La Carovana della Pace in Sicilia. Il diario di Nella Ginatempo. In attesa di rivederci tutti il 20 marzo...
di Nella Ginatempo (Bastaguerra!)
Eccoci a Palermo il 1° marzo. Arriviamo sotto una pioggia fastidiosa che ci
bagna e strappa tutti i cartelloni incollati sulle pareti del pulmino. Ci
manca l’amplificazione, ogni volta dobbiamo chiederla in prestito ai locali
e non sempre funziona oppure se la riprendono quando finisce la tappa.
Comunque siamo a Palermo, andiamo a incrociare il corteo di Cobas, studenti
e insegnanti. Parliamo al microfono, li invitiamo al 20 marzo. Ci sono anche
gli occupanti di case, un comitato di lotta per la casa che reclama CASE PER
TUTTI NO ALLE SPESE MILITARI. Poi andiamo all’Università dopo un giro di
alcuni quartieri in cui megafoniamo. A Lettere c’è l’agitazione contro la
"riforma": facciamo un incontro in cui spieghiamo il senso della carovana,
gli obiettivi di una politica di disarmo, la questione dell’economia di
guerra e delle banche armate. Partecipano anche i Giovani Comunisti e
Francesco Lo Cascio di Lilliput che invita i presenti all’azione del
pomeriggio davanti a Banca Intesa a piazza Politeama (campagna contro le
banche armate).
Prima di partecipare alla piazza tematica organizzata dal coordinamento
delle associazioni a Palermo (chi dice che i siciliani sono disorganizzati?)
andiamo a portare una bandiera arcobaleno a via D’Amelio, sotto l’Ulivo
piantato per la strage di mafia in cui fu ammazzato Borsellino, e subito
dopo in Via Notarbartolo sotto l’Albero Falcone. Per non dimenticare la
guerra di mafia in Sicilia, per ribadire anche così il No a tutte le guerre.
A Piazza Politeama una pioggia battente, i gazebo allagati, dovevate vedere
Nicola Cipolla che parla sotto l’acqua sul palco grondante, riparato dall’
ombrello di Pietro Milazzo che per riparare il grande vecchio si piglia
tutta l’acqua lui. Questa pioggia non è pacifista e il governo è ladro.
Facciamo le parlate al microfono, ci sono centinaia di attivisti, allegri
generosi bagnati, ma manca il grande popolo della pace.
Siamo a Termini Imerese, la mattina del 2 marzo. Affollata assemblea dentro
il liceo scientifico dove il preside e gli insegnanti hanno deciso di
accogliere una tappa della carovana. Bellissimi volti attenti degli
studenti, domande sull’economia di guerra, sul che fare qui nel quotidiano,
nelle periferie. Attorno alla scuola, nella società di Termini, invece, il
deserto. Non incontriamo gli operai perché i sindacalisti FIOM ci dicono che
i cancelli sono chiusi, c’è la cassa integrazione e gli operai sono molto
depressi. Ci accompagna Silvana Bova, coordinamento donne di Termini, una
protagonista delle lotte dell’anno scorso. Lei ci spiega il clima che c’è,
dentro una Camera del Lavoro vuota. Mi chiedo se ci sarà mai un rendiconto
su questa sconfitta operaia. Anziché continuare ad alimentare la retorica
sulla grande radicalità delle forme di lotta che ci sono state, dobbiamo
guardare i risultati oggi. E’ mancata una progettualità politica all’altezza
della complessità della situazione??? Il movimento ha solidarizzato, ma non
è riuscito a farsi soggetto politico propositivo e a sostenere una
continuità delle lotte??? Io ho solo domande. Certo questo spaventoso
riflusso e questo disinteresse verso la mobilitazione contro la guerra deve
avere a sua origine alcuni gravi errori.
A Cinisi incontriamo la mamma di Peppino Impastato, a casa sua, insieme con
Giovanni Impastato e ad un gruppo di compagni venuti a solidarizzare. Il
nostro indimenticabile compagno di RadioAut, ammazzato dalla mafia, è ancora
qui in questa casa. Non posso raccontarvi la tragicità di questa madre,
altrimenti dovrei buttarmi a piangere e spegnere il computer.
Mafia-affari-guerra, sentiamo la dignità e il dolore e anche la ribellione.
A Partinico ci accoglie un gruppo di compagni ambientalisti con bandiere
arcobaleno lungo lo stradone. Ci portano nella piazza del paese piena di
bambini che disegnano e producono oggetti arcobaleno: ci regalano tante
cose. Sono arrivate delegazioni dai Comuni vicini, Alcamo e Castellammare,
ci sono le scuole, c’è un grande sole con nastri arcobaleno che simboleggia
l’energia alternativa e che vorrebbero farci portare a Roma.
Ma noi gli
diciamo che il sole devono portarlo a Roma con le loro mani e le loro gambe
perché il 20 marzo ha bisogno di loro. C’è un clima molto partecipato,
tantissimi interventi al microfono, mettono al centro l’ambiente e la
questione della distilleria che inquina l’aria dei loro bambini. Vorremmo
abbracciarli tutti, ci fanno capire che avevamo ragione a intrecciare il
tema della guerra a quelli delle lotte di territorio.
La mattina dopo intraprendiamo la lunga strada per la montagna di Cammarata
nell’Agrigentino. Anche qui, come ad Augusta, è stata una associazione
locale a chiamarci: ad Augusta era Casa Comune, a Cammarata si chiama
CARTAVETRATA.
E’ incredibile la partecipazione che hanno saputo suscitare in
questo paese e nel paese vicino (S. Giovanni Gemini). Sui mille metri con un
freddo polare scendiamo dal pulmino in mezzo ad una grande folla di
studenti, donne, vecchi bambini. Si parla con un megafono dal balcone della
chiesa, in piazza, c’è tutto il paese. Andiamo a fare uscire dalle altre
scuole medie ed elementari gli alunni e gli insegnanti, poi piantiamo gli
alberi della pace. Sono ulivi, qualcuno fa la battuta "MA QUESTI SONO SENZA
ELMETTO". Uno di questi alberi viene piantato davanti al monumento dei
caduti per la patria: i ragazzi di Cartavetrata dicono che nessuno vuole
altri caduti per la patria, altri eroi, che la patria è il mondo intero e
deve fare a meno delle armi. Hanno prodotto una gigantesca bandiera
arcobaleno firmata da centinaia di persone dei due paesi. Ma noi gli diciamo
che ci saranno i treni da Palermo e che devono portarla a Roma con tutte le
scuole di Cammarata e S. Giovanni. Poi ci riempiono di cibo frutta e baci e
noi ripartiamo, ma abbiamo subito nostalgia.
Prima di arrivare a Caltanissetta ci fermiamo al CPT di Pian del Lago. La
carovana arcobaleno ha chiesto al Forum Nisseno per la pace i permessi per
ispezionare sia il centro di identificazione, sia il centro permanente.
Entriamo con due deputati regionali, Liotta e Miccichè. Siamo venuti qui per
denunciare l’oscena guerra ai migranti che si svolge in tutta Italia e
soprattutto sulle coste della Sicilia e dentro questi lager.
Il personale si
affanna a mostrarci "le condizioni umanitarie" dei detenuti, ci fanno vedere
che è pulito e che ci sono le sale di soggiorno. Ma l’impressione immediata
che ricavo è la rabbia impotente contro queste gabbie. Sembra uno zoo: ma
dentro i recinti non ci sono scimpanzé, ci sono figli disperati di quei
popoli che abbiamo colonizzato o devastato e a cui neghiamo ogni più
elementare diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza.
Mi vergogno di
essere cittadina della Repubblica Italiana. L’edificio del centro di
identificazione, a differenza delle casette del centro permanente non è un
edificio ma una sequela di containers di metallo. Peggio delle gabbie:
dentro ci sono letti a castello con lenzuola di carta, preferisco guardare
dalla porta senza entrare perché mi manca l’aria: molti dormono alle sei del
pomeriggio, forse imbottiti di sedativi. Parlo con uno di loro in sala
mensa, tradotto da un interprete: si tratta di un iracheno, è scappato dall’
Iraq per sfuggire alla guerra di Bush, gira l’Italia da un anno, vagando da
un centro di identificazione all’altro perché non vuole chiedere il diritto
di asilo che gli toglierebbe la possibilità di rientrare nel suo paese.
Vertigine di paradossalità, di fronte a tutti questi solerti funzionari (ma
quanti sono!!!). Insomma l’unica è SMONTARLI. Quando li smontiamo, questi
lager, con una pacifica rivolta di massa?
Andiamo ad una assemblea pubblica dentro la sala del Comune di
Caltanissetta, "Comune per la pace". Il sindaco si dichiara pacifista e
arriva anche un messaggio del vescovo. Il Forum nisseno per la pace promette
una prossima mozione del Comune per il ritiro delle truppe. Staremo a
vedere.
In piazza animazione, musica e raccolta firme. Fa tanto freddo, anche qui
come a Palermo e Catania, ci sono gli attivisti ma il popolo della pace,
forse scettico, forse freddoloso è rimasto a casa.
La mattina del 4 marzo arriviamo a Messina con la festa nel cuore per la
notizia che ci è arrivata del ricorso del Tar contro il progetto di Ponte
sullo stretto: il Messina social forum lavora da anni contro questa "guerra
alla natura" e questo è un primo risultato. Ci accoglie un gruppo di
attivisti con le bandiere e cantiamo O bella ciao. La piazza tematica dura
tutto il giorno, arrivano anche alcune classi di scuola il pomeriggio.
Rivedo i volti del compagni del ’68, oggi invecchiati e sempre qui sulla
breccia, oggi nella Rete di Messina contro tutte le guerre, con loro anche
alcuni giovani e anche i frati minori di S. Francesco. La pace come
principio unificante? Forse, sicuramente dell’opinione pubblica, meno di un
movimento che possa davvero lottare ed essere efficace. Circa la
partecipazione popolare, anche qui scarsa presenza in piazza e clima di
scetticismo nelle strade.
CONSIDERAZIONI
il metodo delle carovane è molto efficace nel ritessere i legami di un
tessuto strappato. Potremmo riprenderlo una volta all’anno per lanciare la
campagna sulle basi militari o altre grandi iniziative nazionali;
il risultato positivo delle carovane è soprattutto l’aver messo in
collegamento i gruppi sparsi di attivisti unificando una agenda di
iniziative e l’aver buttato i semi nei territori locali per la continuità
del lavoro di lunga durata, oltre il 20 marzo;
la partecipazione è stata maggiore nei piccoli paesi che non nelle città,
che sono più disgregate e spesso teatro di divisioni politiche tra partiti e
correnti anche se va lodato lo sforzo riuscito nelle città siciliane di
lavorare in modo unitario;
non sono in grado di prevedere se per il 20 marzo si muoverà davvero la
partecipazione di massa, che mi sembra disorientata anche dal comportamento
politico della maggioranza del centrosinistra.
Abbiamo raggiunto migliaia di persone con la somma delle tappe che abbiamo
percorso. Tutte esprimevano una vera domanda di mutamento e dunque
implicitamente di potere: la loro domanda di pace (portare l’Italia fuori
dalla guerra globale, rompere questo modello militarista e neoliberista) e
di giustizia richiede atti concreti e rappresentanza politica in Parlamento
e nei luoghi dove si decide. Hanno parlato con noi i senza voce, i bambini
di Partitico, i ragazzi di Termini, i rifugiati oppressi del Cpt; cosa
risponde loro la politica del Palazzo??? Se non riusciamo a farli ascoltare
ci sarà un gigantesco riflusso molto peggio di quello di Termini Imprese.
Il
nonvoto in Parlamento è una beffa per quelle migliaia di occhi che ci
guardano. Dobbiamo assumerci la responsabilità di una durissima critica poli
tica contro chi li deluderà in Parlamento se non vogliamo perderli anche
noi. Se vogliamo salvare per dopo il 20 marzo uno stretto e lungo cammino
per il movimento per la pace.
Nota: il testo di Nella Ginatempo è stato diffuso da GRANELLO DI SABBIA (n°124), bollettino elettronico settimanale di ATTAC, lunedì 15 marzo 2004.