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La bicicletta così come Marc Augè ne descriveva il bello

Andare in bicicletta vuol dire imparare a gestire il tempo: il tempo breve della giornata o della tappa e il tempo lungo degli anni che si accumulano.

di Silvia Zambrini - mercoledì 16 agosto 2023 - 970 letture

Sarebbe bello se la bicicletta potesse diventare lo strumento silenzioso ed efficace di una riconquista delle relazioni e dello scambio di parole e sorrisi!” [1]

L’antropologo, recentemente scomparso, noto per aver descritto situazioni in cui l’industria del consumo e dell’intrattenimento arriva a spogliare il luogo della sua stessa essenza, vedeva la bicicletta come mezzo ideale di spostamento e al tempo stesso di relazione: un modello già presente in passato con l’automobile non ancora veicolo di massa e i ciclisti che incontrandosi si scambiavano dei cenni.

"​L’idea di una città in cui prevale la bicicletta non è pura fantasia. Oltre alle città nord europee e qualche altra francese, ci vengono in mente diverse città italiane di media grandezza come Modena, Bologna, Parma, in cui la qualità di vita risulta evidente a qualsiasi visitatore straniero, in particolare per lo spettacolo offerto dai ciclisti che circolano in tutte le direzioni in totale tranquillità" [2].

​Esistono città, come attualmente Amsterdam, in cui i ciclisti prevalgono numericamente e altre in cui, al di là del numero, ottengono riconoscimento come a Londra dove il tratto ciclabile lungo la carreggiata non si interrompe mai. In questi contesti il pedalatore è colui che non inquina, che non ingombra. Al quale per certi versi essere grati. Diversa la psicologia del traffico dove gli automobilisti, non ancora abituati, faticano ad accettare di essere affiancati e superati da mezzi oggettivamente meno veloci. Eppure qualcosa sta cambiando anche in città come Milano dove da sempre l’automobile governa il transito: un po’ con i cortei a pedali di critical mass che mandano un messaggio di presenza costringendo gli automobilisti a pazientare al pari di quando sono in coda alle altre automobili, un po’ con i servizi bike sharing, le pattinate e le passeggiate organizzate. E i cittadini si convertono lentamente a una mobilità più salubre nonostante i rischi: per quanto spesso disattento il ciclista rimane l’elemento più vulnerabile (quanto inoffensivo) di una mobilità in cui i mezzi non motorizzati sono numericamente scarsi e non ancora socialmente accettati. La trasformazione verso una diversa circolazione è possibile (e in parte già in corso) lì dove i più usano la bicicletta come mezzo di trasporto: l’aumento di ciclisti impegnati a condividere la strada per andare a lavorare, a scuola e per impegni, impone di per sé un modello cui tutti doversi adeguare attraverso un maggiore autocontrollo.

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Bicicletta - Corteo di critical mass

"Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre vicinanze, per imparare di nuovo a vedere" [3].

A dispetto di una mentalità diffusa che ancora privilegia il mezzo potente la gente intraprende lunghi cammini, va a conoscere luoghi e città non tradizionalmente attrattivi come per i gruppi di turisti che in questi giorni pedalano composti in una Milano che anche ad agosto non si ferma e non smette di stupire per le tante cose da ammirare.

"Andare in bicicletta vuol dire imparare a gestire il tempo: il tempo breve della giornata o della tappa e il tempo lungo degli anni che si accumulano" [4].

Chi pedala contribuisce più o meno coscientemente a diffondere una mentalità di transito lineare, continuo, in cui le distanze sono misurabili in ore e minuti (anziché km) poiché non dipendono dal traffico (si tratti di una ciclovia che attraversa un bosco o di una circonvallazione). Il ciclista gestisce il proprio tempo sfruttandolo attraverso lo spostamento nonché il movimento fisico, l’aria aperta, l’esperienza ogni volta diversa perché la bicicletta permette di notare i particolari, sentire gli odori, ascoltare i suoni naturali. E anche il luogo asettico, la terra di nessuno, lo stradone periferico possono diventare percorsi di salute e di partecipazione in alternativa all’individualismo cui induce essere chiusi in una vettura.

Non prendetevela con i ciclisti anche se a volte causano ansia. Cercate piuttosto di responsabilizzarli insegnando ai più piccoli e inducendo i più grandi a non isolarsi con gli auricolari, a rispettare il codice della strada. L’aumento di ciclisti al punto di disinibire l’automobilista mettendolo in minoranza, specie dove manca una cultura del mezzo non a motore, sarebbe un passo importante verso una mobilità più fluida (oltre che sicura) ... a favore anche degli automobilisti.


Questo articolo è stato pubblicato anche su Fana.one.


[1] M. Augè, Il bello della bicicletta, Bollati Boringhieri 2009

[2] M. Augè op. cit

[3] M. Augè op. cit.

[4] M. Augè op. cit.


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