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La bomba di Hitler

La scoperta della fissione nucleare e le sue conseguenze

di pietro g. serra - lunedì 7 agosto 2006 - 10885 letture

RAINER KARLSCH, LA BOMBA DI HITLER, Lindau Edizioni (a ottobre in libreria)

Nel 1938, poco prima di Natale, il professor Otto Hahn e il suo assistente Fritz Strassmann portarono a termine presso l’Istituto Kaiser Wilhelm (Kaiser-Wilhelm-Institut, KWI) per la chimica di Berlino una straordinaria serie di esperimenti. Attraverso il bombardamento dell’atomo di uranio con neutroni di radio, essi riuscirono a suddividerlo in due parti. Otto Hahn, che era il miglior radiochimico del mondo dell’epoca, non riusciva a crederci. Scrisse quindi alla sua ex collaboratrice, Lise Meitner, che nel frattempo aveva dovuto lasciare la Germania, per chiederle un’opinione in merito.

Come tutti i fisici nucleari più autorevoli del tempo, anche Lise Meitner fino a quel momento era convinta che fosse impossibile suddividere il nucleo di un atomo. Voler dividere un nucleo apparentemente compatto, tenuto insieme da potenti forze di coesione, con l’azione di un unico neutrone era come lanciare un ciottolo contro un masso, con la speranza che quest’ultimo si rompesse in due pezzi.

La Meitner discusse questo problema con il nipote, il fisico Otto Frisch: essi arrivarono a parlare del «modello a goccia» del nucleo atomico, inventato da Niels Bohr, secondo il quale gli atomi pesanti si comportano come le gocce di un liquido, si dilatano e si comprimono come un palloncino pieno d’acqua. Secondo questa teoria, ognuna di queste «gocce» possiede inoltre una tensione superficiale, per mezzo della quale il nucleo atomico rimane stabile nonostante la sua mobilità. Nel nucleo dell’atomo sono presenti due forze contrapposte: quella di repulsione dei protoni e quella di attrazione del nucleo. In condizioni normali le due forze si annullano, per cui le goccioline di liquido rimangono ferme in un equilibrio statico fra esplosione e implosione. Meitner e Frisch arrivarono alla conclusione che in un atomo particolarmente pesante come quello dell’uranio la tensione superficiale dovesse complessivamente diminuire, a causa della carica crescente. Analogamente possiamo ritornare all’esempio del palloncino pieno d’acqua, la cui superficie diventa tanto più sottile quanto più il palloncino è grande e pesante. In questa condizione è sufficiente un solo colpo con il dito (oppure con un unico neutrone) per far scoppiare il nucleo atomico. Svelato l’arcano della fissione nucleare. Ma Meitner e Frisch giunsero a un’ulteriore conclusione: le due parti risultanti dalla scissione dell’atomo dell’uranio dovevano essere insieme teoricamente un po’ più piccole dell’atomo di partenza, all’incirca un quinto della massa di un protone. I due studiosi capirono subito dove era finita la massa mancante: una parte del nucleo era stato convertito in energia, in una gran quantità di energia. Quindi un unico atomo poteva generare con la sua divisione circa 200 milioni di elettronvolt (MeV), una quantità enorme.

Hahn e Strassmann pubblicarono i risultati dei loro esperimenti il 6 gennaio 1939 e le straordinarie scoperte si diffusero a macchia d’olio nella comunità mondiale dei fisici. L’elemento più affascinante della nuova reazione nucleare era la grande produzione di energia, ma Hahn non aveva considerato una questione: non aveva cioè calcolato se durante questo processo venivano liberati dei neutroni.

Le speranze, ma anche i timori dei fisici nucleari in quei giorni si orientarono verso l’analisi della possibilità di un effetto valanga. Molti fisici giunsero, indipendentemente gli uni dagli altri, a formulare l’ipotesi che durante la fissione potesse avvenire una produzione di neutroni, da cui era possibile l’innesco di una reazione a catena.

Quando, il 22 aprile 1939, il fisico francese Jean Frédéric Joliot-Curie confermò sulle pagine della rivista «Nature» l’esistenza di questa reazione a catena, in Germania scoppiarono vivaci discussioni in ambito scientifico, a cui seguirono anche delle reazioni ufficiali. Da più parti numerosi fisici richiamarono l’attenzione delle autorità sulle possibilità, economiche e militari, di sfruttamento della fissione nucleare. Fu Wilhelm Hanle, un giovane fisico che si era appena trasferito dall’università di Jena a quella di Gottingaa dare l’avvio alla questione. Egli doveva fare una relazione sulla fissione nucleare per un colloquio universitario: «Come era mia abitudine, poco prima mi recai in biblioteca. Qui mi ritrovai fra le mani un lavoro di Joliot, Halban e Komarski sull’emissione di un numero cospicuo di neutroni veloci durante la scissione dell’uranio per mezzo di un neutrone lento. Feci immediatamente due più due: l’utilizzo dell’energia nucleare era sempre stata un sogno dei fisici nucleari, e d’ora in avanti rientrava nell’ambito delle possibilità».


È mai esistita una bomba atomica tedesca? La questione dell’arma segreta del Führer ha innescato, dopo la prima edizione di La bomba di Hitler, violente discussioni. Secondo gli studiosi, ai tedeschi sarebbero mancati i presupposti fondamentali per realizzare le armi nucleari: il Terzo Reich non possedeva nessun complesso atomico scientifico-industriale, non c’era in Germania alcun reattore funzionante con cui produrre il plutonio, né tanto meno esistevano degli impianti per arricchire l’uranio su vasta scala. Gli attacchi aerei alleati compromettevano sempre di più l’economia di guerra tedesca e inoltre mancavano le strutture per la ricerca, necessarie per portare avanti con successo un progetto nucleare.

Tutte queste argomentazioni prendono come punto di riferimento il progetto americano. Come è noto infatti, gli americani, con il sostegno di scienziati inglesi e canadesi e con il dispiegamento di ingenti risorse materiali, finanziarie e di personale, crearono fra il 1942 e il 1945 un grande complesso atomico con molti laboratori di ricerca, diversi reattori e grossi impianti per la produzione di materiale fissile. L’America era spinta in questa impresa anche dalla paura della bomba atomica tedesca. Negli ultimi mesi di guerra i servizi segreti degli Alleati avevano però appurato con sollievo che il Terzo Reich aveva, sì, sviluppato un imprecisato numero di nuovi sistemi di artiglieria, ma apparentemente non era in possesso della Wunderwaffe, l’arma miracolosa chiamata bomba atomica. Le cose però non sono così chiare come sembrano.

Sono le immagini a influenzare il nostro pensiero. Di queste immagini impressionanti, a cui la storia del XX secolo sarà per sempre associata, fanno parte anche le foto e i filmati dei funghi atomici. La palla di fuoco devastante, la gigantesca nuvola di polvere, il vuoto desertico al centro dell’esplosione, gli ingenti danni visibili per chilometri e chilometri: tutto questo si è profondamente impresso nella memoria storica dei popoli. Nessuno di coloro che hanno visto i corpi come disciolti, svaniti nel nulla, potrà dimenticare l’orrore che ne è seguito. Hiroshima è diventata una delle metafore principali del secolo scorso.

Da quando le bombe americane sono state lanciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945, l’esplosione atomica è paragonata alla più grande forza distruttiva mai esistita. E da allora la ripugnanza degli uomini verso la bomba nucleare è tale che in concreto noi conosciamo pochissime cose sul funzionamento di quest’arma e sugli effettivi pericoli che ne derivano. Di ciò sembrano invece non preoccuparsi i governi di quegli stati che sono in possesso di armi chimiche. Accanto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia -, oggi figurano anche Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Tuttavia, numerosi altri stati dispongono di conoscenze teoriche per la realizzazione di armi nucleari, cosa che non ha fatto che accrescere la segretezza delle operazioni.

Per questo ci sono ad esempio pareri totalmente falsi in merito alla durata e all’intensità del raggio d’azione di un’esplosione atomica. Molti credono che il terreno dove è avvenuta l’esplosione resti contaminato per decenni e che non possa più venire calpestato senza danni per il corpo e pericolo per la vita stessa. Invece, nell’area colpita, le radiazioni diminuiscono drasticamente già poche ore dopo l’esplosione. Per questo motivo gli scienziati americani riuscirono solo con molta difficoltà, alcune settimane dopo il lancio della bomba su Hiroshima, a dimostrare un valore anomalo del casio 137. Se non ci fossero dei monumenti nelle città a ricordarlo, nessun visitatore ignaro potrebbe oggi immaginare quale tragedia sia avvenuta in quei luoghi nell’agosto 1945.

L’immagine spesso utilizzata del «deserto nucleare» è molto efficace a livello emotivo, ma non corrisponde totalmente alla realtà. Poiché anch’io inizialmente facevo riferimento alle immagini di Hiroshima, presi con leggerezza i primi accenni a un test tedesco sulla bomba atomica effettuato all’inizio del 1945. Successivamente la cosa suscitò invece la curiosità dei ricercatori. Tanto da essere il punto di partenza di questo libro.

Nella seconda metà degli anni ’90 mi sono occupato approfonditamente dell’industria mineraria dell’uranio nell’ex DDR e ho pubblicato alcune opere su questo tema. Nella letteratura relativa all’argomento il mio nome veniva di conseguenza spesso citato e ricevevo regolarmente domande su questo o quel dettaglio. Nel maggio 2001 ricevetti una breve lettera dal giornalista televisivo Heiko Petermann, il quale si stava occupando della questione dei test atomici nel Reich tedesco: egli stava verificando che questi test avessero realmente avuto luogo e mi chiedeva quante tonnellate di uranio fossero allora a disposizione dei tedeschi. Mi sentii come preso in giro e la mia risposta fu brusca e concisa.

Heiko Petermann mi sottopose allora dei racconti di alcuni testimoni dell’epoca: tutti sostenevano che verso la metà di ottobre 1944 e all’inizio di marzo 1945 avevano avuto luogo, rispettivamente sul Mar Baltico e in Turingia, degli avvenimenti di tipo nucleare. Il teste principale dell’esperimento sul Baltico era l’inviato di guerra italiano Luigi Romersa, che aveva già pubblicato più volte la sua esperienza. La versione dei fatti da lui sostenuta contrastava con il quadro generalmente tramandato dello stato delle ricerche nucleari in Germania e per questo suscitò fin da subito un certo scetticismo.

Molte dichiarazioni facevano riferimento al test in Turingia. I testimoni citavano delle conversazioni con alcuni degli scienziati responsabili dell’esperimento, descrivevano un test dall’esito positivo e parlavano della morte, in seguito a una violenta esplosione, di centinaia di prigionieri di guerra e detenuti. Un testimone aveva ancora nelle orecchie le ultime parole pronunciate da uno dei prigionieri in punto di morte: «Fuoco, molti morti sul colpo, scomparsi dalla faccia della terra, semplicemente non più lì, molti con ustioni estese, molti ciechi». Tutto questo suonava molto strano e poco convincente.

A una misteriosa arma prodigiosa avevano accennato anche i vertici militari del Terzo Reich. Nell’agosto del 1944 Hitler, in una conversazione con il capo di Stato rumeno Antonescu, fa riferimento a una bomba che avrebbe un effetto così devastante da «distruggere ogni forma di vita nel raggio di tre o quattro chilometri dal punto dell’esplosione». Il suo ministro degli Armamenti, Albert Speer, in un colloquio confidenziale nel gennaio 1945 si spinse ancora oltre, tanto da dichiarare: «Dobbiamo ancora resistere un anno e poi vinceremo la guerra». Speer parlò di un nuovo esplosivo, e proseguì indicando la scatola di cerini sul tavolo accanto a loro: «Un esplosivo che, con la stessa quantità contenuta in questa scatola, è in grado di distruggere l’intera città di New York». Ancora all’inizio di marzo del 1945, quando le truppe americane avevano appena oltrepassato il Reno e l’Armata Rossa sull’Oder era a soli 60 chilometri da Berlino, il capo delle SS Heinrich Himmler, in una conversazione con il suo medico personale, riponeva tutte le sue speranze in una bomba atomica: «Non abbiamo ancora impiegato la nostra ultima arma prodigiosa. Le V1 e V2 sono certo armi efficaci, ma la nostra arma decisiva produrrà degli effetti che nessuno è in grado di immaginare. Una o due esplosioni e città come New York o Londra spariranno dalla faccia della terra». Siamo a conoscenza, inoltre, di una serie di dichiarazioni simili provenienti dalla ristretta cerchia di Hilter. [...] Gli studiosi di storia contemporanea interpretano queste dichiarazioni come propaganda o semplici fantasie, ben lontane da ogni plausibile realtà. La posizione della storiografia è stata finora evidente: il fallimento del progetto atomico tedesco si può leggere in ogni buon libro di storia. A metà del 1939 venne creata la cosiddetta Lega dell’uranio (Uranverein), un ente, sebbene non particolarmente operante, per la ricerca, coordinato dall’Ufficio Armi dell’esercito tedesco e dal Consiglio delle ricerche del Reich. Dal momento che fra gli esperti dell’Uranverein figurava anche il chimico tedesco Otto Hahn - colui che nel dicembre 1938 aveva scoperto la fissione - gli alleati trassero le loro conclusioni, e cioè che gli scienziati tedeschi probabilmente lavoravano alacremente allo sviluppo dell’energia nucleare per il suo sfruttamento a scopi militari. La paura di una bomba tedesca fungeva quindi da stimolo per il loro stesso progetto.

Sul reale stato della ricerca atomica tedesca erano allora in circolazione a Londra, Washington e Mosca solo poche e confuse informazioni. Il capo militare del progetto nucleare americano, il generale Leslie R. Groves, riunì un gruppo speciale con il nome in codice di «Alsos», che aveva il compito di scoprire fino a che punto si fossero spinti i tedeschi con i loro tentativi. Alla direzione scientifica venne nominato il fisico olandese Samuel A. Goudsmit. Egli non solo possedeva i presupposti teorici indispensabili, ma aveva conosciuto personalmente, durante un periodo di studio a Gottinga, anche molti dei migliori fisici tedeschi. Agli uomini di Goudsmit si deve un’importante scoperta, che questi fecero nel novembre 1944 all’Università di Strasburgo. Da alcuni documenti sottratti all’Università risultò che i tedeschi erano ancora in fase decisionale per la costruzione di una «macchina a uranio», e dunque non erano ancora in possesso di un reattore funzionante con cui poter ottenere del materiale fissile per la fabbricazione di una bomba. Goudsmit scriverà successivamente: «Non c’era alcun dubbio. Il presente materiale provava chiaramente che i tedeschi non solo non avevano una bomba atomica, ma che non avrebbero neanche potuto costruirla in una forma utilizzabile [...]. Dopo Strasburgo fu soltanto un’avventura». E anche i servizi segreti angloamericani alla fine del 1944 condividevano questa analisi.

Dopo la fine del conflitto in Europa, gli americani si concentrarono sulla schermatura del «Progetto Manhattan», dal momento che la guerra contro il Giappone non era ancora terminata. Volevano inoltre evitare di divulgare altri dettagli sulla ricerca nucleare tedesca e soprattutto una discussione aperta sull’uranio, con l’intenzione di tenere lontana l’Unione Sovietica dai segreti sull’energia atomica. Per questi motivi, nell’estate 1945 dieci fra i più importanti scienziati tedeschi vennero deportati in Gran Bretagna e rinchiusi nel cottage di Farm Hall. Le loro conversazioni vennero costantemente tenute sotto controllo. Quando all’inizio degli anni ’90 i rapporti sulle loro conversazioni vennero finalmente resi noti, furono dissipati anche gli ultimi dubbi: il progetto degli scienziati tedeschi era fallito, la «guerra dei fisici» l’avevano vinta gli americani. Nell’immediato dopoguerra gli americani, in quanto unica potenza nucleare, si trovarono dunque a ricoprire un nuovo ruolo predominante, cosa che contribuì alla denigrazione delle prestazioni scientifiche degli altri paesi. Nel 1947 Goudsmit, impressionato dai crimini compiuti dal regime nazionalsocialista e pieno di rabbia nei confronti delle élite tedesche, mostrò un quadro a tratti fortemente distorto della ricerca tedesca sull’energia atomica. Secondo lui, fra i motivi del fallimento dei fisici tedeschi c’erano la trascuratezza nelle ricerche di base e soprattutto l’incapacità nella gestione del progetto atomico. Goudsmit stabilì inoltre un confronto tra la scienza di un regime totalitario e quella di una democrazia, per giungere alla conclusione che solo nella seconda potesse sussistere la libertà intellettuale necessaria al pieno sviluppo scientifico. La tesi apparve illuminante, ma lasciava degli interrogativi irrisolti, come il motivo per cui il regime totalitario del Terzo Reich, così come del resto anche quello dell’Unione Sovietica, si trovasse al vertice del progresso tecnico in determinati settori degli armamenti. Il colpo decisivo di Goudsmit riguardava il vincitore del premio Nobel Werner Heisenberg, che egli considerava la mente scientifica del progetto tedesco: secondo lui, Heinsenberg e i suoi collaboratori avrebbero voluto realizzare una bomba atomica, ma fallirono a causa di alcuni errori scientifici e del loro autocompiacimento.

Gli scienziati tedeschi, attaccati nel proprio onore professionale, non potevano certo stare a guardare. Alcuni reagirono pubblicando degli articoli sulle riviste di settore, per cercare di chiarire il loro ruolo all’interno dei progetti nucleari del Terzo Reich; altri si limitarono all’esposizione del loro lavoro nell’ambito del programma di ricerca, evitando però qualsiasi riferimento alle circostanze esterne. Tra le righe di queste dichiarazioni emerse l’impressione che durante il periodo bellico gli istituti di fisica del Terzo Reich avessero portato avanti solamente delle ricerche di base. Questo fu il contributo tedesco alla creazione della leggenda sull’arma segreta dei nazisti.

Il primo libro scritto da un estraneo alla vita scientifica tedesca uscì nel 1956 ed ebbe un successo strepitoso: Heller als tausend Sonnen. L’autore, Robert Jungk, si basava principalmente sulle sue interviste agli scienziati che erano alla guida della Lega dell’uranio, sostenendo la tesi secondo la quale un gruppo di fisici convinti oppositori del regime avrebbe reso innocuo il progetto atomico e in questo modo sarebbe riuscito a impedire che Hitler entrasse in possesso di una bomba atomica. Dieci anni più tardi l’autore inglese David Irving riprese questa tematica e ricostruì una drammatica gara fra tedeschi e Alleati per la realizzazione della prima bomba atomica. All’inizio i tedeschi avrebbero avuto importanti assi nella manica, ma verso la fine del 1942 sarebbero stati superati dagli americani. Così, mentre il progetto tedesco procedeva a rilento, con il «Progetto Manhattan» gli americani poterono dare vita a un gigantesco complesso nucleare.

All’inizio degli anni ’90, lo storico scientifico Mark Walker introdusse con i suoi libri e articoli nuovi criteri di valutazione. Questi si basavano soprattutto sull’analisi dei German Reports, più di 390 relazioni di ricerca, che vennero stilate fra il 1939 e il 1945 dai membri della Lega dell’uranio. Walker smontò il mito della bomba atomica tedesca inventato da Robert Jungk. I tedeschi non avevano - a detta di Walker - ancora messo a punto la spaventosa arma; secondo lui i ricercatori che gravitavano attorno a Heisenberg non erano giunti a un punto tale da dover prendere una decisione pro o contro la realizzazione della bomba atomica. Nella prefazione all’edizione tedesca del libro di Walker Die Uranmaschine, Robert Jungk ritrattò la sua tesi dell’opposizione passiva al regime da parte dei fisici tedeschi. Pochi anni più tardi il giornalista scientifico americano Thomas Powers riaccese la discussione con il libro Heisenbergs Krieg. Secondo lui Heisenberg avrebbe consapevolmente manovrato il progetto tedesco da uno «sgabuzzino per le scope». Questa tesi provocò violente reazioni. La controversia proseguì e venne fomentata anche dal film per la televisione di Wolfgang Menge Ende der Schuld e dal lavoro teatrale Kopenhagen di Michael Frain. Sullo sfondo del dibattito restava sempre la questione della responsabilità morale degli scienziati. È difficile trovare altri esempi, in cui sia possibile illustrare così chiaramente i pro e i contro della «scienza oggettiva».

In questo dibattito lungo più di mezzo secolo, soltanto qualcuno sostenne l’esistenza di altri gruppi di ricerca accanto a Heisenberg e alla Lega dell’uranio. Ci furono casi, seppur isolati, di studiosi, come il fisico inglese Philip Henshall, che sostenevano che i tedeschi fossero probabilmente andati molto più avanti nelle ricerche di quello che generalmente si credeva. La tesi di Henshall di una cooperazione nucleare segreta del Terzo Reich con l’impero giapponese restò tuttavia senza prove, ma sollevò nuove e interessanti questioni. La speculazione si diffuse a tal punto che alla fine un paio di soliti incorreggibili riuscirono ad affermare che, per quanto riguardava le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, non si sarebbe trattato di armi americane, bensì di bombe tedesche. In teorie di questo tipo, che avvalorano la tesi del complotto, un’affermazione ne suscita altre, ma nessuna viene realmente convalidata. Fortunatamente lo studioso ha a disposizione numerose possibilità di controllo e di verifica: egli dovrebbe essere nella condizione di riuscire a «separare il grano dalla pula».

«Tutto quello che non c’è agli atti, non è successo.» Con questa indicazione i superiori si preoccupano di trascrivere un loro desiderio, in modo da fissare nero su bianco meno cose possibili in un’azione imminente. Proprio in tempo di guerra vengono distrutti molti dei documenti più scottanti. In guerra muore innanzitutto la verità. Regnano segretezza e censura. In gran parte tutto ciò vale anche per il progetto atomico. A Washington e a Mosca una parte dei più importanti documenti non sono accessibili alla ricerca storica.

Gli storici lavorano sistematicamente sulle fonti disponibili, perciò tendono ad abbozzare su avvenimenti non ben documentati, per non restringere i punti di vista possibili. Questo avvenne anche per la storia della bomba atomica tedesca, per la quale la ricerca venne ristretta alla sola Lega dell’uranio, perché fu l’unica a lasciare la maggior parte dei documenti scritti. Con ogni probabilità, si può supporre però che non fu solo l’esercito, o meglio il Consiglio delle ricerche del Reich, a dedicarsi alla fisica nucleare, ma anche la marina e l’aviazione, le poste (Reichspost) e altre grandi industrie; le loro attività, se mai vennero prese in considerazione, lo furono solo marginalmente. Ad aggravare la situazione contribuì anche il fatto che, a seguito della spartizione del Reich tedesco da parte degli Alleati, i documenti di molti istituti e uffici scientifici vennero dispersi in più direzioni. Le truppe sovietiche, ad esempio, sottrassero a Berlino tutto il patrimonio dei documenti dell’Istituto Kaiser-Wilhelm per la fisica (KWI), oltre a numerosi atti dell’Ufficio armi dell’esercito tedesco e di altri uffici militari, interi archivi industriali e molto altro ancora. E fino allo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 non ci fu alcuna possibilità di accedere a quegli atti.

La ricerca di questi documenti ha avuto per il presente libro un’importanza fondamentale. Grazie all’aiuto di alcuni amici russi, la responsabile del programma di ricerca «Storia della Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft durante il nazionalsocialismo», Carola Sachse, e grazie al sostegno del presidente della Società Max Planck, il patrimonio degli atti del KWI per la fisica e molti altri documenti che si trovavano in Russia, sono stati per la prima volta resi accessibili alla ricerca storica.

Per quanto concerne l’alto grado di segretezza fra i tedeschi stessi, questo rispettava un ordine del Führer del gennaio 1940. Più la guerra peggiorava, più diventava sospettoso. Il suo pilota Hans Baur racconta che Hitler aveva il sospetto che nel suo ambiente ci fosse una spia. «Alla fine del 1944 nel quartier generale del Führer regnava un’atmosfera di sospetto reciproco». In particolare Hitler si preoccupava di tenere le conversazioni sui temi più delicati direttamente a quattr’occhi con i suoi interlocutori. Questo valeva anche per la ricerca nucleare. Non sapremo mai fino a che punto lui fosse a conoscenza dei progressi nel progetto atomico. Generalmente si parlava di «un’arma miracolosa» (Wunderwaffe), ma se la conversazione assumeva un taglio più concreto, non doveva in alcun modo essere protocollata.

Gli stessi responsabili della ricerca nucleare ebbero conversazioni decisive solo a quattr’occhi e non annotavano mai sulle loro agende appuntamenti importanti. [...] Verso la fine della guerra molti documenti segreti vennero più o meno sistematicamente distrutti. Le lacune sono particolarmente consistenti fra gli atti che riguardavano la ricerca sia della marina, che dell’aviazione, delle SS e delle Poste. La situazione non sembra migliorare se ci si sposta nel settore privato. In molti archivi aziendali delle ditte che in un modo o nell’altro erano collegate alla ricerca nucleare - tra le quali I.G. Farben, Siemens, AEG e Auergesellschaft - si trovano solo frammenti di queste attività.

Quando lessi per la prima volta le dichiarazioni dei testimoni dei test del marzo 1945, reagii con un po’ di scetticismo. I testimoni parlavano veramente di un’esplosione nucleare? E come si poteva verificare? Simili racconti potevano essere solo il punto di partenza per un’argomentazione su basi scientifiche. [...] Nel frattempo i giornalisti Gerhardt Remdt e Erich Wendel dell’«Ilmenauer Kreiszeitung» ipotizzarono un legame fra la costruzione dell’ultimo quartier generale del Führer vicino a Ohrdruf, il movimento di merci preziose nell’area turingia e la produzione di nuove armi. Quando erano ormai convinti di essere sulle tracce della ricerca nucleare tedesca, nel gennaio 1967 la loro impresa venne fermata «dall’alto». Fu l’ufficio distrettuale della Stasi ad assumere la direzione delle successive ricerche. [...]

Forse si potevano rintracciare informazioni preziose negli archivi tedeschi, russi o americani? Dopo una ricerca durata due anni, con l’interessamento di numerosi colleghi e amici, fu il caso a venire in mio soccorso. Heiko Petermann si imbatté in un articolo del fisico russo Pavel V. Oleynikov dell’Istituto per la fisica tecnica del centro di ricerca nucleare di Chelyabinsk. Oleynikov parlava del ruolo degli scienziati tedeschi nel progetto atomico sovietico, basandosi su alcune lettere - da poco liberate dal segreto di stato - di Georgij Flerov, uno dei maggiori fisici sovietici del periodo bellico e post-bellico 40, che nel maggio 1945 si era recato in Germania per indagare sui test nucleari. Dalle sue lettere non si capisce se la sua missione si fosse conclusa con successo o meno, tuttavia questa era per me la prima vera prova che i racconti dei testimoni risalenti agli anni ’60 avevano un fondamento.

Con l’aiuto di amici russi, riuscii a entrare in possesso dei volumi sulla storia del progetto atomico sovietico, curati dai collaboratori dell’Istituto Kurchatov e pubblicati nel 2002 in un esiguo numero di copie. Qui è contenuta anche una lettera, risalente al 30 marzo 1945, che Igor Kurchatov, il capo del progetto sovietico, scrisse a Stalin, in cui si fa riferimento a un test nucleare in Germania: i servizi segreti militari dell’Armata Rossa, infatti, lo avevano appreso pochi giorni prima e avevano allertato il Cremlino. Dopo un attento esame, questi documenti sono risultati autentici, ma questa autenticità per lungo tempo non ha costituito una prova che quel test avesse realmente avuto luogo. Forse i tedeschi, nelle ultime settimane di guerra, avevano solo cercato di ingannare il governo sovietico? Singole fonti, per quanto importantissime, non hanno mai potuto essere sufficienti per una conclusione definitiva. Nel momento in cui i russi sono venuti a sapere del test, probabilmente lo hanno appreso anche gli americani e gli inglesi. Le relative ricerche nei National Archives a Washington, nel Public Record Office di Londra e Kew e in molti altri luoghi non hanno portato nessuna prova diretta, ma hanno fatto chiarezza su molti aspetti interessanti dell’industria tedesca degli armamenti, compreso il settore della fisica nucleare.

Parallelamente alle ricerche d’archivio, io e Heiko Petermann predisponemmo una campionatura delle aree in cui si supponeva si fossero svolti i test, così come dei prelievi del terreno e la loro analisi ad opera di diversi istituti specializzati nel rintracciare anche la più piccola quantità di radioattività. In questi accertamenti vennero coinvolti anche i fisici dell’Università Justus Liebig di Gießen, guidati del professor Arthur Scharmann, il professor Reinhard Brandt, radiochimico dell’università Philipps di Marburg, e gli scienziati del Physikalisch-Technischen Bundesanstalt (Istituto federale di fisica tecnica) di Braunschweig, diretti dal fisico sperimentale Uwe Keyser. Se si fossero verificate delle esplosioni nucleari sulle superfici sospette, allora si sarebbero dovuti registrare nei campioni di suolo dei valori decisamente al di sopra delle soglie normali di elementi come il casio 137 e il cobalto 60.

Purtroppo né dai documenti, né dalle testimonianze raccolte è stato possibile risalire al luogo esatto dell’esplosione e dai prelievi dei campioni del terreno abbiamo potuto trarre solo degli indizi. Naturalmente era lecito domandarsi se la presenza degli isotopi nel terreno non avesse potuto avere anche altre cause, e quindi se si potesse spiegare per esempio con un successivo test atomico sovietico o addirittura con l’incidente di Chernobyl. Ora, l’Unione Sovietica, soprattutto per la segretezza nei confronti della NATO, non aveva mai testato armi nucleari al di fuori del suo territorio. Fra il 1949 e il 1990 l’impero russo aveva eseguito sul suo territorio - ed esclusivamente lì - 715 esplosioni nucleari, in cui erano state fatte esplodere in totale 969 cariche nucleari. Inoltre sul territorio dell’ex RDT non ci sono prove di detonazioni di armi tattiche nucleari a fini di esercitazione. Per quanto riguarda infine l’incidente di Chernobyl del 1986, le sue conseguenze sono state studiate dagli scienziati di tutto il mondo e sono state individuate come delle «impronte digitali fisiche», con cui poter stabilire se certi valori al di sopra della soglia in determinate aree geografiche potevano o meno derivare dal disastro nucleare avvenuto in Ucraina. E proprio sulla base di questo riscontro, per le zone della Turingia da noi analizzate una tale causa poteva essere definitivamente esclusa. Alla fine restava da chiarire la difficilissima questione di cosa realmente fosse stato testato in quella zona all’inizio del 1945. Un vano tentativo di andare a fondo era stato intrapreso da Igor Kurchatov alla fine di marzo dello stesso anno. Quando gli fu sottoposto il rapporto dello spionaggio per un parere scientifico, non poté in alcun modo spiegarsi i motivi per i quali, con un’esplosione nucleare, fosse stata distrutta un’area così ristretta, con un raggio di soli cinque o seicento metri. Secondo i suoi calcoli, infatti, una bomba atomica avrebbe dovuto causare ben maggiori distruzioni. Tuttavia le informazioni di cui Kurchatov disponeva non erano sufficientemente precise per portarlo sulla strada giusta. Le cose oggi sono però diverse: quasi sessant’anni più tardi e grazie a una grande quantità di informazioni dettagliate è stato possibile arrivare a delle conclusioni e trovare delle spiegazioni.

La massa critica per una bomba atomica all’uranio arricchito 235 si aggira all’incirca sui 50 chilogrammi, per una bomba al plutonio sui 10 chilogrammi. Bombe di questo tipo vennero innescate il 6 e il 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki, dove superfici di molti chilometri quadrati vennero completamente rase al suolo e morirono decine di migliaia di persone. È un dato di fatto quindi che, per quanto concerne le bombe atomiche tedesche, non si poteva trattare di armi di questo tipo: gli scienziati tedeschi non disponevano infatti di sufficienti quantità di uranio arricchito o di plutonio.

Teoricamente sarebbe esistita la possibilità di utilizzare come esplosivo nucleare dell’uranio arricchito almeno del 10 per cento, ma in questo caso ne sarebbero state necessarie diverse centinaia di chilogrammi. E anche qualora i fisici tedeschi fossero riusciti a ridurre la massa critica di circa la metà con l’impiego di un riflettore, sarebbe comunque stata necessaria un’enorme quantità di materiale fissile, di cui il Terzo Reich allora non disponeva.

Dopo una nuova verifica di tutti i risultati ottenuti dalle misurazioni fisiche, ci addentrammo con l’aiuto di esperti nel campo delle onde d’urto e delle cariche cave. In alcuni, isolati, articoli specialistici degli anni ’50 veniva descritta, in modo sorprendentemente concreto, la costruzione delle cariche cave nucleari e venivano anche illustrati i legami, più o meno scottanti, che esistevano fra i membri dei gruppi di ricerca nel periodo bellico: già nel 1944 scienziati della marina, dell’esercito e dell’aeronautica militare avevano a disposizione le conoscenze per costruire un’arma strategica nucleare secondo il principio delle cariche cave.

Le prove decisive si rintracciarono nell’eredità - per molto tempo dimenticata - del capo del reparto di ricerca dell’Ufficio armi dell’esercito, il professor Erich Schumann. Il vero elemento sensazionale dell’eredità di Schumann è un manoscritto che egli redasse in accordo con i suoi collaboratori di allora, in cui descriveva, tra le altre, le ricerche, iniziate sotto la sua direzione, sullo sfruttamento militare dell’energia di fissione nucleare e in cui abbozzava un progetto per un meccanismo di innesco di una bomba all’idrogeno. Il manoscritto di Schumann non venne pubblicato perché i suoi colleghi, a cui si era rivolto per un consiglio, cercarono immediatamente di dissuaderlo dalla divulgazione di un simile documento.

Non più di un pugno di scienziati era a conoscenza dei tentativi dell’esercito di produrre energia atomica per mezzo della fusione di elementi leggeri. Schumann scrisse a questo proposito nel 1949: «Se ancora non è stato detto nulla sugli esperimenti programmati e preparati in Germania verso la fine del conflitto, un motivo c’è e questo motivo è che solo pochi scienziati ne erano al corrente e nell’aprile 1945 tutti gli atti dovettero essere distrutti».

Per non dare adito a malintesi, dobbiamo subito specificare che gli scienziati tedeschi non erano in possesso di nessuna bomba all’idrogeno, ma il fatto nuovo, finora ignorato, è che portarono avanti il progetto di una bomba H parallelamente agli americani; e questo basta per dimostrare la pericolosità delle loro ricerche.

Tra la sorprendenti scoperte di questo libro c’è anche un’importante rivelazione: che non furono - come finora sostenuto - fisici di fama mondiale, come Werner Hedisenberg, Otto Hahn e Carl Friedrich von Weizsäcker, a portare avanti un progetto di questo genere, bensì dei fisici di secondo piano, molto meno conosciuti. Tra gli altri, il fisico sperimentale Walter Gerlach, che dal 1943 era il «delegato del maresciallo del Reich per la ricerca nucleare», il suo vice Kurt Diebner, che in qualità di membro dell’HWA fu a capo di un reparto per la fisica nucleare nell’istituto sperimentale dell’esercito a Kummersdorf, vicino a Berlino, e il fisico, nonché ministro delle Poste Wilhelm Ohnesorge. Ma mentre Gerlach era il responsabile dell’intera attività di ricerca del Reich, Diebner e Ohnesorge disponevano invece di piccoli gruppi di ricerca. In un secondo momento entrò in gioco un altro team di scienziati e tecnici che agiva con la massima segretezza e faceva capo alle SS. Sul piano politico, le forze trainanti erano il ministro delle poste Ohnesorge e il capo delle SS Heinrich Himmler. Fu proprio in questa combinazione di sforzi paralleli - fra il Consiglio delle ricerche del Reich, il gruppo di Diebner, la Reichspost e le SS - che dal 1943 si mise mano ai lavori fondamentali, fra cui la costruzione di un piccolo prototipo di reattore e la concezione delle armi nucleari.

Le premesse per queste ultime non erano però delle più favorevoli, dati i ritardi con gli esperimenti sul reattore e i tentativi falliti negli anni precedenti per cercare di arrivare alla separazione degli isotopi. Se la Reichspost si concentrò sulla costruzione di impianti di separazione per gli isotopi, il gruppo di Diebner si dedicò invece alla realizzazione di un reattore. Con l’esigua quantità di uranio arricchito, di cui le poste alla fine entrarono in possesso fra il 1944 e il 1945, non fu però possibile costruire una bomba atomica del «tipo classico»: gli scienziati tedeschi non avevano a disposizione una quantità sufficiente di materiale fissile e cercarono quindi una strada alternativa per raggiungere lo scopo che si erano prefissati.

Non si sa esattamente fino a che punto le loro ricerche si spinsero, o per lo meno è una questione spinosa, su cui non si è ancora trovato un accordo. La nostra opinione è che il punto di arrivo fu l’avviamento di reazioni nucleari. Dal momento che venivano utilizzate esigue quantità di materiale fissile e per la fusione, la potenza della bomba atomica tedesca restò tuttavia limitata, ma gli scienziati tedeschi avevano comunque messo a punto, attraverso le loro ricerche, un’arma che, con una definizione moderna, si potrebbe indicare come arma atomica tattica. Sebbene gli scienziati del progetto nucleare sapevano di non avere a disposizione né abbastanza materiale fissile, né tempo sufficiente per portare a termine i loro studi, gli esperimenti condotti negli ultimi due anni di guerra avevano risvegliato, al quartier generale del Führer, grandi aspettative per le «bombe atomiche» (generalmente si parlava di «bombe a uranio», «bombe disgregatrici» e anche di «bombe che si basano sul principio della disgregazione nucleare»). Nella ristretta cerchia che gravitava intorno a Hitler si sperò fino all’inizio del 1945 di riuscire a utilizzare la nuova bomba per un attacco a sorpresa e furono proprio le SS a coordinare i preparativi per usare i missili come mezzi di trasporto delle bombe. Ancora nell’aprile del 1945 il capo della cancelleria del NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, Martin Bormann, annunciò l’imminente impiego della bomba atomica: questa era vera e propria propaganda per incitare la popolazione a resistere, perché, anche nel caso fossero state realmente utilizzate le nuove bombe, come era stato temporaneamente pianificato, questo non avrebbe dato al conflitto una svolta decisiva e quindi non avrebbe influito sulle sue sorti.

Comunque, non tutte le questioni collegate alla ricerca nucleare tedesca fino al 1945 sono ancora state chiarite. La storiografia deve ancora far luce sui retroscena politici, tecnici e militari che si celano dietro alle ricerche nucleari nel Terzo Reich. Le singole inchieste devono preoccuparsi di spiegare la fitta rete di collegamenti spesso invisibili. È chiaro che non c’è mai stato un vero e proprio progetto per lo sviluppo di una bomba atomica tedesca, ma d’altra parte è un dato di fatto che, al termine del lavoro di ricerca e di messa a punto, ebbero luogo dei test su delle armi nucleari sperimentali. A fronte di tutte queste argomentazioni, ritengo sia ormai il momento giusto pubblicare, nel sessantesimo anniversario della fine della guerra, tutto il materiale che io e Heiko Petermann abbiamo raccolto in anni di lavoro e riunito in quest’opera.


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