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La Chiesa davanti alle mafie in Italia: dalla "complice prudenza" alla scomunica

Fra i tanti studiosi che hanno trattato la questione del rapporto Chiesa e mafie vi è Isaia Sales, docente universitario e saggista

di francoplat - mercoledì 19 gennaio 2022 - 1350 letture

Chi si fermasse, oggi, a valutare l’atteggiamento della Chiesa dinanzi alle mafie sarebbe portato a leggervi una condanna aperta e netta del fenomeno criminale. Lo dicono alcuni fatti più o meno recenti, dal significato chiaro, privo di ambiguità. Svolgendo il nastro all’indietro, si possono citare la beatificazione del giudice Rosario Livatino, nel maggio 2021, e, in concomitanza, la creazione di un gruppo di lavoro sulla “scomunica alle mafie” all’interno del “Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale” voluto da papa Francesco. Nel giugno 2020, è la volta della creazione, da parte della Pontificia Academia Mariana Internationalis, di un “Dipartimento di analisi, studio e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi. Liberare Maria dalle mafie e dal potere criminale”. In precedenza, vi era stata la richiesta del vescovo di Monreale, Michele Pennisi, ai preti di non ammettere come padrini le persone invischiate con le mafie – siamo nel 2015 – e, ancora, la beatificazione di don Puglisi del 2013.

È poi possibile riferirsi a un documento elaborato, nel 2010, dalla Conferenza episcopale italiana, dai toni netti contro le organizzazioni criminali: «le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato. In questa prospettiva non possono essere semplicisticamente interpretate come espressione di una religiosità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato». L’espressione “strutture di peccato”, mutuata dalla Cei dal linguaggio della teologia della liberazione sudamericana, presuppone la percezione delle organizzazioni criminali quali fenomeni sociali che soffocano le libertà dei cittadini, così come fecero le dittature latino-americane nel secolo scorso. È possibile, quindi, sottolineare come, nell’ultimo decennio, la Chiesa romana abbia assunto una posizione di indubbia riprovazione nei confronti dei sodalizi mafiosi. Del resto, non dovrebbe stupire più di tanto che una religione incardinata, fra gli altri, sul precetto del “non uccidere” manifesti un atteggiamento di robusto rifiuto di mafiosi, camorristi, ‘ndranghetisti e della loro violenza criminale.

Eppure non è così o, meglio, non è sempre stato così. Il tema è enorme, la bibliografia sterminata e la cronaca così ricca di avvenimenti da rendere impossibile in poche cartelle rendere conto di tutte le questioni presenti. Ci si limiterà, in questa sede, a sottolineare alcuni aspetti della posizione della Chiesa nei confronti delle organizzazioni mafiose in Italia, tralasciando volutamente l’altro aspetto della questione, ossia il modo attraverso il quale i mafiosi hanno, per così dire, usato la religione per la loro legittimazione sociale. Si ritornerà, in un altro momento, su un tema così importante e vasto. Fra i tanti studiosi che hanno trattato la questione del rapporto Chiesa e mafie vi è Isaia Sales, docente universitario e saggista, il quale ha posto in questi termini tale rapporto: «La Chiesa italiana non ha mai prodotto un documento ufficiale, una presa di posizione “contro” le mafie fino agli anni ’70 del Novecento, cioè più di un secolo e mezzo dopo l’affermazione e il consolidamento di alcune delle organizzazioni delinquenziali più violente al mondo. La Chiesa non le ha mai combattute, non c’è stato mai un aperto contrasto fino ai tempi recenti. Un lunghissimo silenzio dei cattolici, del clero, delle gerarchie locali e nazionali, ha dominato incontrastato accompagnando l’evolversi di quei fenomeni criminali» (“Atlante delle mafie”, vol.1, Rubbettino editore, 2012). Le parole di Sales sono inequivocabili e durissime, ma lo storico salernitano non ha l’esclusiva di tale giudizio inappellabile. Studiosi e commentatori di varia estrazione culturale e di diversa sensibilità hanno parlato, a proposito dell’atteggiamento della Chiesa cattolica e non solo, nei confronti delle mafie, di «complice prudenza» (Pietro Grasso), di «connivenza, silenzio o indifferenza» (Isaia Sales), di «silenzio, complicità o condivisione» (Umberto Santino), di «indifferenza disincantata» (Augusto Cavadi), di «una chiesa silente per prudenza, ignoranza o, peggio, per interesse» (don Ciotti), di «resistenze, eccessi di prudenza e aperture verso le mafie» (Lucia Ceci), di una Chiesa «permeabile all’ideologia mafiosa» (Lucia Ceci e Tommaso Caliò).

Certo, se a riflettere sui secolari rapporti tra Chiesa e mafie sono esponenti del clero cattolico, tale silenzio, a volte complice e a volte indifferente, assume un’altra configurazione, il tono di condanna, per certi aspetti, si intiepidisce. Emblematica, in tal senso, è la recente analisi di un sacerdote lametino e nunzio apostolico in Tanzania, don Marco Mastroianni: “Chiesa e mafie. Quale condanna?” (Rubbettino, 2021). Nel testo si fa riferimento a una Chiesa il cui approccio alle mafie non è stato «un percorso semplice, né tantomeno spedito». Don Mastroianni prova a spiegare le ragioni di tale mancata speditezza: da un lato, è dipeso, a suo dire, dalla natura di un fenomeno che si è esteso nel tempo, assumendo tratti e caratteristiche che non aveva in origine, dall’altro alla difficoltà di proporre alternative a un male radicato negli stessi luoghi in cui la Chiesa svolgeva la propria missione; e, ancora, al magistero ecclesiastico che condanna ma dev’essere pronto ad accogliere i convertiti. Per ultimo, la lentezza con la quale la Chiesa avrebbe assunto un netto distacco dalla criminalità mafiosa sarebbe dipesa dalla questione della cassa di risonanza offerta, oggi, da mass-media che, in passato, non producevano lo stesso clamore e non avevano lo stesso seguito. I don Puglisi del primo Novecento non avrebbero avuto, secondo l’autore, un adeguato riscontro mediatico, una sufficiente pubblicizzazione. Non è questa la sede per confutare le ragioni esposte dal sacerdote lametino, ma è almeno il caso di osservare come sia discutibile l’idea che il fenomeno mafioso nel passato fosse caratterizzato da una minore estensione e da una minore violenza. È una lettura, per tanti aspetti, stereotipata della mafia, quella che tanto piace ai mafiosi stessi, quella della buona e vecchia mafia di una volta, con un codice d’onore e una faccia più presentabili, meno violenti e crudeli; immagine ormai ampiamente superata dalla letteratura sul tema.

La Chiesa cattolica ha accolto e accoglie, dunque, con qualche fastidio l’accusa di una parte degli studiosi e dei commentatori di aver tiepidamente affrontato la questione delle organizzazioni mafiose. Tuttavia, per quanto le risposte non manchino di argomenti condivisibili e di importanti precisazioni per evitare giudizi acritici o parziali, resta vero un dato, che promana dallo stesso mondo cattolico, dalla stessa risposta sopra riportata: sino agli anni Settanta circa, un silenzio sospetto ha accompagnato la posizione cattolica nei confronti del mondo mafioso. A partire da questo aspetto, restano aperte molte questioni, una delle quali è particolarmente importante: se diverso fosse stato l’atteggiamento della Curia, i clan avrebbero potuto avere un ruolo così centrale nella plurisecolare storia del Meridione e, poi, dell’intera nazione? No. Questa è la secca risposta degli studiosi, a partire dal già citato Sales: «senza la cultura cattolica e senza la sua influenza sulle vicende storiche e sociali dell’Italia, e in particolare del Sud, sarebbe stato più difficile il radicamento e il condizionamento di massa da parte delle mafie». Se così è, se davvero così influente e decisiva è stata quella “complice prudenza” di una parte significativa del mondo cattolico nei confronti del crimine mafioso, la domanda non può che essere la seguente: perché ciò è avvenuto? Cosa ha reso opachi e non sempre pronunciabili i rapporti fra questi due “corpi sociali” della nostra penisola?

In primo luogo, è necessario evocare la questione dei rapporti Stato-Chiesa nel periodo successivo all’unificazione italiana. Le tensioni intervenute a seguito della caduta dello Stato pontificio si sono sicuramente riverberate anche sulla questione mafiosa: «per tutto il periodo post-unitario, la Chiesa ha avuto un atteggiamento di pratico disinteresse per il buon funzionamento dello Stato italiano, per la moralità della politica, l’osservanza delle leggi, la formazione di un diffuso senso civico. In questo quadro di avversione e di contrapposizione allo Stato unitario la Chiesa ha ritenuto il problema della mafia non come un suo problema». Così si esprime, ad esempio, Isaia Sales. Alla natura conflittuale dei rapporti tra il Regno d’Italia e la Curia romana si aggiunse un altro fattore causale per il tema qui analizzato e valido almeno sino alla prima metà del Novecento, ossia la condivisione di comuni interessi fra il blocco agrario-mafioso e la Chiesa cattolica nei territori meridionali. Non c’è dubbio che, in rapporto alle lotte contadine, il clero abbia in larga parte condiviso le ragioni padronali, costituendo parte della proprietà terriera e manifestando, non senza importanti distinguo, un atteggiamento di netto conservatorismo in rapporto alle proteste che si levavano dal ceto bracciantile. Ciò non significa certo un sostanziale disinteresse per le difficoltà in cui si dibattevano i contadini del Sud Italia, come attesta la creazione di casse rurali e forme di apostolato sociale in favore del ceto rurale più povero. Di fatto, però, si trattava di interventi dai quali restava esclusa qualsiasi ipotesi di lotta di classe e che, in alcuni casi, si legavano ambiguamente alla presenza di esponenti della mafia nelle stesse casse rurali cattoliche: è il caso, fra gli altri, di Corleone, dove vengono segnalati, come rileva Umberto Santino, legami della Cassa rurale con affiliati alla cosca dei “fratuzzi” (“Chiesa, mondo cattolico e mafia”, 2015, reperibile sul sito del Centro Peppino Impastato).

Questa posizione conservatrice, ostile al movimento contadino per ciò che rappresentava in termini di rinnovamento dei rapporti sociali, la si ritrova, acuita di grado, nel secondo dopoguerra. Sono i decenni della guerra fredda, del posizionamento italiano all’interno del blocco atlantico e, al contempo, della significativa forza elettorale del Partito comunista italiano. In questa cornice, la storiografa Lucia Ceci, una delle curatrici del convegno “L’immaginario devoto tra organizzazioni mafiose e lotta alla mafia” (tenutosi a Roma nel 2014), rinviene le ragioni di fondo della posizione della Chiesa cattolica dinanzi alle cosche criminali: «la questione di fondo che modula la posizione rispetto alla mafia è l’anticomunismo e il collateralismo della Chiesa siciliana alla Democrazia cristiana, un partito al cui interno, dall’inizio degli anni Cinquanta, iniziano a militare i mafiosi». Sono gli anni del centrismo, gli anni in cui è arcivescovo di Palermo il cardinale Ernesto Ruffini – dal 1945 al 1967 – il simbolo più noto della negazione del fenomeno mafioso nel nome di un richiamo regionalista offeso, con il riferimento a Cosa nostra, dai comunisti o da figure quali il sociologo Danilo Dolci o il romanziere Tomasi di Lampedusa con il suo “Gattopardo”. Ciò è quanto il cardinale scrisse in una pastorale del 1964, “Il vero volto della Sicilia”, documento incardinato su un forte sicilianismo, ideologia non priva di filomafiosità. I legami complessi e, in molti casi, contigui fra Chiesa e mafia, in Sicilia, possono essere ricondotti, poi, ad un’altra ragione, interna al modello organizzativo del clero locale, quello delle parrocchie comunie, prevalenti sino al 1920, ossia parrocchie di cui potevano far parte solo sacerdoti, per così dire, indigeni, ossia del luogo. Come osservava uno storico interno alla Chiesa cattolica, l’arcivescovo di Monreale Cataldo Naro – scomparso nel 2006 –, era «piuttosto difficile a questo clero (…) maturare atteggiamenti critici verso comportamenti, quali anche quelli violenti della mafia, in cui fossero implicati parenti e conoscenti o, al contrario, da cui potessero derivare minacce dirette e immediate verso familiari e amici» (“Chiesa e mafia: la questione storiografica del silenzio”, 1994).

In questa sommaria enumerazione delle cause del silenzio cattolico, occorre evocarne ancora una, anch’essa interna al mondo ecclesiastico, di natura teologica e dottrinale, ossia la questione del perdono e del pentimento. Nella dottrina cattolica, la violazione di alcuni comandamenti (non rubare, non ammazzare) non presuppone un risarcimento alla vittima, la colpa non è nei confronti della società, della collettività, ma il peccato è colpa contro Dio. Dunque, la riparazione è nei confronti del Signore e non della comunità e il pentimento interiore personale resta l’aspetto centrale a cui si riferisce il confessore nella propria opera di redenzione del peccatore. In tal senso, questa forma di “privatizzazione della salvezza”, come l’ha definita padre Nino Fasullo, mette in secondo piano la conseguenza sociale del peccato e rende tiepida, quando non condannabile, la stessa scelta di collaborare con la giustizia terrena, a cui non si riconosce centralità nel processo di emendamento del peccatore. Si determina uno scollamento fra la significatività dell’atto religioso e il comportamento sociale del mafioso, a cui, per certi aspetti, può fare buon gioco dichiarare assolto il proprio debito con Dio, indipendentemente da quelli aperti con la società. Insomma, esiste un certo divario fra teologia morale e spirito civico e in questo pertugio si sono infilati con una certa prontezza quei criminali che non hanno sentito come offensivo o peccaminoso il proprio modus operandi violento e omicida, che non si sono sentiti estranei al corpo di Cristo, pur offendendo, serialmente e consapevolmente, il corpo della società.

Il complesso delle ragioni sopra illustrate ha contribuito a quel silenzio cattolico a cui si è fatto riferimento all’inizio di questo articolo. Certo, non si è trattato di un silenzio tombale, perché non sono mancate né alcune figure di ecclesiastici caduti per mano delle mafie già agli esordi del fenomeno criminale né le prese di posizione ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti dello stesso fenomeno. Tuttavia, per poter parlare di una risposta sempre meno ambigua e via via più aperta e diffusa e convincente da parte della curia romana è stato necessario che alcune delle ragioni sopra indicate si affievolissero. Si pensi, ad esempio, alla caduta del muro di Berlino, all’intiepidirsi del collante anticomunista, alla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti e dell’unità politica dei cattolici. Non è un caso che i primi importanti e decisi segnali di condanna delle mafie siano giunti a partire dai primi anni Ottanta: don Riboldi contro la camorra, poi l’omelia del cardinale Pappalardo nel settembre 1982 al funerale del generale dalla Chiesa sulle inerzie di Roma mentre Palermo-Cartagine veniva distrutta. E, ancora, le voci autorevoli dei papi: il discorso nella Valle dei Templi, ad Agrigento, di papa Giovanni Paolo II, nel 1993 dopo le stragi dell’anno precedente, “mafiosi convertitevi”, e la più recente omelia di papa Francesco, a Cassano all’Ionio nel giugno 2014, quando il pontefice proferì apertamente la parola “scomunica” («i mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio»).

Al di là di altre considerazioni sulla persistenza di silenzi e fiancheggiamenti da parte del clero cattolico nei confronti delle mafie italiane, è vero che il percorso compiuto dal mondo cattolico nell’ultimo decennio è caratterizzato da una tangibile presa di distanza dal bubbone mafioso, al posto di quel silenzio che aveva spinto padre Bartolomeo Sorge a dichiarare: «mi sono sempre chiesto perché questo sia potuto accadere: il silenzio della Chiesa sulla mafia. Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo delle beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni». Ora è necessario che tale percorso proceda, sempre più spedito, con sempre minori tentennamenti, evitando tentazioni revisioniste, cadute di tensione morale e di spirito collettivo e senza ulteriori ambiguità. È del 2015 la vicenda della parrocchia e del parroco che officiarono la cerimonia funebre in pompa magna di Vittorio Casamonica, noto criminale, con tanto di manifesti, le note de “Il Padrino” e i cavalli bardati a lutto. Stessa parrocchia nella quale non fu consentito il funerale religioso di Piergiorgio Welby, uomo un po’ più mite, ma macchiatosi di una colpa inaccettabile da parte della Chiesa e da parte dell’allora vicario del pontefice, il cardinale Camillo Ruini, ossia quella di aver deciso di porre fine alla propria vita anziché a quella altrui.


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