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La Dublino dolce e bastarda di Roddy Doyle


Non si sente uno scrittore irlandese, ma più semplicemente qualcuno a cui è capitato di nascere e di vivere in Irlanda («con grande gioia, comunque» si affretta ad aggiungere) Roddy Doyle...
domenica 18 settembre 2005, di Redazione Antenati - 1350 letture

MARIA TERESA CARBONE, Il Manifesto, 11 settembre 2005

Non si sente uno scrittore irlandese, ma più semplicemente qualcuno a cui è capitato di nascere e di vivere in Irlanda («con grande gioia, comunque» si affretta ad aggiungere) Roddy Doyle che, fin dal suo esordio nel 1987 con The Commitments, si è imposto come il cantore di una nuova contemporaneità dublinese proletaria e laica, lontana dagli stereotipi di un paese popolato da uomini e donne dai capelli rossi, sullo sfondo di case di campagna dai tetti di paglia. Ma anche la Dublino di quei primi libri di Doyle sta cambiando molto rapidamente, precisa lo scrittore, che questa mattina incontrerà il pubblico del Festivaletteratura al Cortile della Cavallerizza: in meno di vent’anni, «la città si è trasformata in un modo che allora nessuno avrebbe saputo prevedere, grazie alla presenza sempre maggiore, e sempre più evidente, di persone che vengono dalla Polonia o dalla Nigeria e che ridefiniscono ogni giorno quello che significa essere irlandesi oggi».

Anche di questo parla fra le righe l’ultimo romanzo di Doyle, Una faccia già vista (mandato in libreria proprio in questi giorni da Guanda), secondo capitolo di una trilogia storica, The Last Roundup, avviata dallo scrittore nel 2000 con Una stella di nome Henry. Continuando a percorrere in questo nuovo libro le vicende del protagonista, Henry Smart, emigrato negli Stati uniti degli anni Venti dopo avere partecipato all’insurrezione di Pasqua del 1916, Doyle descrive un’America multietnica che con le sue contraddizioni e le sue tensioni assomiglia per molti versi all’Irlanda degli ultimi anni. Ma Doyle non nega che possano esistere tratti di una specificità irlandese: proprio la scelta di dipanare il suo racconto secondo il respiro ampio della trilogia (una trilogia che ne segue altre due, quella di Barrytown che comprendeva, oltre ai Commitments, anche Bella famiglia e Due sulla strada, e quella per bambini dei Ridarelli) deriverebbe, secondo lo scrittore, dalla passione tutta irlandese per la narrazione: «A differenza di quanto avviene in Inghilterra a noi non piace raccontare barzellette, ma preferiamo inserire le situazioni umoristiche all’interno di un tessuto più ampio, in cui nel giro di qualche pagina la risata lascerà posto, proprio come accade nella vita, a una riflessione malinconica».

E a proposito di ampie narrazioni, Doyle azzarda paragoni altisonanti nel rivendicare la propria scelta di far incontrare figure di invenzione ad altre vissute realmente (Michael Collins in Una stella di nome Henry, Louis Armstrong che gioca un ruolo importante in Una faccia già vista): «Cosa succederebbe se da Guerra e pace si eliminassero i personaggi storici? Il libro rischierebbe di sfaldarsi».

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