerca ed indica la strada.

Perché parlare, dunque, della solitudine? Se esiste una spiegazione essa può essere ricondotta alla natura della solitudine: essa tocca profondamente tutti gli uomini, è ineliminabile, ci accompagna per tutta la vita e, soprattutto, perché, per alcuni, i più fortunati, può diventare la strada della ricerca interiore.


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