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La casa del peccato

di junior - martedì 22 maggio 2007 - 6400 letture

L’appartamento di via Pozzi a Forio d’Ischia era piccolo ma accogliente. Due stanze, un corridoio, una cucina, un bagno, un minuscolo ingresso, gli infissi di legno erano da riverniciare. Il pavimento di cotto faceva risaltare il bianco delle pareti. I lampadari erano impolverati. Dal soffitto penzolavano ragnatele di varie forme e dimensioni. Sul tavolo quadrato c’erano gli avanzi della cena. Una fetta di pane, qualche pomodoro, mezzo peperone, uno spicchio di formaggio, una mela, la bottiglia del vino era vuota. Nella brocca una mosca galleggiava sul pelo dell’acqua. Il posacenere traboccava di cicche spente. Una colonna di formiche avanzava dritta su un pezzo di pancetta affumicata ai piedi del lavello. Sembrava determinata ad impossessarsi dell’invitante ritaglio di lardo. I fornelli erano impregnati di grasso. Una chiazza di latte giaceva sul piano d’acciaio opaco. Il frigorifero faceva un rumore di ferraglia. La porta smaltata era a tratti arrugginita. Un gatto grigio uscì dalla legnaia sotto al forno delle pizze. Miagolò in direzione del padrone di casa. Pareva reclamare la colazione. Ambrogio gli lanciò il pezzo di formaggio. Il felino cominciò a divorarlo. Era molto grosso. La testa aveva un aspetto bombato. Gli occhi tondi e sporgenti somigliavano a quelli di una rana. Nell’ altra stanza il letto era in disordine. Un calzino penzolava dalla spalliera. Il piumone arrotolato ricordava una girella farcita. Sul comodino era rimasta la scatola dei profilattici. Un preservativo usato era caduto sul tappeto. Luca aveva lasciato gli occhiali da sole su un angolo del settimino. Era un modello esclusivo. Sulla parete frontale c’era il quadro di un amico pittore. La tela riproduceva i tratti di un volto infernale. Fuoriusciva da pennellate di nero, rosso e ocra. Sul davanzale c’era un paio di vecchi scarponi da lavoro. I lacci erano annodati con cura. Ambrogio aprì l’armadio. Un odore di muffa lo costrinse ad arretrare di qualche passo. Spalancò la finestra. C’erano tracce di umidità all’interno del mobile. Gli abiti erano stati ricoperti da una pellicola di plastica.
- Stasera siamo in cinque... - la voce lo costrinse a voltarsi.
- Non ti ho sentito entrare... - disse Ambrogio.
- Ho il passo felpato... - continuò Marco.
- Chi viene...? - chiese il padrone di casa.
- Due ragazze di Ischia... - rispose Marco - Poi ci siamo noi due e Luca... - Ambrogio tolse l’involucro dai vestiti.
- Devo decidermi a fare il cambio di stagione... - osservò - Comincia a far freddo. Devo mettere qualche felpa nell’armadio. - Marco si diresse in cucina. Aprì il frigorifero.
- Che c’è da bere..? - chiese.
- Ti piace la coca-cola...? Ho solo quella... - rispose Ambrogio.
- Hai pensato al menu per la cena...?- continuò Marco.
- No fallo tu... -
- D’accordo, preparo qualcosa di veloce... -
- Le ragazze sono amiche tue...? - chiese Ambrogio.
- Sì, le ho conosciute quest’estate... - rispose Marco. Il giovane aveva da poco compiuto 25 anni. Era alto, bruno, slanciato. Aveva gli occhi verdi, i capelli nerissimi. Gli piaceva vestire sportivo. La sua passione erano i jeans.
- Luca è stato qui stanotte...? - chiese Marco.
- Sì, è venuto ieri sera... - rispose Ambrogio.
- Avete scopato...? -
- Sì, perchè...? Sei geloso...? -
- Geloso io...? La gelosia è un sentimento che non conosco... -
- Credo che tu sia sincero... - continuò Ambrogio.
- Sul serio...? Lo pensi davvero...? - aggiunse il ragazzo.
- Come potrebbe essere geloso di qualcosa un ragazzo senza cuore...-
- Hai ragione... - ripetè Marco - Ho capito che c’è un solo modo per non soffrire nella vita... -
- Quale...? - chiese il padrone di casa.
- Gettare il cuore alle ortiche... - rispose lui.
- E tu l’hai fatto...? - continuò Ambrogio.
- Sì, l’ho fatto un po’ di tempo fa... - Marco si mise a sedere - Poi mi sono pentito. L’ho cercato ma non l’ho più ritrovato. - Il padrone di casa sparecchiò la tavola. Poggiò i piatti sporchi nel lavello.
- Devo pulire la casa... - disse Ambrogio - Tu intanto vai a fare la spesa.
- Che ne dici di: spaghetti alle vongole e zuppa di pesce...? - chiese Marco.
- Fai come ti pare... - rispose l’uomo - Basta che ti sbrighi. - Il giovane bevve l’ultimo sorso di coca-cola rimasto nel bicchiere. Uscì. In strada c’era molta gente. Durante il fine settimana la piazzetta di Panza era affollata. Marco decise di passare a salutare un amico al bar. Ordinò un caffè. Guglielmo gli fece lo scontrino.
- Oggi non lavori...? - chiese l’uomo.
- No, ho la giornata libera... - rispose il ragazzo. Si avvicinò al banco. Alessandro stava preparando un cappuccino. Aveva un’espressione assonnata.
- Non hai dormito...? - chiese Marco.
- Non molto... - rispose l’amico - Ieri sera sono andato a ballare. -
- Dove...? A Ischia Porto...? -
- No, sono stato a Forio. C’era bella gente. Mi sono divertito... -
- Beato te... - continuò Marco - Io non riesco più a divertirmi. Mi sento piuttosto annoiato. -
- E’ un periodo... - aggiunse Alessandro - Vedrai che passerà. - I due amici si fermarono a chiacchierare ancora qualche minuto. Il cameriere poggiò sul banco un vassoio di cornetti al cioccolato.
- E’ una tentazione irresistibile... - disse Marco.
- E tu non resistere... - osservò l’amico porgendogliene uno.
- No, grazie... ho già esagerato. E poi c’è la cena di stasera... -
- Che cena...? - chiese Alessandro.
- E’ stata un’idea di Ambrogio. Facciamo una rimpatriata. Poi da cosa nasce cosa. Vedremo... - Marco finì di sorseggiare il suo caffè.
- Vuoi venire anche tu...? - chiese al giovane.
- No, ti ringrazio... - rispose Alessandro.
- Come vuoi. Stammi bene... - Marco salutò con un cenno della mano. Uscì dal locale. In pescheria i clienti curiosavano al banco. Il pavimento era stato lavato da poco. C’era un forte odore di pesce. Il ragazzo diede uno sguardo alle vongole. Avevano un aspetto invitante. Attese il proprio turno prima di ordinare. Verso mezzogiorno raggiunse l’appartamento di via Pozzi. Ambrogio stava discutendo con qualcuno in cucina.
- Posso entrare...? - chiese Marco dal corridoio.
- Vieni... - rispose il padrone di casa - Ti presento un amico. - Il giovane entrò. Poggiò le buste della spesa sul tavolo. C’era un uomo anziano. Era piuttosto robusto. Aveva il viso arrotondato, la carnagione chiara. Gli occhi a mandorla erano di un colore ibrido tra il verde e l’azzurro.
- Alfredo è come un fratello maggiore per me... - disse Ambrogio.
- Sei fortunato... - continuò il ragazzo - Io non ho fratelli. Solo un cane e due tartarughe... -
- Ho invitato Alfredo a cena con noi stasera... - disse il padrone di casa. Marco sorrise.
- Io so perchè l’hai fatto... - aggiunse il ragazzo.
- Perchè l’ho fatto...? - chiese Ambrogio.
- Ti serve uno chef ai fornelli... - rispose Marco. L’uomo versò il caffè nelle tazzine.
- Non te la prendere... - aggiunse Ambrogio rivolgendosi all’ospite - Il giovanotto è polemico ma tanto caro... -
- Nessun problema... - osservò Alfredo. Un’ora dopo l’uomo lasciò la casa.
- Chi è quel tipo...? - chiese ancora Marco - Non l’ho mai visto. -
- E’ un amico di Napoli... - rispose l’uomo accendendosi una sigaretta - Perchè devi essere sempre così scortese...? -
- Scortese io...? - esclamò il giovane - Ti sbagli. Sono solo spontaneo... -
- D’accordo... - continuò Ambrogio - Sei spontaneamente scortese... - Il padrone di casa diede uno sguardo al contenuto delle buste. Sistemò il pesce in una zuppiera. Poggiò il contenitore nel frigorifero. Mise le vongole in una pentola piena d’acqua.
- Me ne vado... - disse Marco - Ci vediamo stasera. -
- Le ragazze vengono con te...? -
- Si vado a prenderle con la macchina. - Si salutarono. Marco uscì in strada. Raggiunse il motorino. Si allontanò rapidamente.

L’odore della zuppa di pesce invase ogni angolo della casa. Ambrogio aveva apparecchiato in cucina. Il forno delle pizze era acceso. Sul piano di lavoro c’erano dei panelli lievitati. Marco entrò per primo. Le due ragazze lo seguirono. Maria era la più giovane. Aveva da poco compiuto vent’anni. Bionda, occhi chiari, altezza media, longilinea, reggeva tra le mani una bottiglia di spumante con un grande fiocco. Francesca era di qualche anno più grande. Alta, mora, formosa la ragazza parlava con una leggera cadenza romana. Luca li raggiunse mezzora più tardi. Aveva i capelli gelatinati, il viso era perfettamente depilato. La figura esile, affusolata, i lineamenti dolci, la voce ancora adolescenziale lo facevano somigliare una creatura angelica.
- Ciao... - disse Marco rivolgendogli la parola.
- Ciao... - rispose il ragazzo. Raggiunse Ambrogio. Sedette accanto a lui. La voce di Alfredo proveniva dall’ingresso. Il padrone di casa gli andò incontro. Luca provò a seguirlo nel corridoio. Marco lo afferrò per un braccio.
- Che c’è...? - domandò il ragazzo.
- Mi hanno detto che ti sei divertito l’altra notte... - rispose Marco sottovoce.
- Lasciami... - Luca strattonò per divincolarsi. Maria si avvicinò.Indossava una maglia di colore nero con il collo alto ed una minigonna cortissima.
- Che ne dici di buttare la pasta...? - chiese lei - Ho fame. - Il nuovo venuto entrò in cucina reggendo tra le braccia un grosso cesto di frutta. Marco rimase in disparte. Diede uno sguardo all’uomo. Indossava un pantalone marrone ed una felpa bianca. Aveva i capelli rasati.
- Conoscete Alfredo...? - disse Ambrogio presentandolo agli amici. Luca si avvicinò ai fornelli. Diede uno sguardo al tempo di cottura scritto sul pacco della pasta.
- Sette minuti... - ripetè sottovoce.
- Cosa hai detto...? - chiese Marco voltandosi in direzioni di lui.
- Sette minuti... - ripetè il ragazzo - Sono sufficienti a cuocere gli spaghetti... -
- Io li preferisco al dente... - spiegò il giovane - Cinque minuti basteranno. -
- Spostati... - Marco spinse l’amico in un angolo - Penso io alla pasta. - Luca rimase in silenzio. Intanto Ambrogio stava raccontando una storia alle ragazze. Sembravano divertite. Marco sollevò il coperchio. L’acqua bolliva nella pentola.
- Cos’hai...? - chiese Luca.
- Che te ne importa... - rispose lui.
- Cos’hai...? - continuò l’amico - Sei strano... -
- Sono arrabbiato con te... - insistè Marco.
- Perchè... ? - chiese Luca.
- Se non lo capisci da solo... - spiegò il giovane - è inutile spiegare. - Marco immerse gli spaghetti nell’acqua bollente. Aggiunse il sale. Alfredo si avvicinò. Prese un coltello a punta. Cominciò ad affettare un’ananas. Voleva mostrare la sua abilità ai presenti.
- Stasera sei solo mio... - disse Francesca in tono scherzoso. Allungò le braccia intorno alla vita di Marco.
- Spostatevi... - disse Ambrogio - La pasta è pronta... -
- Aiutatemi per favore... - esclamò Maria rivolgendosi ai ragazzi. Stava apparecchiando la tavola.
- E’ pronto... - ripetè il padrone di casa spadellando gli spaghetti nel sugo delle vongole.
- Dov’è il gatto...? - chiese l’uomo.
- Dev’essersi nascosto da qualche parte... - rispose Ambrogio - C’è troppa gente. Non gli piace la confusione. - Cominciarono a mangiare. Luca si trattenne ad infornare un panello lievitato.
- Hai messo il lardo nell’impasto...? - chiese il ragazzo.
- Stai tranquillo... - rispose Ambrogio - Me ne sono ricordato. -
- Solo un assaggio... - disse Luca allungando il piatto vuoto. Alfredo aveva cominciato a mangiare. Il gatto fece il suo ingresso in cucina. Avanzava con passo lento e sicuro. Sembrava il vero padrone di casa.
- Come si chiama il tuo gatto...? - chiese Maria.
- Ulisse... - rispose Ambrogio. La ragazza si alzò. Raggiunse il piano cottura. Prese un piatto di plastica. Vi mise due forchettate di spaghetti alle vongole. Depose il contenitore ai piedi del felino. Il gatto annusò il cibo. Sembrava diffidente. Dopo pochi istanti cominciò a mangiare con calma.
- Guarda... - esclamò Maria - Gli piacciono... -
- E’ un buon gustaio... - osservò Alfredo. Era quasi mezzanotte quando Luca cominciò a sparecchiare la tavola. L’odore del fumo di sigarette impregnava l’aria. Maria spalancò la finestra. Marco tolse le bottiglie vuote.
- Posso aiutarti...? - chiese Francesca.
- Prendi questo... - rispose il giovane allungandole il cesto con la frutta avanzata. La ragazza lo poggiò su una mensola della credenza. Ambrogio uscì dalla cucina. Luca lo seguì. Marco trascinò Francesca nel corridoio.
- Dove andiamo...? - chiese lei.
- Vieni... - rispose lui - Cerchiamo un posto tranquillo. - Ambrogio e Luca si erano appartati in camera da letto. Marco si fermò nel corridoio.
- Possiamo andare in bagno... - disse la ragazza sottovoce.

Il suono della campanella annunciava la fine delle lezioni. Sul piazzale antistante il liceo scientifico cominciavano ad affluire gli studenti. Fuoriuscivano dall’ingresso principale dell’edificio a due piani. Si avviavano verso il cancello automatico a passo spedito. Il rombo dei motorini si mescolava al vociare dei ragazzi. Luca reggeva lo zaino in spalla. Marco scese dall’auto. Si avviò a piedi in direzione del ragazzo.
- Vuoi un passaggio...? - chiese.
- Ciao... - disse Luca - perchè sei venuto? -
- Volevo farti una sorpresa... - continuò Marco - Sei contento...? -
- E’ la macchina nuova...? -
- Ti piace...? -
- E’ bellissima... - Salirono a bordo. Marco accese la radio.
- Vuoi pranzare con me...? - chiese il giovane.
- Volentieri... - rispose Luca.
- Che ne dici di fare un salto in pizzeria...? -continuò Marco.
- D’accordo... - disse lui - Andiamo... - Il locale era affollato. C’erano molte coppie con bambini. Scelsero un tavolo in fondo alla sala.
- Qui siamo più tranquilli... - osservò Marco - Possiamo parlare. - Luca sedette poggiando lo zaino per terra.
- Di cosa dobbiamo parlare...? - chiese.
- Cominciamo dai tuoi studi... - disse Marco - Come procedono...?-
- Non ho problemi a scuola... - L’amico diede uno sguardo al menu.
- Hai deciso cosa farai dopo il liceo scientifico...? - chiese lui.
- Forse m’iscriverò alla facoltà di Architettura... - Luca rimase qualche istante in silenzio.
- Cosa volevi chiedermi...? -
- Non mi fa piacere che tu frequenti Ambrogio... - disse Marco - Non ho nulla contro di lui. E’ un amico. Gli voglio bene. E solo che... - Luca sorrise.
- E’ solo che sei geloso... - replicò il ragazzo. L’amico scosse la testa in senso negativo.
- Non sono geloso... - esclamò con una smorfia di disappunto.
- Io sono libero... - disse Luca - Frequento chi mi pare... -
- Guardami... - insistè Marco - Andrai ancora a casa di Ambrogio...? -
- Sì, andrò stasera... - rispose Luca. Il cameriere servì le pizze ancora fumanti.
- Verrò anch’io... - annunciò il giovane con tono di sfida.
- Fai pure... - Luca cominciò a mangiare. Dopo qualche minuto di pausa Marco riprese la conversazione.
- Sono curioso di sapere una cosa... - disse.
- Cosa vuoi sapere...? - chiese Luca.
- Quando è cominciata...? -
- Cominciata cosa...? -
- La relazione tra te e Ambrogio... -
- Circa un mese fa... - Il gestore del locale li raggiunse al tavolo.
- Finalmente ti fai vedere... - esclamò rivolgendosi a Marco.
- Sono stato molto occupato ultimamente... - rispose lui.
- Domani vengo a trovarti allo studio... - aggiunse il titolare - Vorrei parlarti di quella pratica... -
- Ti aspetto... - disse Marco. Si salutarono.
- Vado a fumare... - continuò l’amico rivolgendosi a Luca.- Ordina il caffè e il conto. - All’uscita del locale il centro storico era semi deserto. C’era poca gente nel primo pomeriggio.
- Ti accompagno a casa... - disse Marco infilando la chiave nella portiera dell’auto.
- Preferisco prendere l’autobus... - rispose Luca.
- Fai come vuoi. Ci vediamo stasera... -
- Ciao... - disse il ragazzo. Marco salì in macchina. Accese il motore. Si avviò in direzione di Forio. Il telefonino cominciò a squillare. Guardò il numero. Era Francesca.
- Pronto... - disse Marco.
- Che fai...? Non vieni allo studio...? - chiese la ragazza.
- Perchè ...? -
- Ti sto aspettando. C’è gente... -
- Arrivo subito... - rispose Marco interrompendo la conversazione.

Ambrogio era seduto sul divano. Guardava un programma alla televisione. Marco si avvicinò con le borse della spesa.
- Cos’hai comprato...? - chiese il padrone di casa.
- Ho preso bibite e biscotti... - rispose lui.
- Puoi poggiare le borse in cucina, per favore...? - continuò Ambrogio. Marco uscì dalla stanza. Rientrò poco dopo.
- Luca non è venuto...? - chiese.
- Verrà più tardi... - rispose Ambrogio - Ha telefonato. - Il giovane sedette accanto a lui sul divano. Non riusciva a concentrarsi sulla trasmissione.
- Ti dispiace se mi autoinvito...? - domandò Marco.
- No, rimani pure... - aggiunse lui senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
- Avete qualcosa in programma...? -
- Certamente... una serata di sesso. -
- Smettila di scherzare... - disse Marco. Un rumore nel corridoio attirò la loro attenzione. Luca entrò con il borsone dell’allenamento. Faceva parte di una squadra di basket.
- La prossima volta non ti sprecare a bussare... - osservò il padrone di casa.
- Vado a fare la doccia... - continuò Luca. Uscì dalla stanza. Marco rivolse lo sguardo al tavolo. C’erano delle briciole di biscotti. Mezzora dopo l’amico li raggiunse in cucina. Aveva i capelli bagnati. Indossava solo lo slip. Marco e Ambrogio stavano fumando. Luca prese una mela. Addentò la buccia in modo vorace. Sedette sul bordo del tavolo. Marco abbassò lo sguardo verso il pavimento.
- Non vuoi asciugarti i capelli...? - chiese Ambrogio avvicinandosi al ragazzo.
- No... - rispose lui senza aggiungere altro. L’uomo gli carezzò la guancia con la mano. Luca si alzò in piedi. Poggiò il residuo di mela sul tavolo. Avvicinò le labbra a quelle di lui. Si trattenne un attimo prima di baciarlo. Marco si alzò di scatto dalla sedia. Raggiunse il ragazzo alle spalle. L’abbracciò tenendolo per al vita.
- Siediti qui... - disse Ambrogio spostando la sedia. Luca si mise seduto. Marco gli incrociò le braccia dietro la schiena. Era tardissimo quando i due amici lasciarono la casa di Ambrogio.
- Cosa provi per me...? - chiese Marco.
- Ti voglio bene... - rispose Luca.
- Come ne vuoi ad un cane...? -
- No, non in quel modo... -
- Come ne vuoi ad un fratello...? -
- Come...? Dimmelo...! -
- Ti voglio bene come ad un amico... -
- Io non voglio essere tuo amico...- esclamò il giovane.
- Non vuoi essere mio amico...? E...perchè...? -
- Vai al diavolo...! - sbottò il giovane infuriato. Si separarono. Marco raggiuse la macchina. Infilò la chiave nel quadro. I fari delle automobili di passaggio avevano gli abbaglianti accesi. I fasci di luce tagliavano l’oscurità.

Quel giorno raggiunse lo studio in ritardo. I suoi collaboratori stavano lavorando ad un progetto importante. C’erano clienti in attesa nell’ingresso. Entrò. Diede un’occhiata ai presenti. Fece un cenno di saluto. Si chiuse nel suo ufficio. Poggiò la borsa sulla scrivania. Aprì la finestra. Il telefono cominciò a squillare.
- Vedo che ti fai aspettare... - disse Massimiliano mettendosi a sedere.
- Ho avuto un problema... - spiegò Marco - Prendo la tua pratica. -
- Vorrei fare una modifica alla planimetria... - disse il cliente sfoderando un rotolo di carta traslucida da un contenitore cilindrico. Le ore trascorrevano con una lentezza estenuante. In serata Francesca venne a fargli visita. Indossava jeans e maglietta.
- Ti ho portato il caffè... - disse la ragazza poggiando il contenitore di vetro sulla scrivania.
- Entra. Accomodati... - La donna versò la bevanda calda in due bicchierini di plastica. Sorseggiarono insieme il liquido fumante. Un collaboratore entrò nella stanza.
- Io avrei finito per oggi... - disse senza aggiungere altro.
- Bene... - rispose Marco - puoi andare. Ci vediamo domani. - Nel frattempo Francesca si era alzata in piedi.
- Che ne dici di andare a mangiare una pizza...? - propose lei.
- Dico che è una buona idea... - Marco cominciò a raccogliere alcune carte dalla scrivania. Le ordinò riponendole nella borsa.
- Mi porto un po’ di lavoro a casa... - disse.
- Andiamo...? - aggiunse Francesca.
- Andiamo... - rispose Marco. La strada sembrava deserta. L’ automobile era parcheggiata poco distante. Marco mise in moto. Si avviò in direzione di Ischia Porto. La ragazza cominciò a parlare della giornata appena trascorsa. Il giovane non riusciva a concentrarsi.
- Fermati... - esclamò Francesca - Abbiamo superato la pizzeria. O forse vuoi andare altrove? -
- No, qui andrà benissimo... - Parcheggiò all’esterno del locale.
- C’è una cosa che volevo chiederti... - disse Marco in attesa del cameriere.
- Cosa...? - ripetè Francesca. - Ti va di fare coppia fissa con me...? - La giovane non riuscì a trattenere un’espressione di gioia. Sgranò gli occhi come una rana.
- Allora...? Qual’è la tua risposta...? - chiese Marco. Francesca si allungò sulla sedia dandogli un fanciullesco bacio sulla bocca. Uscirono dalla pizzeria abbracciati. La ragazza era allegra. Sorrideva. Marco osservò le fossette sulle guance. Le venivano quando improvvisava un sorriso speciale.

Erano le 8,30 quando Luca raggiunse in motorino il parcheggio del Liceo Scientifico di Lacco Ameno. Marco aveva lasciato la macchina in una strada secondaria. Si era appostato per osservarlo senza essere visto. Il ragazzo tolse il casco. Poggiò lo zaino in spalla. Gli studenti si affrettavano ad entrare nell’androne della scuola. Luca si trattenne qualche istante. Marco notò che si guardava intorno. Aveva l’atteggiamento di chi stesse aspettando qualcuno. Una berlina scura entrò dal cancello automatico ancora spalancato. Ne uscì un uomo di circa cinquant’anni. Aveva i capelli brizzolati, gli occhiali scuri. Luca si avviò di corsa in direzione di lui. Si scambiarono qualche parola. Il ragazzo sorrideva. Entrarono insieme nell’edificio. Marco lo riconobbe. Era il professore di matematica. Attese che chiudessero il cancello dall’interno. Raggiunse la macchina. Il telefonino cominciò a squillare.
- Pronto... - disse il giovane.
- Sono Alessandro... - rispose.
- Dimmi Alessandro. Che c’è...? -
- Puoi venire a Panza...? - chiese il ragazzo - Ho bisogno di parlarti subito. Sono in un guaio. -
- Arrivo... - continuò Marco. Mise in moto la vettura. Si diresse sulla strada statale in direzione di Forio. Alessandro lo stava aspettando nella piazzetta di Panza. Marco lo vide da lontano. Aveva un aspetto disastroso. Sembrava sconvolto. Il giovane parcheggiò. Scese dall’auto. Lo raggiunse.
- Eccomi... - disse - Sono venuto prima che ho potuto. Che ti è successo...? -
- I miei genitori hanno litigato... - disse il ragazzo - Mio padre ha picchiato la mamma. E’ piena di lividi. Dice che vuole andare dai carabinieri. Ho paura. Possono arrestare mio padre. Non voglio che vada in prigione. -
- Stai calmo... - rispose Marco cercando di tranquillizzarlo - Vediamo quello che possiamo fare. Dove sono i tuoi genitori adesso...? -
- Sono a casa... almeno credo - continuò il ragazzo con gli occhi stralunati - Forse mia madre è andata dai carabinieri. Non lo so. Ti prego. Aiutami. - Marco provò a tranquillizzare l’amico.
- Andiamo a casa tua... - aggiunse - Vieni. Presto... - Salirono frettolosamente a bordo. Si diressero sulla strada statale in direzione di Serrara Fontana. Appena giunti nell’ abitazione la donna era in soggiorno. C’era una piccola folla di donne. Alessandro si avvicinò alla madre. Stava piangendo.
- Dov’è papà...? - chiese il ragazzo.
- E’ venuto a prenderlo tuo zio... - rispose una signora dai capelli rossi. Alessandro la osservò con attenzione. Non ricordava di averla mai vista. Non era una delle amiche di sua madre.
- Quell’ubriacone non deve rimettere piede in questa casa... - urlò un’altra donna presente. Marco chiamò l’amico in disparte.
- Trova un sistema per mandarle via... - disse. Un’ora dopo rimasero da soli con la donna che non riusciva a parlare.
- Chiamo il medico... - disse Alessandro. La madre gli fece cenno di non farlo.
- Forse è meglio che io me ne vada... - continuò Marco.
- Grazie per l’aiuto... - ripetè il ragazzo - Mi ha chiamato Ambrogio. -
- Che ti ha detto...? -
- Sabato prossimo farà un’altra cena a casa sua. Mi ha invitato. Tu ci vai...? -
- Non lo so... - rispose Marco - Devo parlare con Ambrogio. - Si salutarono. Il giovane uscì dall’abitazione. Raggiunse la macchina. Era quasi mezzogiorno. Doveva passare dallo studio. Fece una telefonata ai collaboratori dicendo che avrebbe tardato. Voleva tornare al Liceo Scientifico per l’uscita da scuola degli studenti. Non riusciva a resistere alla tentazione di rivedere Luca. Il suono della campanella si sentiva chiaramente anche dall’esterno. Marco rimase nascosto. Non voleva essere notato dal ragazzo. Il motorino di Luca era parcheggiato poco distante dal cancello automatico. Attese ancora qualche minuto. Estrasse una sigaretta dal pacchetto. L’accese. Cominciò a fumare. Avvertiva un certo nervosismo. Il cellulare fece alcuni squilli. Guardò il numero. Era Francesca.
- Che c’è...? - disse Marco.
- Sono Francesca... - rispose lei.
- Ho capito... - continuò lui - che vuoi...? -
- Sei arrabbiato...? - continuò la ragazza.
- No, ma sto per arrabbiarmi. Ti chiamo dopo... - Marco interruppe la telefonata. Il piazzale antistante l’edificio si era quasi completamente svuotato. Il motorino di Luca era sempre al suo posto. Guardò le macchine parcheggiate. La berlina scura non c’era. Decise di entrare nell’istituto. Il custode era seduto dietro la scrivania. Il giovane lo raggiunse.
- E’ uscita la V B...? - chiese lui.
- Sì... - rispose l’uomo sollevando la testa dal giornale - E’ appena uscita. - Marco si allontanò con passo svelto. In macchina provò a telefonare a Luca. Il cellulare era spento. Si trattenne ancora qualche minuto. Finalmente decise di allontanarsi.

Erano circa le ventuno quando il ragazzo lo raggiunse allo studio.
- Ho trovato le tue chiamate sul cellulare... - disse Luca.
- Perchè sei venuto...? - chiese Marco chiudendo la porta del suo ufficio.
- Te l’ho detto... - rispose lui - Ho trovato il tuo numero. -
- Bugiardo. Non è per questo. Cosa ti serve...? - continuò il giovane.
- Duecento euro... - rispose Luca.
- Cosa devi fare...? -
- Non te lo dico... -
- E perchè dovrei darti duecento euro...? - chiese ancora Marco guardandolo negli occhi.
- Mi servono quei soldi... - insistè Luca. Marco l’afferrò per la felpa scaraventandolo contro il muro. Luca battè la testa cadendo sul pavimento. Un collaboratore bussò alla porta. Marco aprì. Luca stava cercando di rialzarsi.
- Cosa succede...? - disse l’uomo - Ho sentito un tonfo. -
- Luca ed io abbiamo avuto uno scambio di vedute. Adesso però ci siamo chiariti. - Il collaboratore si allontanò chiudendo la porta.
- Togliti la felpa... - ordinò Marco - Fammi vedere le braccia. - Luca sorrise. Rimase immobile con le spalle appoggiate al muro.
- Te lo ripeto. Togliti la felpa. -
- No, non voglio... - rispose lui.
- Scommetto che hai le braccia bucate... - esclamò Marco in tono adirato. Si avvicinò all’amico. Gli strappò la felpa con forza.
- Sei contento...? - esclamò Luca - Vuoi vedere anche le gambe...? -
- No... - rispose - Voglio sapere a cosa ti servono i soldi. - Luca rimase in silenzio. Sembrava diventato improvvisamente triste.
- Voglio solo aiutarti... - disse Marco in tono finalmente conciliante - Ti prego. Dimmi a cosa ti servono quei soldi. -
- Devo riparare il motorino... - rispose Luca - Si è rotto. Mia madre non vuole darmeli. Dice che devo prendere il pulman. -
- Domani ti accompagno dal mio carrozziere. E’ bravo. Vedrai che te lo riparerà rapidamente. Sei contento...? - Luca annuì.
- Che fai stasera...? - chiese Marco.
- Devo studiare... - rispose il ragazzo - Domani mattina ho l’interrogazione di matematica. -
- E domani sera...? - continuò l’amico - Domani sera cosa fai...? -
- Devo andare a casa di Ambrogio. -
- Perchè...? -
- Devo incontrare quel suo amico... - aggiunse Luca sollevando la testa.
- Quale amico...? -
- Alfredo...ricordi..? Era con noi l’ultima volta. -
- Perchè...? Cosa vuole...?-
- Non ho capito bene... - rispose.
- Vengo anch’io...? -
- No, non puoi... Devo vederlo da solo... - Marco rispose al telefono. Un cliente lo trattenne per qualche minuto. Luca si alzò in piedi. Raggiunse la finestra. Guardò fuori. Poggiò la mano sul vetro. Un collaboratore entrò portando alcuni fascicoli. Uscì subito dopo chiudendo la porta.
- Vieni qui... - disse Marco allungando il braccio in direzione del ragazzo. Luca si avvicinò sedendosi sulle sue gambe.
- Amore mio... - disse Marco sottovoce stringendolo per la vita - amore mio... - Luca poggiò le labbra su quelle di lui.
- Bello...come sei bello... - ripetè Marco con la voce appena sussurrata.
- Dimmi che mi ami... Dimmelo... - Luca sorrise.
- Accetto anche una bugia... - pregò Marco - Dimmi che mi ami... - Luca sorrise ancora prima di baciarlo.

In strada stava piovendo. Il ragazzo si riparò sotto un portico. Doveva raggiungere la fermata dell’autobus. Decise di attendere qualche minuto. Due clienti erano appena usciti dallo studio. Una cinquecento scura si fermò poco distante. Riconobbe Francesca. La donna raggiunse l’ingresso. La porta era aperta. Entrò richiudendo l’ombrello. Luca si sfilò il giubbino. Lo utilizzò per coprirsi la testa.Corse in direzione della fermata dell’autobus. Erano le venti quando entrò nella casa di Ambrogio. Nel corridoio non c’era nessuno. Chiamò l’amico ad alta voce. Nessuno rispose. In cucina la luce era accesa. Provò a ripetere il nome dell’uomo. Il silenzio cominciava ad infastidirlo. Sul fornello grande c’era una pentola in ebollizione. Sedette accanto al tavolo. Sentì il cigolio della porta del bagno. L’uomo venne avanti. Indossava un accappatoio verde. Era Alfredo.
- Non c’è Ambrogio...? - chiese Luca.
- Gli ho chiesto di lasciarci soli... - rispose lui - Ti dispiace...?-
- No... - rispose il ragazzo - per me va bene. -
- Vuoi bere qualcosa...? - continuò Alfredo - Prendi quello che preferisci... -
- Grazie... magari più tardi... -
- Vuoi fare la doccia...? - chiese al giovane.
- No, voglio sapere qual’è il tuo programma... - disse Luca. Alfredo si versò un bicchiere di vino rosso. Rimase in silenzio per qualche istante.
- Ambrogio mi aveva avvertito... - aggiunse l’uomo guardandolo negli occhi.
- Di cosa ti aveva avvertito...? -
- Del fatto che sei un tipo diretto... - continuò lui - Io ho bisogno dei miei tempi. -
- Nessun problema...- La camera da letto era ordinata. Sul letto c’era un piumone invernale.
- Vieni qui... - disse Alfredo invitandolo a sdraiarsi.
- Mi spoglio...?- chiese il ragazzo.
- No, rimani pure vestito... - rispose lui - Ti spoglio io. - La piazzetta di Panza si affollava nelle prime ore della sera. Il tempo della vendemmia non era ancora terminato. Le luci delle vetrine facevano da richiamo. Invogliavano a trattenersi. Gli anziani si ritrovavano sulle panchine. Parlavano di mosto e vinacce. I giovani preferivano i bar. Comitive di ragagzzi organizzavano le uscite notturne. Luca entrò nel bar. Voleva comprare le sigarette. Alessandro aveva appena terminato il turno di lavoro.
- Luca...Luca... sei tu...? - chiese il giovane.
- E tu chi sei...? - continuò il ragazzo.
- Sono Alessandro... - rispose - un amico di Marco. Non ti ricordi di me...? -
- Veramente no... - aggiunse prendendo lo scontrino alla cassa - quando ci siamo conosciuti...? -
- Ti ho visto qualche volta con Marco. Non ci siamo mai presentati... -
- Bene, cominciavo a preoccuparmi... -
- Perchè...? - chiese Alessandro.
- Non ricordavo la tua faccia...-

Francesca raggiunse il luogo dell’appuntamento. Marco non era ancora arrivato. Decise di attendere seduta in macchina. Si guardò le mani. Erano bianche e levigate. Le unghie sfoggiavano uno smalto color fuxia. Si guardò le labbra dallo specchietto retrovisore. Erano in tinta. La ragazza aveva raccolto i capelli alla nuca. Un velo di fondotinta affiorava dal viso di un ovale perfetto. Indossava un abito corto e attillato. Le scarpe con i tacchi altissimi le facevano un po’ male ai piedi. Erano di una mezza taglia più piccola. Francesca aveva il complesso dei piedi grandi. Marco si affiancò con l’auto. Abbassò il finestrino.
- Parcheggia... - disse - Andiamo con la mia macchina. - La ragazza ubbì. Lo raggiunse in pochi minuti.
- Come sei carina stasera... - osservò il giovane.
- Ti piaccio...? - chiese lei compiaciuta.
- Accidenti... Sei uno schianto...! - Si avviarono in direzione di Ischia Porto. - Non ho capito bene dove dobbiamo andare... - aggiunse Francesca.
- Te l’ho detto... - E’ una festa privata. - Francesca aprì la borsetta. Estrasse il lucidalabbra.
- Come devo presentarti...? - chiese Marco.
- Tu come vuoi presentarmi...? -
- Come la mia fidanzata... - disse lui - Siamo fidanzati, vero...? - Francesca sorrise.
- Ok, siamo fidanzati... - rispose lei. L’appuntamento era in un appartamento ad Ischia Ponte. L’abitazione era situata a pochi passi dalla spiaggia dei pescatori. Le scale esterne conducevano ad un terrazzo con vista panoramica sul Castello Aragonese.
- Ti piace questo posto...? - chiese Marco.
- E’ bellissimo...Chi ci abita...? -
- E’ la casa di un architetto di Roma. Siamo diventati amici quest’estate...- Francesca si fermò ad osservare il Castello immerso nel chiarore lunare.
- A cosa stai pensando...? -
- E’ talmente bello da sembrare finto... - osservò la ragazza - Potrebbe essere un miraggio. Sparire all’improvviso... -
- Vieni... - disse ancora Marco - Entriamo. - C’erano tre coppie all’interno dell’appartamento. Il padrone di casa si chiamava Luigi. Era un tipo molto affabile. Aveva circa quarant’anni. Altezza media, capelli castani, occhi scuri, abbronzato, l’uomo vestiva sportivo. Fece le presentazioni. Sembrava una persona molto semplice e cortese.
- E’ bella la tua fidanzata... - disse Luigi.
- Ti piace...? Si chiama Francesca... - rispose Marco.
- Benvenuta Francesca... - continuò il padrone di casa. La serata trascorse in allegria. La ragazza fece amicizia con le signore presenti. Erano molto più grandi di età ma estremamente gentili e ospitali. Marco raggiunse la sua abitazione di Forio verso le tre del mattino. Stava per andare a letto quando il cellulare cominciò a squillare. Guardò il numero. Era Ambrogio.
- Pronto... - disse il giovane.
- Marco, è successa una cosa molto grave... - disse la voce al telefono.
- Cos’è successo...? - esclamò Marco.
- Luca ha avuto un malore... - Ambrogio fece una pausa come per riprendere fiato - E’ in ospedale. -
- Un malore...? - esclamò il giovane marcando il tono della voce - Cos’è successo...? -
- I medici non hanno saputo spiegarmelo... - rispose Ambrogio - Devono fare degli ulteriori accertamenti. Pare che abbia ingerito una sostanza. -
- Chi c’è adesso insieme a lui...? - chiese Marco.
- L’ho lasciato con la madre... - continuò - Abbiamo telefonato al padre. E’ a Milano. Ha detto che domani prenderà un aereo. Sarà a Ischia appena possibile. - Marco si slacciò la cravatta. I pensieri cominciarono ad affollarsi nella mente. Non sapeva cosa dire.
- Grazie della telefonata Ambrogio... - disse - Domani mattina vado in ospedale. - Si salutarono. Marco poggiò il cellulare sul tavolino. Si sentiva agitato. Indossò il pigiama. Non aveva voglia di dormire. C’erano molti lati oscuri nella vita di Luca. Non riusciva a sopportare l’idea che gli nascondesse qualcosa. Avrebbe voluto sapere tutto di lui. Conoscerlo in profondità. Cogliere l’aspetto più intimo della sua coscienza.

In ospedale gli inservienti stavano facendo le pulizie. Nei corridoi c’era un odore di disinfettante. Le stanze dei degenti avevano tutte le porte spalancate. Non era orario di visite. Marco era riuscito ad entrare nel reparto di Medicina Generale. Vide la madre di Luca nel corridoio. La raggiunse.
- Buongiorno Sandra... - disse il giovane - Ho portato il caffè... -
- Grazie, lo bevo volentieri... - rispose lei.
- Come sta Luca...? - chiese lui.
- Meglio... - la donna cominciò a sorseggiare la bevanda calda - stamattina gli faranno un altro prelievo. Devono completare gli esami prima di formulare una diagnosi. - Marco si guardò intorno. L’ambiente aveva un aspetto freddo, asettico.
- Ti ha raccontato qualcosa...? - insistè Marco.
- No, non ha parlato... - spiegò la donna - L’ho visto provato. Non ho voluto insistere. -
- Hai fatto benissimo... - osservò il giovane. Sandra era una donna di mezza età. Luca era il suo unico figlio. Aveva avuto una vita travagliata. Il padre di Luca aveva riconosciuto il bambino alla nascita. Tuttavia si era rifiutato di sposarla. Lavorava come cameriera in un ristorante.
- Vieni... - disse Sandra - Possiamo entrare. - IL ragazzo stava guardando fuori dalla finestra. Aveva la flebo. Era pallido. I due si avvicinarono al letto.
- Guarda chi è venuto a trovarti... - la voce della madre lo fece voltare nella sua direzione.
- Ciao... - disse Luca con un filo di voce.
- Ciao... - rispose Marco carezzandogli la mano - sono venuto appena ho saputo. - Il ragazzo sorrise.
- Domani me ne torno a casa... - continuò il paziente - Non mi piace questo posto. -
- Non dire sciocchezze... - aggiunse Marco - Te ne andrai quando lo diranno i medici. -
- Diglielo... Marco - ripetè la madre - Spiegagli che non può fare sempre di testa sua... - Luca girò nuovamente il capo in direzione della finestra. Sandra scosse la testa. Uscì dalla stanza seguita dal giovane.
- Lo vedi...? - esclamò lei - E’ sempre più testardo. Mi porterà all’esasperazione... - Marco le poggiò un braccio sulle spalle.
- Non ti preoccupare... - continuò in tono rassicurante - Lo faremo ragionare. - La donna non riuscì a trattenere le lacrime.
- So che sei un bravo ragazzo... - disse lei - Cerca di tenerlo d’occhio. Potresti essere un fratello maggiore. -
- Sarò la sua ombra...- Marco tranquillizzò la madre del ragazzo. I medici entrarono nella stanza. Sandra e Marco rimasero nel corridoio ad attenderne l’uscita. Nella tarda mattinata il giovane raggiunse lo studio. I collaboratori stavano lavorando. C’erano due clienti in sala d’attesa. Marco si chiuse nell’ ufficio. Chiese di non essere disturbato. Doveva terminare un progetto importante. Si annotò un appunto. Scrisse il nome del primario del reparto di Medicina dell’ospedale seguito dal numero telefonico del suo interno. Doveva chiamarlo alle 14. Spense il cellulare. Lo sguardo cadde casualmente sulla poltrona nell’angolo. C’era una forcina per capelli. La riconobbe. Era di Francesca.

Ambrogio stava trafficando in cucina. Il gatto lo teneva d’occhio. Da una pentola in ebollizione fuoriusciva il vapore.
- Cos’è questa puzza...? - chiese Marco comparendo all’improvviso sulla soglia della porta.
- Vedo che non ti piace bussare... - rispose Ambrogio.
- Hai ragione... - continuò - Sono un maleducato. E adesso mi dici cos’è quest’odore terribile...? -
- Rape... - rispose l’uomo - le ho raccolte stamattina... -
- E... cose ne vuoi fare...? -
- Mangiarle... - spiegò il padrone di casa - Sono squisite... -
- Non mi piaccione le rape... - osservò Marco mettendosi a sedere.
- Perchè sei venuto...? - chiese il padrone di casa.
- Tu sapevi che Luca prende delle pasticche...? -
- Sì...ma lo fa solo qualche volta...- - Te l’ho detto lui...? -
- Luca mi racconta tutto quello che gli capita.-
- E perchè a me non lo dice...? - chiese Marco.
- Perchè tu lo giudichi... - rispose Ambrogio - Io invece, lo ascolto...- Marco diede un’occhiata al gatto. Sembrava interessato ai loro discorsi.
- Domani uscirà dall’ospedale... - aggiunse il giovane.
- Sì, lo so... - rispose Ambrogio.
- Vedo che non hai bisogno d’informazioni... -
- Luca non mi preoccupa... -
- Davvero...? - esclamò Marco.
- Sei tu che mi preoccupi...-
- Non preoccuparti. Me la cavo benone...-
- Non direi. Peggiori ogni giorno di più...- Marco scoppiò in una sonora risata.
- Spiegati meglio. Non capisco... -
- Ricordi...? Ti avevo detto di non innammorarti di Luca. Oggi sei più cotto delle mie rape...-
- Non dire sciocchezze... - esclamò Marco - Lo sai che mi sono fidanzato...?-
- Davvero...? E...chi è la disgraziata...? -
- Francesca... - rispose Marco - Ricordi...? -
- Mi dispiace per lei... - replicò Ambrogio. Suonò il citofono. Ambrogio si avviò verso il corridoio. Era Alfredo. Si fermò a discutere sulla soglia della porta. I due uomini parlavano sottovoce. Marco provò ad ascoltare. Non riusciva a carpire una sola parola. Attese pazientemente. Il gatto continuava ad osservarlo. Aveva effettivamente una testa sproporzionata. Provò a lanciargli una fetta di salame. Il felino non smise di guardarlo. Continuò a tenerlo d’occhio.
- Il tuo gatto è un tipo diffidente... - disse al padrone di casa appena l’ebbe raggiunto in cucina.
- E’ vero... - rispose lui - E’ molto intuitivo. -
- Non sei divertente... - spiegò Marco - Che voleva Alfredo...? -
- Non posso dirtelo... -
- Cos’è un segreto...? -
- No, è una faccenda riservata... -
- Va a quel paese... - Marco si alzò avviandosi verso la soglia della porta.
- Te ne vai...? - chiese Ambrogio.
- Ti chiamo presto. - rispose Marco. Il giovane uscì. Chiuse la porta. Si avviò in strada. Raggiunse la macchina. Accese il motore. La marmitta faceva uno strano rumore. Il telefonino cominciò a squillare. Guardò il numero. Era Luca.
- Pronto... - disse Marco.
- Ciao, sono Luca... - rispose il ragazzo.
- Ciao, dove sei...? -
- Sono tornato a casa questa mattina... -
- Con chi sei adesso... -
- Sono solo... - continuò lui - Mia madre è andata a lavorare. Mio padre è partito un’ora fa. -
- Come ti senti...? - chiese Marco.
- Bene...mi sento bene... - rispose Luca.
- Mi hai fatto prendere uno spavento... -
- Davvero...? Non ci credo... - continuò il ragazzo.
- Ho voglia di vederti... - disse - Posso venire a casa tua...? -
- Volevo riposare un po’... -
- Ti racconto una favola... - ripetè Marco.
- Mi piacciono le favole. Vieni pure. - L’ appartamento al secondo piano era poco più grande di un monolocale. Dall’ingresso era possibile accedere ad un corridoio stretto. La cucina era un rettangolo allungato. Delle due camere da letto Luca occupava la più spaziosa. L’ambiente era pulito e ordinato. Il colore rosa pallido delle pareti era in tinta con il pavimento e le tende.
- Entra... - disse Luca. Marco diede un’occhiata alla camera del ragazzo. Il letto singolo era ricoperto da un piumone con le stampe di un cartone animato. C’era una piccola scrivania di legno chiaro su cui era stato poggiato il computer. Sulle mensole di legno laccato fissate alla parete c’erano i libri della scuola.
- Quale favola mi racconti...? - chiese l’amico.
- Ti piace: Alice nel paese delle meraviglie...? - Luca si sdraiò sul letto incrociando le mani dietro la nuca.
- Sì, racconta... - rispose.
- Vediamo... - ripetè - Alice si recò in un bellissimo prato. Era una giornata di sole. All’improvviso cadde in una buca presente sul terreno. Precipitò per diversi metri. E si ritrovò nella tana del coniglio. -
- Secondo te cosa pensava in quel momento Alice...? - chiese Luca.
- Aspetta... - aggiunse l’amico - Lo spiega l’autore. -
- No...volevo dire... - insistè Luca - Cosa pensava veramente Alice...?- Marco lo guardò per qualche istante. Aveva gli occhi scintillanti.
- Non lo so... - rispose lui.
- Io credo di saperlo...-
- E allora dimmelo... - esclamò Marco infastidito dalle continua interruzioni.
- Alice pensava che stava meglio prima di cadere nella buca...- spiegò Luca.
- Non credo proprio... - Marco non riuscì a trattenere una reazione emotiva - Se non fosse caduta nella buca non sarebbe stata la protagonista di una bellissima avventura. -
- No...ti sbagli - osservò il ragazzo - Sono sicuro che Alice avrebbe preferito rimanere sdraiata sul prato a godersi il sole.- Marco smise di raccontare la favola. Si alzò in piedi. Raggiunse la scrivania. Accese il computer. -
- Posso curiosare nei tuoi documenti...? - chiese.
- Ci sono solo lettere d’amore... - rispose Luca.
- Bene... mi piacciono le lettere d’amore. A chi le scrivi...? -
- A tutti i miei amanti segreti... - continuò il ragazzo. Intanto Sandra li raggiunse in camera da letto. Era rientrata in anticipo.
- Buonasera... - disse Marco alzandosi in piedi.
- Buonasera a te... - rispose lei.
- Come stai Luca...? - chiese la madre.
- Bene, mi sento bene... - rispose.
- Preparo la cena... - aggiunse la donna - Volete mangiare...? -
- Siamo affamati... - esclamò il ragazzo strizzando l’occhio all’amico.
- Mi sbrigo in pochi minuti. - La donna uscì dirigendosi in cucina. Luca sorrise. Marco ricambiò il sorriso.
- Sei bravo a scuola...? - chiese Marco sfogliando un libro.
- Te lo ripeto... - continuò Luca - Non ho problemi... -
- Qual’è la tua materia preferita...? -
- Mi piace la matematica... -
- La matematica...? - continuò Marco - Forse volevi dire: il professore di matematica...? - Luca sorrise.
- Me lo dai un bacio...? - chiese l’amico. Il ragazzo socchiuse gli occhi. Marco gli si avvicinò accostando le sue labbra a quelle di lui. Un attimo dopo le loro lingue si sfiorarono. Il risotto ai funghi era squisito. Cenarono insieme sul tavolo della cucina. Sandra cominciò a raccontare alcuni eventi della giornata. Sembrava stanca ma soddisfatta.
- Ha telefonato tuo padre... - disse la donna rivolgendosi al figlio - Verrà a trovarti il prossimo fine settimana. Sei contento...? -
- No, per me può restare a Milano... - rispose Luca. Marco diede uno sguardo nel piatto. I chicchi di riso erano cotti al dente. L’impasto era molto cremoso.
- Sei una brava cuoca... - osservò l’ospite.
- Non sono una buona madre... - continuò lei.
- Perchè...? Non è vero... - aggiunse Marco.
- Non sono stata capace di dare un padre a Luca. Mi rendo conto di sapere molto poco di mio figlio. - Luca cominciò a ruotare il cucchiaio nel risotto. Soffiava debolmente per raffreddarlo.
- Non mi serve un padre... - disse. Sandra lo guardò con gi occhi lucidi. Marco allungò la mano sul tavolo. La poggiò su quella di lei. Strinse con tutta la forza di cui era capace.
- Sapete cosa facciamo domenica...? - disse Marco.
- Cosa facciamo...? - chiese Luca.
- Andiamo a raccogliere le castagne sul monte Epomeo...- continuò il giovane. Sandra sorrise mentre una lacrime le scivolava sulla guancia.
- Buona idea... - aggiunse il ragazzo - Mi piacciono le castagne. -

Pioveva quando Marco uscì dal condominio. Fece una corsa per raggiungere la macchina. Accese i fari. Accese il motore. Si allontanò. Decise di raggiungere la casa di Ambrogio. Accese la radio. Sul cellulare c’erano due chiamate senza risposta. Guardò il numero. Era Francesca. Provò a richiamare.
- Pronto... - disse lei.
- Mi hai cercato...? - chiese Marco.
- Ti ho telefonato... - continuò Francesca - Non hai risposto. -
- Sono stato da un cliente... - spiegò Marco - Dovevamo parlare in privato di una questione urgente. Ho dimenticato il telefonino in macchina. -
- Volevo vederti stasera...-
- Domani... - disse lui - ci vediamo domani. -
- E dove andiamo...? - chiese la ragazza.
- Ti porto a cena fuori... -
- Ti chiamo domani. Buonanotte... -
- Buonanotte amore mio... - disse Marco interrompendo la comunicazione. La casa di Ambrogio era illuminata. Il giovane parcheggiò l’auto accanto ad un vecchio furgone. La porta era socchiusa. Bussò. Nessuno rispose. Entrò. Si sentivano delle voci provenire dalla cucina. Chiamò il padrone di casa ad alta voce. L’uomo lo invitò ad entrare. La stanza era invasa dal fumo. Il caminetto era acceso.
- Apri la finestra, per favore... - disse Ambrogio. Marco ubbidì. Diede un’occhiata ai presenti. Non conosceva nessuno. Erano tutti uomini al di sopra dei quarant’anni. Sul tavolo c’era una tovaglia di filo a quadratini rossi e blu. Il pane tagliato a fette sottili era stato abbrustolito e spennellato con olio d’oliva. C’erano delle fette di salame in un piatto ovale. Una caciotta di pecora faceva la sua bella figura nel centrotavola. Il vino nelle brocche di vetro era rosso scuro.
- Vuoi mangiare con noi...?- chiese il padrone di casa.
- Grazie, ho già cenato... - rispose Marco. Il giovane notò un uomo di spalle. Stava sistemando la legna nel forno. Attizzava la fiamma. Era molto alto. Aveva il capo completamente rasato. Si avvicinò per guardarlo meglio. La guancia destra era segnata da una grossa cicatrice. Gli occhi a mandorla erano scurissimi. Anche la carnagione era scura. Gli allungò un pezzo di legno.
- No... - esclamò lo sconosciuto - voglio quello. E’ più grosso. - Marco si piegò per raccoglierlo. Fu in quel momento che l’uomo gli pigiò la scarpa sulla mano.
- Ahi...! - gridò - che ti succede...? Sei impazzito...? -
- Te lo ripeto: voglio quello... - disse marcando il tono della voce. Ambrogio si avvicinò ai due.
- Il ragazzo fa del suo meglio... - interruppe padrone di casa - Non arrabbiarti.-
- Non sono arrabbiato... - rispose lui - Gli sto solo spiegando quello che deve fare. - Marco si alzò in piedi. Gettò il pezzo di legno sulla brace. Fece due passi verso il tavolo.
- Io sono Annibale... - disse l’uomo con la cicatrice.
- Annibale hai detto...? - ripetè il giovane - Non mi piace il tuo nome. - Lo sconosciuto scoppiò a ridere. Aveva dei denti molto grandi e squadrati. Sembravano capsule mal fabbricate.
- Ti chiami Marco...? - continuò lui - A me il tuo nome piace... - Il ragazzo si avvicinò alla finestra ancora spalancata. Accese una sigaretta. Cominciò a fumare. Ambrogio si era seduto davanti ad una grossa fetta di formaggio di pecora. L’odore era forte. Si distingueva chiaramente nonostante l’aria impregnata di nicotina. Gli ospiti si erano serviti da soli. Marco diede uno sguardo ad Annibale. Stava sorseggiando un bicchiere vino.
- Vieni. Mangia qualcosa con noi... - disse Ambrogio facendo cenno all’amico di avvicinarsi.
- Conosci Cornelio...? - chiese.
- No, non ci siamo mai visti... - rispose. Cornelio era un uomo di circa 50 anni. Aveva il cranio allungato. Il pizzetto sotto al mento appuntito lo faceva somiliare ad una capra. L’ospite sorrise. I denti erano sottili e appuntiti. Doveva essere un fumatore accanito a giudicare dal colore giallino dello smalto.
- Il ragazzo è un po’ timido... - continuò Annibale rivolto ai presenti.
- Non sono timido... - rispose Marco con una smorfia di disappunto.
- Allora sei maleducato... - aggiunse l’uomo dalla cicatrice. Il giovane rimase in silenzio. - A noi non piacciono le persone maleducate... - insistè Annibale. Ambrogio intervenne per difendere il giovane amico.
- Lasciatemi spendere qualche parole in favore di questo ragazzo... - disse finalemente il padrone di casa - E’ un giovane gentile e generoso. Sempre pronto a confortare il prossimo nel momento del bisogno...-
- Davvero...? - esclamò Annibale - Ho tanto bisogno di essere confortato. - I presenti scoppiarono a ridere contemporaneamente. Ambrogio poggiò un mazzo di carte sul tavolo.
- Tu non giochi...? - chiese Annibale.
- Non so giocare... - rispose Marco.
- Vedo che chiacchieri molto... - continuò lui.
- Faccio del mio meglio... - aggiunse il ragazzo. Era circa mezzanotte quando gli amici di Ambrogio lasciarono la casa di via Pozzi. Marco si trattenne in cucina. Attese che il padrone di casa rientrasse.
- Sono tuoi amici...? - chiese.
- Ci frequentiamo da un po’ di tempo... - rispose l’uomo. Marco si versò un bicchiere d’acqua. Guardò l’amico. Sembrava stanco.
- Chi è quel tizio con la cicatrice sulla guancia...? - domandò il ragazzo.
- Chi...? Annibale...? -
- Sì... proprio lui... -
- Non lo indovineresti mai... - rispose Ambrogio. Marco fece una pausa. Bevve lentamente sorseggiando il liquido frizzante.
- E allora...? - continuò il giovane - Vuoi dirmelo...? -
- Fino all’anno scorso faceva la guardia del corpo... -
- Per chi lavorava...? -
- Non so bene... - aggiunse il padrone di casa sparecchiando la tavola - Un tizio di Napoli...pare si occupasse di affari. -
- Che genere di affari...? - chiese ancora Marco.
- Affari suoi... - esclamò Ambrogio - La smetti di fare domande...? - Marco si alzò in piedi. Prese il giubbino. Lo indossò velocemente.
- Te ne vai...? - chiese Ambrogio. - Domani dovrò alzarmi presto... - rispose lui.
- Hai visto Luca...? - continuò il padrone di casa.
- Sì, sta bene. Si è ripreso. La madre mi preoccupa. E’ un po’ depressa. - Ambrogio sorrise appena. Si avviò nel corridoio precedendolo.
- Saresti depresso anche tu nelle sue condizioni... - ripetè l’uomo. In strada i lampioni dell’illuminazione pubblica era spenti. C’era una forte umidità.
- Fa freddo stasera... - disse Marco.
- Ci vediamo... - continuò Ambrogio - Me ne vado a dormire. Buonanotte. -
- Sogni d’oro... - aggiunse Marco avviandosi in direzione della macchina.

Il bosco era umido, odoroso di muschio. I ricci delle castagne erano disseminati al suolo. Adagiati su uno sfondo di foglie morte. Luca si chiuse il giubbino di pelle. Sandra li precedeva di qualche metro. Cercava qualcosa con la punta di un bastone di legno.
- Cosa fai...? - chiese Luca.
- Ci dev’essere qualche fungo... - rispose la madre - Ha piovuto stanotte. - Marco si avvicinò a Luca. Gli mise una mano nella tasca posteriore del pantalone. Il ragazzo gli allungò il braccio alla vita.
- Come stai...? - chiese Marco sottovoce.
- Bene... - rispose Luca.
- Bene, bene...? - continuò Marco. Luca si staccò da lui. Fece una smorfia imbronciata.
- Che ti prende...? - continuò il giovane.
- Niente...Ripetono tutti la stessa frase - aggiunse Luca - Io sto bene. - Marco si mise le mani in tasca. Rimase in silenzio per qualche minuto. Il ragazzo gli camminava davanti.
- D’accordo...hai ragione... - continuò lui - Scusami. Vieni qui...- Marco l’ afferrò per un braccio stringendolo per la vita.
- Smettila... - protestò Luca - C’è mia madre... -
- Eccola laggiù... - indicò puntando l’indice davanti a sè - Non ci vede. Voglio baciarti. -
- Lasciami... - strattonò il ragazzo - Non ne ho voglia. - Marco diede un calcio ad un mucchio di foglie morte. Si allontanò a passo svelto in direzione della donna. Luca rimase fermo allo stesso posto. Sedette su una pietra.
- Sandra...- chiamò Marco - Vieni. Conosco un posto dove escono i funghi. - La donna si voltò verso di lui.
- Davvero...? - esclamò sorpresa - Sapevo che c’erano dei posti specifici dove cercare i funghi. Ma nessuno me li ha mai indicati. -
- Vieni... - continuò lui - E’ qui vicino... - Salirono verso l’alto. L’arrampicata era faticosa. Sandra si fermò più volte a riprendere fiato. La luce solare filtrava dai rami.
- Si sta asciugando l’umidità della notte... - osservò la donna. Marco cominciò a frugare in mezzo ad alcuni vecchi tronchi. Il fogliame caduto al suolo era marcio. Provò a scavare con un ramo. La ricerca continuò per circa un’ora.
- Forse è già passato qualcuno... - disse Sandra - Magari si è accorto dei funghi e li ha raccolti. - Il giovane fece una smorfia di delusione.
- Accidenti... - esclamò - avrei tanto voluto trovare un bel porcino verace... - Sandra scoppiò a ridere. Sembrava serena.
- Perchè ridi...? - chiese lui.
- Sembri Luca quando fa il broncio... - rispose lei. Marco si alzò in piedi. Provò a sistemarsi la giacca. Aveva le mani sporche di terra.
- Andiamo da Luca... - disse Sandra - Non lo sento. Sono preoccupata. - Ripercorsero la strada a ritroso. Videro il ragazzo da lontano. Si era seduto a cavalcioni su un ramo basso di un grosso albero. Marco corse verso di lui. La donna lo seguì.
- Che fai lassù...? - domandò il giovane appena l’ebbe raggiunto.
- Ho visto una biscia... - rispose Luca - Ho paura dei serpenti... -
— Chissà cosa hai visto... - ripetè Marco - Una biscia in mezzo al bosco...? E...con questa umidità...? Impossibile...! - Luca fece una smorfia di disappunto.
- Ti dico che era proprio un serpente... - ripetè offeso.
- Ma certo... - continuò l’amico - magari era un cobra. Forse si trattava di un pitone reale. Scendi...!-
- No... non scendo - esclamò Luca - Devi chiedermi scusa. -
- Ti chiedo scusa... - disse Marco in tono conciliante - Scendi... - Nel primo pomeriggio Marco accompagnò Sandra a casa di un’amica.
- La domenica ho il giorno libero... - disse la donna - Vado da Carla. Ci beviamo un caffè. Facciamo una passeggiata. - Luca salutò la madre lasciandola sotto casa dell’amica. Risalì nella macchina di Marco. Il giovane mise in moto la vettura allontanandosi velocemente.
- Dove vuoi andare...? - chiese lui.
- A casa mia... - rispose Luca - Voglio dormire. Sono stanco. -
- Anch’io sono stanco... - continuò Marco - Posso dormire con te... ? - Luca lo guardò con espressione distratta.
- Se ti va di venire... aggiunse il ragazzo - vieni pure... - L’appartamento era in disordine. Luca attraversò il corridoio. Accese lo stereo in soggiorno. Si diresse in bagno. Aprì il rubinetto nella vasca. Marco si sdraiò sul divano. Rimase in silenzio per qualche istante. Sentiva scorrere l’acqua. Luca apparve sulla soglia della porta. Aveva sfilato i jeans. Saltò giù dal divano. Lo raggiunse. Lo abbracciò. Cercò di baciarlo.
- Amore mio... - ripetè in una specie di delirio - amore mio...amore mio...Dimmi che mi ami...So che mi ami...Dimmelo... - Aveva un tono dimesso, supplichevole.
- Dimmelo Luca...ti prego...- Il ragazzo rimase in silenzio. Nessuna parola fuoriuscì dalla sua bocca.

Angela Colella


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