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La Grande Guerra della nostra Scuola

A un secolo dalla tragedia del Primo Conflitto Mondiale, quello del 1914-18, governi, forze armate, istituzioni accademiche e scolastiche si distinguono soprattutto in Italia nella promozione di tripudi e commemorazioni, quasi una sagra della retorica dei “valori” di Patria
di Antonio Mazzeo - lunedì 2 luglio 2018 - 842 letture

Una carneficina come mai si era vista nella storia dell’umanità. “Un’inutile strage” giunse a definirla l’ultraconservatore Papa Benedetto XV nella sua lettera ai Capi di stato belligeranti l’1 agosto 1917. Pagine nerissime, indelebili nella memoria: l’olocausto di generazioni di giovanissimi; la diffusione planetaria di carestie, fame ed epidemie; le deportazioni di massa e i genocidi di popolazioni di civili; la proliferazione di ingiustizie sociali ed economiche e la negazione dei diritti e delle libertà che condizioneranno gli anni a seguire della “non pace”, generando ovunque immani dittature, fascismi e nazismi sino alla catastrofe, figlia e sorella, della Seconda Guerra Mondiale.

A un secolo dalla tragedia del Primo Conflitto Mondiale, quello del 1914-18, governi, forze armate, istituzioni accademiche e scolastiche si distinguono soprattutto in Italia nella promozione di tripudi e commemorazioni, quasi una sagra della retorica dei “valori” di Patria, famiglia, coraggio, sacrificio, eroismo e arditismo che erano spariti dal vocabolario e dalla didattica della Repubblica fondata sulla Costituzione democratica e antifascista. Una rielaborazione a 360 gradi di contenuti e “verità” che cancella crimini e orrori, occulta responsabilità, grazia le classi politiche dominanti, gli industriali, i banchieri e gli alti comandi dell’esercito e della marina militare. Grazie ad alcuni protocolli tra il Ministero della Difesa e quello dell’Istruzione, nelle scuole italiane, in regime di monopolio, è stata affidata agli ufficiali delle forze di terra, del mare e dell’aria la narrazione della Prima Guerra Mondiale, frutto di una rielaborazione storica di parte e parziale, in buona parte falsa o volutamente falsata. Così alle nuove generazioni (e mai era accaduto dal secondo dopoguerra ad oggi), non è dato sapere che nelle “intrepide” azioni nelle trincee perirono quasi dieci milioni di soldati (oltre trecentomila solo sull’Isonzo e a Caporetto), mentre altri ventuno milioni restarono tragicamente segnati nel fisico e nella mente. E nei seminari “storici” che si moltiplicano nelle scuole di tutta Italia, sempre più di rado si accenna al tributo di sangue della popolazione civile, nonostante il milione di donne, bambini e anziani assassinati dalle bombe e gli altri sei milioni di “non combattenti” che persero la vita per la penuria di cibo o a seguito dell’esplosione di terribili pandemie.

Nel corso del Primo conflitto mondiale, furono scientificamente pianificati genocidi e deportazioni di massa, confinamenti e lavori forzati, lager e “soluzioni finali”. Le Convenzioni e le norme del diritto internazionale furono ridotte a cenere e ai generali, dei onnipotenti, fu concesso il privilegio di poter decidere impunemente sulla vita e sulla morte dei militi sottoposti o dei cittadini residenti nei territori occupati o “liberati”. Gli storici, quelli veri, hanno documentato le rappresaglie ordinate dagli ufficiali italiani contro le popolazioni “ostili” che abitavano le terre d’Isonzo. Quando nel 1915, mesi dopo il giro di valzer del governo monarchico nelle alleanze internazionali, gli “irredentisti” filo-austriaci fallirono a Dresenza l’attentato contro un generale tricolore, un gruppo di civili innocenti fu passato per le armi; un centinaio, invece, quelli che furono fucilati nello stesso anno per vendicare l’attacco contro i nostri “eroici” bersaglieri. Oltre settantamila i deportati “non italiani” dai territori liberati ai campi di concentramento sorti come funghi nel Sud Italia e in Sicilia.

Desaparecidos dai racconti dei neodocenti delle forze armate i nomi, i volti, le storie di tutti quei ragazzi strappati con la forza dagli affetti familiari e dalle loro povere terre per poi essere vigliaccamente abbandonati al fronte e al “nemico” da inetti, cinici e vigliacchi comandanti. Ipocritamente negate ad alunni e studenti le modalità di funzionamento della cosiddetta “giustizia militare”: ben 350.000 i processi avviati dalle Corte marziali nostrane contro renitenti, obiettori, disertori o per insignificanti atti di “insubordinazione”, con oltre 150.000 pesanti condanne, 4.000 finanche alla pena capitale. Andò ovviamente peggio per quei soldati che furono fatti prigionieri dei comandi austro-ungarici: rei di appartenere all’esercito di un ex alleato traditore, furono trattati molto peggio dei militari di altri paesi belligeranti. Sempre gli storici non avvelenati dalla propaganda bellico-nazionalista, ci ricordano che dei 600.000 italiani catturati, 110.000 morirono in prigionia per fame o malattie.

No, non c’è più spazio per queste verità nella scuola italiana sempre più asservita alle geostrategie di dominio globale dell’establishment politico-militare-industriale.​ Una scuola che è sempre più in guerra, più di guerra, più per la guerra. C’è una data che segna inequivocabilmente ogni anno il processo di scientifica manipolazione delle coscienze e della Storia. Il 4 novembre, l’anniversario della “Vittoria”, il “Giorno dell’Unità nazionale” e “delle Forze armate”. L’ultimo, quello 2017, nel ricordo di Caporetto e della “resistenza” sul Piave, ha visto con le parate e le corone d’alloro al Milite ignoto, un impressionante numero di cerimonie “Cimic”, cioè civili-militari, dove però i “civili” erano sempre e dovunque scolaresche in libera uscita. Come ricorda l’Ufficio stampa del Ministero della Difesa, in una trentina di città italiane si sono tenute per l’occasione cerimonie ed iniziative militari quali Caserme Aperte e Caserme in Piazza, “con il coinvolgimento delle amministrazioni comunali e delle scuole, con la consegna di una bandiera ad un istituto scolastico, possibilmente intitolato ad un caduto”.


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