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La chiamata del cumenda

Nel 2008 la partecipazione politica coinvolgeva il 10,4 per cento degli italiani con più di 14 anni, in meno di dieci anni si è passati all’8,1, con un calo di più di due punti...
di Massimo Stefano Russo - venerdì 23 agosto 2019 - 605 letture

Il Comandante Supremo, con passo felpato da cumenda (bannera ri cannavazzu...), condizionato dall’emotività mediatica, prova a muoversi con agio nelle manovre di palazzo. Dai bei tempi di “A doppio slalom” (1988) e “Il pranzo è servito” (1993) [1] continua a fare prove telegeniche, oggi ancor di più che appare sistematicamente sugli schermi televisivi e di lui si scrive nei giornali. Altra cosa - a parte - i social dove “fa il piacione” e spopola.

Prevedere lo sviluppo degli eventi è sempre complicato. Per una visione chiara del presente bisogna cercare di individuare e selezionare le informazioni veramente rilevanti.

Dare vita a un nuovo governo non è semplice, né facile, ha i suoi costi, fatti di peregrinazioni e sofferenze. Il Comandante Supremo che vuol rimanere il nocciolo duro del sistema politico italiano ha saputo selezionare i suoi e annodare le fila disperse, per creare un inedito quadro d’insieme. In che direzione vuole andare per evitare la deriva?

L’ambizione, da nostalgico patetico, è di governare con i “pieni poteri”, ma con un senso di impotenza e in un intreccio di relazioni liquide, si trova a battagliare e contendere con “il mago di maggio” e il clan dei zingaracci come lui ha osato e continua a chiamarli. Altro che Mazinga. (Ha forse timore di essere stato affatturato da influssi maligni e per questo da profano continua a rivolgersi al sacro?).

Chiusi, negli ultimi anni, molti spazi di agibilità democratica, siamo destinati a soccombere agli oligarchi?

Il potere va reso visibile e controllabile ed è indispensabile formare una classe politica competente. Una volta si imparava a far politica con efficacia e abilità nei consigli di classe e di facoltà. Non a caso la DC aveva una sua dirigenza politica con fior di professori e il PCI diede vita agli “indipendenti di sinistra” per reclutare esperti, professori, competenti.

In altri Paesi ci sono dei vivai che formano politici, manager, studiosi, anche oggi che la politica è neutralizzata dalla finanza e da un potere legato agli sviluppi dell’innovazione tecnologica e non è più come un tempo il luogo centrale, decisivo, per il futuro della società.

Nel 2008 la partecipazione politica coinvolgeva il 10,4 per cento degli italiani con più di 14 anni, in meno di dieci anni si è passati all’8,1, con un calo di più di due punti (ISTAT indagine “aspetti della vita quotidiana”). Gli italiani (il 77%) rimangono interessati alla politica, ma si astengono dal partecipare. Si è più coinvolti nelle attività sociali che in quelle politiche.

La partecipazione è legata al livello di alfabetizzazione e di cultura e partecipano di più le persone con maggior preparazione culturale e posizioni lavorative più elevate. Già Tullio De Mauro segnalava come la percentuale di italiani che ha una comprensione dei discorsi politici e che capisce come funziona la politica è inferiore al 30 per cento.

Bisogna saper traghettare il mondo politico sconfitto in una nuova storia, con lo sguardo diritto e narrazioni inedite, da realizzare in una realtà nuova, agguantando il futuro. Ma si possono dimenticare le radici, l’identità, la cultura di provenienza? Aver rottamato persone e culture ha pagato? Non è meglio fare da ponte tra il non più e il non ancora? Ma per questo ci vuole generosità e coraggio, capaci di attraversare campi inesplorati, nel dare forza alla cultura politica. Persone e generazioni sospese nella precarietà esistenziale e prigioniere del presente, vanno recuperate per permettere loro di elaborare e programmare il futuro.

Come contenere l’avanzata del populismo che è il vero nemico interno? Bisogna riconnettere la pratica sociale e la sfera politica. Il dialogo, nella prassi del saper fare che deve essere costruttivo. Se ci si riconosce e si cresce insieme si rafforza la fraternità, l’affettività e la solidarietà, capaci di reinventare la dimensione pubblica. Solo così è possibile un’emancipazione collettiva e sperimentare in concreto l’aggregazione sociale degli esclusi. Si investa con forza sulla dimensione del Bene Comune per riproporre la centralità del valore d’uso.

La politica che diventa sottogoverno delle compatibilità decise dalle oligarchie europee fa regredire la democrazia.

La partecipazione alla cosa pubblica non dovrebbe rendere i cittadini più consapevoli? Se non si è di fronte a una svolta autoritaria e nessun fascismo è alle porte non dobbiamo neanche preoccuparci di chi si schiera con le oligarchie e i tecnocrati già presenti in più realtà?

Il potere pubblico in Italia è debole ed essere competenti non è facile. La distanza tra i fatti e il loro racconto si allarga. La politica dovrebbe essere fatta di idealità, ideologie, programmi, indirizzi, mentre si vede il dibattito fra le parti elementarizzato e fatto per slogan. Di fronte a questo spettacolo bisogna stare attenti agli stereotipi e alle fonti di conoscenza, per evitare di fare chiacchiere da caffè.

I partiti, in quanto canali per trasmettere la domanda politica dalla società civile allo Stato, hanno svolto storicamente la funzione di selezionare i governanti e formare la classe politica. I tre maggiori partiti italiani nell’immediato dopoguerra avevano circa 4 milioni di iscritti e in molti si riunivano nelle sedi locali per discutere. Poi sono diventati movimenti e reti rivolti a cavalcare o formare gli umori della società civile, ma incapaci di guidare verso obiettivi di medio o lungo termine. I partiti dopo il 1992 si sono sfaldati, con un numero impressionante di cambiamenti di denominazione. Richiamati a essere lo strumento della democrazia della Repubblica, al loro interno, con regole incerte, rischiano di non essere democratici.

Ma è il Paese che oggi paradossalmente rifiuta di farsi rappresentare, o dubita di chi lo rappresenta, mentre ci si appella al popolo come mozione di sfiducia, per rompere l’equilibrio governanti-governati.

Il Parlamento che ha il compito fondamentale di controllare il governo e la pubblica amministrazione perché ha rinunciato a ciò e non svolge più questa funzione?


[1] Matteo Salvini nel 1988, a 15 anni, partecipò a Doppio slalom condotto da Corrado Tedeschi su Canale 5 vincendo circa 900.000 lire e nel 1993, a 20 anni, a Il pranzo è servito condotto da Davide Mengacci, all’epoca in onda su Rete 4. Fonte: Wikipedia.


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