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La Francia e la destabilizzazione dell’Europa

di Sergej - domenica 2 luglio 2023 - 900 letture

Nel quadro delineato in questi giorni, con il feroce indebolimento di tutto il quadrante europeo - per azione dell’intelligence britannica, con la parziale supervisione statunitense sui dettagli -, la destabilizzazione della Francia ha una logica ferrea. Ultima potenza militare del continente occidentale, potenza nucleare, ha avuto ridotto drasticamente l’apporto di ricchezze dall’Africa in cui controllava fino all’altroieri ancora alcune delle ex colonie. Dopo la "brexit" la Gran Bretagna ha, ovunque ha potuto, finanziato e sobillato. Del resto, sull’occidente europeo aveva terminato di funzionare quella generazione democratica, cresciuta nell’orbita del roosveltismo statunitense e nei residui dell’ideologia socialdemocratica; negli anni Ottanta, la nuova generazione ottusamente neoliberista ha preso il controllo di economie e politica, senza avere le capacità di pensare la complessità sociale, ma semplicemente pensando che il benessere dei pochi fosse sufficiente. La Francia si è mostrata assolutamente incapace di andare oltre il neo-gollismo di Mitterand, le superspecializzate scuole di politica e di casta hanno sfornato rampolli fanfaroni e lestofanti. Il suicidio della casta economica e politica - oligarchi e portaborse - europea è ben leggibile nelle notizie che scorrono in questi giorni.

Leggiamo quanto scrive Simplicissimus sul suo blog, nel suo pezzo che si intitola: "La Francia brucia ma non troppo":

"La Francia è la perfetta dimostrazione del fallimento sociale delle cosiddette democrazie liberali e allo stesso tempo del successo di un modello autocratico che si è imposto man mano svuotando completamente la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Il fallimento lo si vede perfettamente solo nella guerriglia di questi giorni nella quale non bruciano solo auto e cassonetti, ma anche quella falsa inclusività e farsesca multiculturalità che è l’ideologia ufficiale dell’immigrazione continua forzosa, che ha avuto prima il compito di abbassare i salari e poi di aumentare lo sradicamento culturale delle persone. Ma lo si è colto anche in precedenza con i gilet gialli e con la battaglia sulle pensioni, sebbene in questi ultimi due casi non c’era la mistificazione del “razzismo”: nella rozza cultura neoliberista americana completamente accolta anche in Europa il razzismo prende il posto dell’ingiustizia sociale che naturalmente deve essere nascosta, anzi che non esiste poiché la povertà è diventata una colpa individuale.

Tutti questi moti popolari, non saprei trovare un termine migliore per descriverli, sono molto diversi tra di loro, ma hanno un carattere comune: l’assenza di un progetto di società alternativa a quella liberista per cui ci si limita al tentativo di correggere qualche stortura o ad affermare la semplice presenza come nel caso della rivolta delle periferie. Per esempio la lotta contro l’aumento dell’età pensionabile non può avere successo se tutto il contesto economico nel quale si innesta lo sfruttamento e la perdita dei diritti del lavoro rimane identico e non viene radicalmente contestato lasciando che gli uomini siano al servizio dell’economia e dei suoi istituti e non l’economia per gli uomini. In tale contesto basta uno sghetto come quello di approvare la riforma pensionistica senza un voto del Parlamento e il potere finisce per vincere di fronte al fatto compiuto che taglia le fonti della protesta. Ammesso e non concesso poi che quel Parlamento rappresenti i cittadini e non, in realtà, i poteri che con il denaro e con la proprietà dei i media hanno fatto eleggere i “rappresentanti del popolo”. Se al contrario la contestazione riguardasse l’intero assetto sociale e politico della società, compresa una costituzione che permette di varare leggi senza il Parlamento, il potere non potrebbe prevalere così facilmente.

Dunque il fallimento sociale che porta la gente in piazza è al tempo stesso il più grande successo del neoliberismo: quello di aver convinto le persone che non esiste alcuna alternativa ad esso e alle sue logiche di distruzione della democrazia, dello stato e persino dei rapporti interpersonali per lasciare il posto a decisori privati che esercitano una sorta dar credere che la storia si sia fermata e che non non esista alcuna altyra opzione, alcuna altra visione. Lo hanno fatto attraverso il declino della scuola, il rimbambimento dei media , la vacuità dei social diffondendo l’idea che esiste un’unica realtà possibile e che dunque nulla può davvero cambiare anche se lo scenario si muove in maniera vorticosa proponendo ogni giorno nuovi giochi e al tempo stesso nuove cattività. Ma come si può pensare di cambiare qualcosa se non possono essere cambiate le “leggi eterne” dell’economia e non si può travalicare la dimensione meramente individuale? Quanta gente che scende in piazza ha dentro di sé un’idea diversa di società e quanta invece non ritiene che nemmeno possa esserci un alternativa o che non ci ha mai nemmeno pensato?

Insomma le persone sono state letteralmente sterilizzate e così tutte le proteste e le ribellioni si arenano contro la mancanza di un’ideazione politica radicalmente avversa alla narrazione oligarchica e cosmopolita priva di identità culturale. E tuttavia proprio per questo ci troviamo di fronte a società estremamente fragili, anzi disintegrate che stanno vistosamente perdendo la sfida con il resto del mondo che sta di fatto isolando l’occidente."


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