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La Mia Odissea, un viaggio musicale alla ricerca di un ritorno

Abbiamo ascoltato per i nostri lettori l’album d’esordio di Ciccio Cucinotta.
di Piero Buscemi - venerdì 1 giugno 2018 - 922 letture

Quando si ascolta un nuovo disco, la prima traccia è quella che ti farà decidere se proseguire l’ascolto fino alla fine. La si potrebbe definire come il biglietto da visita che deve attirare la curiosità di chi si avvicina a un nuovo prodotto. Un po’ come la copertina di un libro che ci costringe a prelevarlo dallo scaffale e sfogliarlo.

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La Mia Odissea (Ciccio Cucinotta)

La prima traccia del disco d’esordio di Ciccio Cucinotta riprende il titolo dell’album, "La Mia Odissea", ci ha catturato sin dai primi accordi. Qualcosa di familiare, non di già sentito, ma sicuramente un omaggio a un altro artista siciliano, il catanese Giuseppe Rinaldi, in arte Kaballà che, negli anni ’90 produsse l’album Le Vie dei Campi (1993), che conteneva la canzone Itaca.

E’ questo viaggio, forse solo immaginario, forse solo bramato che ritroviamo in questo disco di Cucinotta. Un sogno adolescenziale. Tipicamente siciliano. Che si ripropone nelle generazioni, senza una reale voglia di realizzarlo.

Un’esigenza che viene da lontano. Da un pezzo di storia personale che si incrocia con quella di un intero popolo, al quale si affida appartenenza. Una sfida a staccare quel cordone ombelicale che gli isolani tendono a mantenere infinitamente vivo, anche da adulti. Un confronto con la propria coscienza e quell’attaccamento alla Sicilia, che spesso ci costringe a partire verso nuovi sogni da realizzare, come se tutto questo dovesse un giorno renderci più umani.

Ed ecco che una scaciuni qualunque, un pretesto che ci saldi alle origini, ci affiora nella mente per darci un motivo per restare. Assorbiti dalle nostre contraddizioni e la paura di cambiare completamente, in cerca di un futuro diverso dal passato che i nostri padri ci hanno lasciato. Una donna, come la Elena, seconda traccia del disco, un diamante tra poveri che non possiamo fingere di aver scorto, tra le ombre di un’immagine distorta da ridisegnare, tra schiaffi e menzogne a fingere di indicarci una via da seguire.

L’illusione di cambiare se stessi, prima ancora del proprio destino. Ma la mia vita è cambiata, lo è realmente? Vivere in una nuova città, lasciandoci dietro un passato con una nuova strada da assaporare, un nuovo sguardo da incontrare. E’ sentirsi in una nuova entità, pronta a nuove esperienze, imprevedibili. E’ essere Il Principe. Di se stessi. come recita il titolo della terza traccia.

E poi c’è l’amore. L’inganno e il mistero di una vita. Quello che muove i contatti umani, che li rende sublimi come il rapporto platonico tra Il Gabbiano e il Mare, che da il titolo alla quarta traccia del disco. La voglia di ritrovare un rifugio, un porto d’approdo, mentre il mare in tempesta dei nostri dubbi e insicurezze incombe nel nostro quotidiano.

Una bellissima ballata, tra folk e rock, ci porta all’ascolto della quinta traccia. Inganno di potere credere di vivere qualcosa di esclusivo. Diverso da chi ci ha preceduto. Presunzione di lasciare una traccia, che sia elitaria per le generazioni future. E la consapevolezza, quasi arrendevolezza, che La vita è questa qua, che ci vuoi far, fatta anche di dolori, da saper assaporare, che ci possano far appagare tutti i sensi a disposizione e quelli che la nostra sensibilità sia in grado di inventarsi.

I Sogni di Strade riappaiono come d’incanto, in questa lotta interna tra il fuggire o restare davanti a un destino che non riconosciamo. O che rinneghiamo, come un sogno interrotto, incompiuto tra il prevalere dei timori che attanagliano le notti della nostra crescita e quella che, forse oggi, non è più una scelta. Piuttosto una necessità. Un viaggio gaudio e libertà e tra sogni e realtà che accendono la fantasia di un ragazzo sognante che va incontro alla fantasia di un domani, spesso amante necessaria di nuovi stimoli vitali, come la sesta traccia recita nei suoi versi.

L’album si chiude con una spacciata dichiarazione d’amore verso la propria terra. Il titolo stesso della settima e ultima traccia, La Sicilia è la nostra passione è inequivocabile. Cucinotta, che ci ha deliziato con le sue deviazione swing, jazz, reggae, rock e quanto la sua mano creativa riesce a estrapolare da sei corde di chitarra, con l’ultima canzone cede alla debolezza che accomuna tutti i Siciliani. Quella passione che ci costringe a tornare, anche solo con la mente, in qualsiasi posto del mondo proviamo a ricostruirla. Un canto che si tinge di sale, una voglia irrefrenabile di ballare il proprio essere siciliano. Più di una ragione di vita.

Un viaggio musicale che le tonalità vocali, pulite e armoniose di Cucinotta, riescono a tirarci dentro, cullati da un miraggio che sa di mare, speranza e un’incontenibile voglia di ritornare.

La Mia Odissea (2018)

Registrato e masterizzato presso l’home studio di Marco Triolo
 Produzione artistica: Ciccio Cucinotta e Marco Triolo
 Testi: Sebastiano Scordato (La Mia Odissea, scritta da Mariapia Crisafulli e Elena scritta da Mariapia Crisafulli e Sebastiano Scordato
 Grafica: Vito Pellizzeri Pisto
 Foto: Vito Pellizzeri Pisto, tranne Il Gabbiano e il Mare, quadro di Larysa Hludzakova
 Arrangiamento: Marco Triolo


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