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La bellezza è una promessa di felicità

L’ultimo libro di Alain de Botton - Architettura e felicità, Guanda, 2006 - è una chiara e travolgente riflessione sulla bellezza e l’arte.
di Pina La Villa - venerdì 3 novembre 2006 - 10031 letture

Alain de Botton, Architettura e felicità, Guanda, 2006

Diceva Stendhal che “la bellezza è una promessa di felicità”, e aggiungeva “esistono tanti stili di bellezza quante visioni della felicità”.

Alain de Botton in questo libro ci conduce con mano leggera ma sicura attraverso la storia dell’architettura e i suoi dilemmi – in realtà portandoci a spasso per il mondo a vedere piazze, palazzi, chiese, quadri, strade – chiarendo nel frattempo alcune questioni cruciali dell’estetica: cos’è la bellezza? Perché il gusto cambia, si evolve? Cosa ci succede davanti alla bellezza? Cos’è l’equilibrio, l’eleganza, la semplicità? Cos’è l’arte?

“Gli edifici che definiamo belli contengono in forme concentrate le qualità che a noi mancano”.

Ecco spiegate le diverse concezioni della bellezza nel tempo, e anche nella vita di ognuno di noi.

Un esempio? Nel 1923 Henry Frugès, un industriale francese, commissionò a Le Corbusier la costruzione delle case per un gruppo di suoi operai e per le loro famiglie. I complessi furono esempi di Modernismo: ognuno di essi consisteva di una serie di scatole prive di decorazioni con lunghe finestre rettangolari, tetti piatti e muri spogli. “Le Corbusier era particolarmente fiero della loro mancanza di ogni riferimento locale e rurale”.” Nelle case progettate per gli operai, la sua ammirazione per l’industria e la tecnologia si esprimeva in lastre di cemento, superfici non decorate e lampadine nude. I nuovi occupanti, invece, avevano un’idea molto diversa della bellezza. Non erano loro ad essere stanchi della tradizione e del lusso, della grazia e della raffinatezza, né provavano noia per il linguaggio regionale o per gli intarsi dettagliati dei vecchi edifici”. Nei capannoni di cemento passavano già l’intera giornata, e molti di loro venivano da villaggi fuori mano e provavano nostalgia per le loro vecchie case e i loro appezzamenti di terreno. “Alla fine di un turno in fabbrica non sentivano il pressante bisogno psicologico di qualcosa che ricordasse loro il dinamismo dell’industria moderna. Nel giro di pochi anni , quindi, gli operai trasformarono i cubi di Le Corbusier, identici gli uni agli altri, in spazi privati, differenziati e unici” aggiungendo tetti spioventi, persiane, piccole finestre a battenti, carta da parati a fiori e staccionate con i pioli in stile paesano, “ e quando tutto ciò fu fatto cominciarono a posizionare fontane e nanetti per decorare i giardini.

Comprendere i meccanismi psicologici del gusto non significa condividere le scelte estetiche, ma ci fa conoscere quali bisogni vengono espressi, e anche un po’ di storia.

Agli inizi dell’ottocento i membri dell’Athenaeum Club di Londra, istituzione creata per le persone che si distinguevano nella scienza, nella letteratura , nelle arti e nella vita pubblica, commissionarono una nuova sede a Pall Mall, che John Henning ornò di sculture secondo il modello del Partenone, disposte su un fregio lungo circa ottanta metri. Erano figure che rappresentavano gli equivalenti ateniesi delle attività che interessavano i membri del club.” A pochi metri dal superficiale mercantilismo di Piccadilly era stata fondata un’istituzione che, in apparenza, offriva riparo a un gruppo di uomini che eguagliavano quelli che avevano dato la gloria ad Atene nella sua epoca d’oro”. Non c’è bisogno di dire che le cose stavano molto diversamente e che i membri “in realtà si erano associati al club per una questione di prestigio sociale e sprecavano le giornate accasciati in poltrone di pelle a guardare la pioggia e a trangugiare pudding e simili, trascuravano la famiglia e assomigliavano ai contemporanei di Pericle quanto Piccadilly Circus all’Acropoli”.

Perché per secoli – dal Rinascimento al Neoclassicismo - l’arte ha cercato di idealizzare?

Nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (1794) Friedrich Schiller scriveva: “L’umanità ha perduto la sua dignità ma l’Arte l’ha salvata e custodita in pietre significative; la verità vive ancora nell’illusione e dalla copia sarà ricostruito l’originale” L’arte insomma doveva funzionare come una “guida discesa dal mondo dell’ideale”.

Ci sentiamo lontani, oggi, da questa tendenza, tendiamo oggi a vantarci del nostro interesse per la realtà. In verità anche noi idealizziamo, solo che sono cambiati i valori a cui un tempo rendevano omaggio le opere idealizzate. “Abbiamo rinunciato all’antichità, non veneriamo più la mitologia e condanniamo la sicumera aristocratica. Ora i nostri ideali ruotano attorno alla democrazia, alla scienza e al commercio. Eppure siamo ancora legati all’idealizzazione. Quando fu progettata nel 1956, “Brasilia non era destinata a simboleggiare una realtà nazionale esistente, ma piuttosto a farne nascere una nuova”, l’espressione, come disse il presidente brasiliano Kubitschek “più originale e precisa dell’intelligenza creativa del Brasile moderno” capace di cancellare l’eredità coloniale del paese e di evocare la modernità oltre al caos e alla povertà delle città costiere.

Il potere dell’architettura di proporre ideali (e sì, anche di fare propaganda) era ben noto alla Chiesa del Medioevo. Lo testimoniano, ancora oggi, i templi, le Chiese e le moschee. E ce ne rendiamo dolorosamente conto quando per esempio confrontiamo, come fa l’autore, gli effetti diversi che hanno su di noi e su nostri simili un pranzo da McDonald’s e una visita alla cattedrale della città che stiamo visitando. “All’interno del ristorante l’atmosfera era solenne e concentrata. Gli avventori mangiavano da soli, leggevano il giornale o fissavano le mattonelle marroni, masticando con una serietà e una rudezza che avrebbero fatto sembrare conviviale e leziosa una stalla da ingrasso. In quella scenografia qualsiasi genere di idea sarebbe sembrata assurda: che a volte gli esseri umani sono generosi gli uni con gli altri senza sperare in una ricompensa; che a volte i rapporti sono sinceri; che vale la pena di sopportare l’esistenza...Il vero talento del ristorante era quello di generare ansia. [...] L’unica soluzione era continuare a mangiare cercando di compensare il terrore suscitato dal luogo”. Per sfuggire a una compagnia di ragazzi in gita che avevano messo in subbuglio il ristorante urlando e cantando, l’autore entra nella cattedrale di Westminster. “Il baccano del mondo esterno aveva ceduto il passo al timore e al silenzio. I bambini restavano aggrappati ai genitori e si guardavano attorno con aria di stupore e rispetto. Istintivamente i visitatori [al contrario dei ragazzi da McDonald’s] sussurravano [...] l’anonimato della strada era stato sostituito da un tipo particolare di intimità. Sembrava che stesse risalendo alla superficie tutto ciò che vi è di serio nella natura umana [...] la pietra cesellata dava conforto a tutto ciò che era compromesso e indegno, e accendeva la brama di rendersi degni di questa perfezione”.

Non sono casuali nell’una né l’altra costruzione, né è casuale il degrado delle nostre città, né i vari tentativi di reagire a questo degrado ripensando i luoghi che abitiamo (non solo le case, ma le piazze, le strade, i cinema, i parchi). Una responsabilità che hanno gli amministratori delle nostre città e gli architetti, ai quali consigliamo la lettura, oltre che di questo libro, anche di due libri di Pietro M. Toesca : La città educativa, Edizioni Nuovi quaderni San Gimignano-Assessorato alla Cultura del Comune di Scordia, 1996; Dodici pezzi facili sull’architettura. Allegri con brio, Nuovi quaderni, San Gimignano, 1999.

“Agli albori sia del cristianesimo sia dell’Islam i teologi facevano affermazioni a proposito dell’architettura che a un orecchio moderno possono sembrare così insolite da meritare un attento esame: suggerivano che la bellezza degli edifici ha il potere di migliorare moralmente e spiritualmente le persone. Credevano che, lungi dal corrompere e dall’essere un oziosa debolezza da decadenti, un ambiente ricercato potesse spronare alla perfezione. Un bell’edificio poteva rendere più determinati a coltivare il bene”.

Un’altra loro “sorprendente convinzione stabiliva un’equazione tra l’ambito dell’etica e quello dell’estetica.[...] Così una maniglia dalle linee semplici può servire a ricordarci le virtù della sobrietà e della moderazione, proprio come la posa delicata di una lastra di vetro nella cornice di una finestra potrebbe essere un velato sermone sul tema della gentilezza. [...] Nell’undicesimo secolo il filosofo musulmano Ibn Sina osservò che ammirare un mosaico perché era impeccabile, ordinato e simmetrico significava riconoscere allo stesso tempo la gloria divina. [...] Quando gli antichi teologi ipotizzarono che fosse più facile diventare fedeli servitori di dio guardando piuttosto che leggendo espressero una seconda convincente apologia dell’elemento visivo. Argomentarono che l’architettura poteva educare l’umanità con maggiore efficacia delle Scritture. Poiché l’uomo è una creatura dotata di sensi, i principi spirituali avevano maggiori possibilità di fortificare l’anima se venivano assorbiti con gli occhi, più che con l’intelletto. Si potevqano imparare più cose sull’umiltà osservando una fila di piastrelle che non studiando il Vangelo, e più cose sulla natura della bontà verso il prossimo da una vetrata colorata che non da un libro sacro. Si riteneva che trascorrere il tempo in luoghi belli, senza indulgere al lusso, fosse la via per diventare persone rispettabili”.

Quanto sia utile oggi riprendere queste considerazioni è appena il caso di dirlo. Il rischio propaganda esiste, il problema è fare un uso consapevole degli strumenti di conoscenza che abbiamo a disposizione.

Proseguo quindi nell’analisi del libro di de Botton per altre utili riflessioni sull’arte, l’architettura, la bellezza, la felicità.

Rimando alla lettura del libro per godere dei numerosi esempi che l’autore riporta con l’aiuto delle foto: rue de Castiglione a Parigi, le finestre delle case di Bath, le sculture di Santiago Calatrava, Park Crescent a Londra, e che servono a illustrare altrettanti caratteri dell’architettura e dell’arte: la pura gioia della geometria, l’ordine (“la natura è l’opposto dell’ordine sul quale noi facciamo affidamento per sopravvivere”) che fa concludere addirittura che l’architettura dovrebbe essere noiosa, o quanto meno ridurre il grado di originalità. Sembra che la bellezza sia qualcosa di estremamente semplice e al tempo stesso difficilissimo. Essa si si situa tra gli opposti dell’ordine e della complessità, realizza un equilibrio che cerca di ridurre o cancellare le polarità. Per quanto riguarda più specificamente l’architettura essa deve essere coerente (territorio, clima, risorse), conservare gli archetipi e reinventare (rapporto con la tradizione, il caso, emblematico, di Tokyo).

Ma soprattutto l’arte consiste nel nascondere lo sforzo, realizzare la leggerezza. Ecco l’eleganza.

“Per parlare di eleganza o del suo contrario è fondamentale capire come sono progettate le colonne che sostengono i soffitti. Perfino da profani siamo in grado di intuire lo spessore necessario per reggere con sicurezza una struttura e valutare quali sono le colonne più esitanti rispetto al peso da reggere. Se alcune hanno le spalle abbastanza larghe ma sembrano scontente di dover sostenere anche un solo piano, altre reggono soffitti alti come quelli delle cattedrali senza sforzo apparente, tenendo in equilibrio pesi massicci sui loro colli sottili e dando l’impressione che si tratti di un baldacchino di tela. Ne apprezziamo l’aria di leggerezza o persino di delicatezza, a dispetto della pressione subita: le colonne sembrano offrirci una metafora di come anche noi dovremmo portare i nostri fardelli”.

Stiamo parlando di etica o di estetica, di architettura o di come si scrive un romanzo? Vale lo stesso. Più esattamente, per concludere scegliendo ancora fra le straordinarie descrizioni di De Botton, stiamo parlando di un ponte, il ponte di Salginatobel, Schiers, Svizzera, 1930, progettato da Robert Maillart.

La valle è scoscesa, un precipizio di una trentina di metri finisce in un impetuoso torrente disseminato di sassi e rovi. Il treno passa da una parte all’altra della gola attraversando un ponte “che nulla, in questo panorama, lasciava presagire. Un ponte di cemento massiccio eppure delicato, non guastato dalla benché minima macchia o impurità, che sembra essere stato calato dall’alto per opera degli dei, perché è inimmaginabile che in questo luogo abbandonato vi sia un posto dove gli uomini possano depositare i loro attrezzi”. Prima considerazione: “l’impressione di bellezza che ricaviamo da un’opera architettonica è in relazione diretta con l’intensità delle forze alle quali di contrappone”. Tuttavia, “poiché di solito la bellezza è il risultato di alcune qualità che lavorano in concomitanza, è probabile che per garantire il fascino di un ponte o di una casa occorra più della sola forza. Sia il ponte di Salginatobel di Robert Maillard sia quello sospeso di Clifton, di Isambard Brunel, sono strutture di forza: entrambi riscuotono la nostra ammirazione perché ci permettono di metterci al sicuro oltre un precipizio fatale – eppure dei due il ponte di Maillart è il più bello per l’eccezionale agilità e l’apparente naturalezza con cui svolge il suo compito. Con la sua arte muraria poderosa e le pesanti catene di acciaio, la costruzione di Brunel ha qualcosa di un uomo robusto di mezza età che si tira su i calzoni e sollecita l’attenzione altrui prima di di fare un salto da qui a là, mentre il ponte di Maillart assomiglia a un atleta flessuoso che salta senza tante cerimonie e si inchina al pubblico prima di uscire di scena. Entrambi i ponti compiono un’impresa ardita ma quello di Maillart possiede in aggiunta la virtù di farla sembrare priva di sforzo – e poiché avvertiamo che non lo è, ci stupiamo e lo ammiriamo ancora di più. Il ponte possiede una sottocategoria della bellezza che possiamo chiamare eleganza, una qualità presente ogniqualvolta un’opera architettonica sa mettere in atto una resistenza – trattenere, estendersi, proteggere – con grazia ed economia oltre che con forza, quando è tanto modesta da non richiamare l’attenzione sulle difficoltà che ha dovuto superare”.


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