Il marocchino cascato giu’ dal cantiere, mentre lavorava da muratore.
L’hanno caricato sul camioncino e l’hanno scaricato in un fosso, ad agonizzare...
Giornalismo. Che differenza c’e’ fra il giornalismo - per esempio - di Feltri e
quello - per esempio - di Baldoni? Non parlo di differenze "politiche". Da un
punto di vista tecnico, voglio dire.
La differenza e’ che Feltri grida, mentre Baldoni parla a bassa voce. Non e’ una
novita’: anche Appelius gridava ("Il generale Badoglio e’ entrato ieri ad Addis
Abeba") e anche Hemingway ("Vecchio al ponte") parlava a bassa voce. Destra e
sinistra dunque, attraverso le generazioni? Non solo. C’e’ qualcosa di piu’,
che attiene proprio alle radici profonde del mestiere.
Il giornalismo di Feltri nasce in un mondo sostanzialmente povero di notizie. Un
mondo in cui cio’ che succede accade lontano, arriva tardi, e incide
relativamente poco sulla vita quotidiana. Quest’ultima, a sua volta, e’ una
vita "normale". Di una normalita’ che nessuno mette in discussione. "Il
generale e’ entrato ad Addis Abeba"? E che ce ne frega. Non ha importanza, poi,
sapere che cosa ne pensa il barbiere di Addis Abeba. Tanto non lo incontreremo
mai - il mondo in cui viviamo non ha nulla a che vedere col suo.
Da questo discendono subito due cose. La prima e’ che la notizia coincide con lo
scoop, deve avere un "effetto" traumatico immediato e dev’essere gridata. La
seconda e’ che il gestore di questa notizia, essendo uno dei pochissimi
autorizzati a gestirla, e’ una persona importante. Poiche’ non mette
assolutamente in discussione (e perche’ dovrebbe?) la "normalita’" del sistema,
e poiche’ questo sistema e’ basato su una gerarchia - ristretta e distinguibile
- di piccole e grandi Autorita’ locali, di notabili insomma, ecco che il
giornalista diventa un notabile anche lui. Feltri, e Appelius, in fondo non
sono dei giornalisti "fascisti". Sono semplicemente dei gerarchi, dei notabili,
esattamente come il sottosegretario dei trasporti o il podesta’ di Ravanusa. In
piu’, hanno il bisogno fisiologico di "alzare" emotivamente le "notizie" che
danno ("il Negus e’ semianalfabeta", "Baldoni e’ d’accordo coi terroristi")
perche’ il valore delle loro notizie dipende principalmente dall’emotivita’ che
veicolano qui e ora.
Nel caso di Baldoni - del giornalismo di Baldoni - il background e’ ben diverso.
Non siamo piu’ in un mondo in cui si aggirano pochi e stenti segnali. Siamo in
un mondo pieno di informazioni, piccole e grandi, per lo piu’ immediatamente
visibili nella nostra vita quotidiana. Il somalo, per me, non e’ un oggetto
esotico che trovo sul giornale: e’ semplicemente il tizio che sta sull’autobus
accanto a me. Siamo nello stesso mondo. Da lui, e dal suo mondo, mi giungono
continuamente delle informazioni. Il mondo non e’ nemmeno piu’ un mondo
notabilare, retto da pochi. E’ un mondo ramificato e complesso, in cui il
potere e’ dato dal consenso. Se al mio nipotino non piacciono le patatine
McDonald, e questo finisce nei sondaggi, il presidente Mc Donald - un uomo
potente - e’ nei guai. Questa e’ una novita’, una novita’ che pesa.
Cosi’ lo scoop, l’effetto, perdono di valore. Gridare e’ quasi inutile, perche’
qua parlano tutti. Una vociata occasionale puo’ turbare il lettore d’oggi, ma
non persuaderlo. Bisogna convincerlo a poco a poco, sommessamente. Ragionare.
Parlare. Portare le cose "piccole", ma fondamentali, su cui la nostra vita si
basa, dappertutto. Percio’, se il giornalismo vecchio era quello
dell’"effetto", il giornalismo moderno e’ quello della "storia di vita".
La storia si puo’ raccontare con molti trucchi tecnici, per lo piu’ molto
antichi (presente Erodoto?). Ma i suoi strumenti fondamentali appartengono
all’intellettuale umanistico, alla persona; non al "giornalista" nel senso -
specialistico - feltriano. Io per esempio sono un giornalista perche’ so usare
XPress, calcolare un battutaggio, passare un pezzo, mettere in piedi un
cartaceo e cosi’ via. Non sono un giornalista per quel che scrivo. Questo puo’
farlo "chiunque", con una determinata formazione, e lo fara’ tanto meglio
quanto piu’ sara’ vivo. Lo strumento culturale di base non e’ piu’ cioe’
l’appartenenza a un notabilato specialistico, ma la partecipazione colta e
cosciente alla vita quotidiana delle persone. Questo significa subito che, se
faccio il giornalista, non sono necessariamente un notabile: sono semplicemente
un tecnico specializzato (in XPress). Per il resto, valgo quanto vale la mia
sensibilita’ e la mia cultura: come tutti.
* * *
Il giornalismo antico aveva dei mezzi di distribuzione assai limitati. Marco
Polo e’ riuscito a raccontare quel che aveva visto solo grazie a una serie di
colpi di culo (finire in cella con un intellettuale) del tutto imprevedibili.
Kipling aveva bisogno di un editore. E tutti abbiamo avuto bisogno di rotative,
di distributori, di macchine, in ultima analisi (salvo eccezioni: I Siciliani,
Avveimenti e altri pochi) di un padrone. Il giornalismo antico e’, per sua
tecnologia, coartabile e centralizzato.
Il giornale di Baldoni invece si chiama Bloghdad.splinder.com. Se vai su
Splinder, puoi farti il tuo giornale - non dico i contenuti - nel giro d’un
paio di ore. Difatti, ce ne sono migliaia. Puoi farlo benissimo anche tu. O
puoi fare una mail, un sito, una e-zine come questa. Puoi *comunicare*.
Il giornalismo moderno ha dei mezzi di distribuzione illimitati. Non e’
centralizzato, e non e’ coartabile da nessuno. L’unica cosa che gli manca e’
l’antico status notabilare. Questo e’ un guaio per il giornalista. Ma non per
il lettore.
* * *
Questa trasformazione e’ avvenuta ormai da diversi anni, il suo strumento
tecnico e’ l’internet, la sua ideologia l’umanesimo e il suo backgound storico
la globalizzazione. Baldoni c’era dentro fino al collo. Adesso, naturalmente,
e’ un "giornalista" anche lui, ora che e’ morto. Come la Cutuli (promossa
inviata dopo), come Ciriello, come Beppe Alfano ucciso dai mafiosi in Sicilia e
pagato tremila lire a pezzo, come quel collega di Catania che in questo
momento, per sopravvivere, sta scaricando casse e imballaggi all’aeroporto.
"Giornalisti" tutti. Ma forse e’ arrivato il momento di separare le razze. Se
Feltri e’ giornalista, evidentemente Baldoni non lo e’. E viceversa. Non e’ un
discorso moralistico, come si dice. E’ semplicemente un fatto tecnico, di
mestiere. Fra vent’anni, vedremo chi dei due sara’ considerato storicamente un
giornalista e chi no.
* * *
Sarebbe bene che anche coloro che - notabilarmente - tengono i registri del
"giornalismo" comincino a riflettere un po’ su queste cose. Mi riferisco
all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa. Sono dei club
simpatici, che hanno avuto una loro funzione ai tempi del giornalismo antico.
Adesso pero’ debbono decidere se vogliono continuare a occuparsi di giornalismo
o no.
Che fine fanno - tanto per dirne una - tutte le polemiche di salotto su Farini?
Roberto Farini, braccio destro di Feltri, e’ quello che ha affermato che Enzo
Baldoni era amico dei terroristi iracheni. L’ha scritto nero su bianco,
avendone dunque (visto che e’ un giornalista) le prove. Non l’ha scritto
perche’ ce l’avesse in particolare con Baldoni - che gliene frega - ma cosi’
tanto per fare lo scoop, per l’"effetto". Bene: questo Farini e’ un
"giornalista" o no? In questo momento, nel sistema dei notabili, c’e’
un’autorita’ precisa che puo’ stabilirlo, ed e’ l’Ordine dei giornalisti. Mi
aspetto che esso risponda a questa domanda, visto che tocca a lui rispondere.
Se no, bisognera’ pur trarne qualche conseguenza.
* * *
Non e’ solo l’Ordine, il notabilato, ad essere stato povero in questa vicenda.
Io temo che anche la categoria nel suo complesso abbia capito poco di quel che
e’ successo con Baldoni. Il sito non ufficiale piu’ autorevole del giornalismo
italiano e’, secondo me, il Barbiere della Sera. E’ nato come "giornale"
spontaneo dei giornalisti, col preciso intento di mettere in piazza cio’ che
succedeva dietro le quinte dell’informazione. Povero, scattante, appassionato,
ha avuto un suo ruolo preciso in quegli anni. Poi, come a tanti succede, s’e’
ingrassato e s’e’ ingrandito, e ora e’ un bel portale di quelli che appena li
clicchi ti sparano subito i flash di pubblicita’. Non lo leggevo da qualche
tempo, l’ho fatto adesso per vedere il dibattito su Baldoni. Ho trovato quanto
segue:
"Poi pero’ al fine settimana, il nostro si mette la tutina da Superman e va a
giocare allinviato di guerra".
"Lo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese".
"E non e’ un caso che anche ai dirigenti della nostra categoria non sia piaciuto
questo finto inviato di guerra".
"Deaglio, snob della sinistra, vergognati!".
"Non conosco personalmente Enzo Baldoni, ma che sia un personaggio un po’
egocentrico, e forse anche leggero ma non per questo buono...".
"Baldoni e’ simpatico, ma, ripeto, NON lo considero un giornalista".
"Una persona cosi’ e’ un danno per la categoria".
Questa, naturalmente, non era l’opinione di tutti. La maggior parte degli
interventi erano complessivamente civili. Ma c’erano anche questi - una
consistente minoranza - e facevano opinione.
* * *
Anche le giornaliste Rai, se ve lo ricordate, erano "amiche dei terroristi".
Quelle inviate in Iraq, durante e dopo la guerra: sono state insultate
esattamente come Baldoni, perche’ "non erano professionali", erano
"simpatizzanti di Saddam" e compagnia bella. Va bene: in questo momento,
purtroppo, la cultura di destra in Italia e’ ridotta a un livello molto basso,
e ne escono cose come queste. Potremmo "buttarla in politica", e finirla qui.
Purtroppo, il problema e’ piu’ profondo e riguarda la complessiva concezione
del giornalismo in Italia, l’uscita - per chi vuole e puo’ - dal notabilato e
il ruolo, nel giornalismo moderno, dei "giornalisti".
Estate 1. Il ragazzo scappato dalla Tunisia per sposare la donna conosciuta al
Mediterranee. Nel paese della ragazza vige la legge islamica, che vieta
l’ingresso agli infedeli stranieri. Cosi’ lui ha dovuto nascondersi nel
bagagliaio della macchina, sul traghetto, per cercare di venire inossservato.
E’ morto d’asfissia la’ dentro. Si chiamava Amor.
Estate 2. Il marocchino cascato giu’ dal cantiere, mentre lavorava da muratore.
L’hanno caricato sul camioncino e l’hanno scaricato in un fosso, ad agonizzare.
"Noi non lo conosciamo. Sara’ stato investito da qualcuno". Per puro caso,
l’anni salvato i carabinieri. Tutto questo, ad Assisi.
Estate 3. Il delfino che voleva bene ai bambini. Una volta ne aveva salvato uno,
caduto giu’ una barca. Un’altra volta s’era messo a "parlare" con una bambina
autistica, e lei rideva. Saltava attorno alle barche, amava gli esseri umani e
si chiamava Filippo, per i Bambini. Ucciso dall’elica di un motoscafo, davanti
a Manfredonia.
Estate 4. Milioni di italiani rientrano, ecc. Il presidente del Consiglio ha
dichiarato, ecc. Il nuovo libro di D’Alema, ecc. E poi sport.
Linux. Presentata in trentaquattro nazioni l’agenzia istituita dall’Onu a favore
della diffusione di software libero in tutto il mondo, e particolarmente nelle
aree piu’ povere del pianeta. Si chiama Iosn (International Open Source
Network) e fa parte dei progetti del Programma di Sviluppo dell’Onu. L’Iosn
comincera’ la sua attivita’ dai paesi dell’Estremo Oriente, dove l’open source
e’ gia’ presente da diversi anni. In Cina opera gia’ un Laboratorio di Sviluppo
che sta sviluppando un sistema operativo in lingue orientali basato su Linux).
A partire da quest’anno, il 28 verra’ celebrato dalle Nazioni Unite come
"Software Freedom Day".
Cronaca. Palermo. Arrestato grazie alla collaborazione della popolazione l’uomo
che nel corso di una rapina aveva ferito un bambino che giocava per la strada a
Ballaro’.
Cronaca. Roma. Protesta delle donne detenute nel carcere di Rebibbia. Protestano
per la detenzione dei figli di alcune di loro, costretti a restare con le madri
in carcere all’eta’ di pochi mesi o pochi anni. La legge prevede la
non-carcerazione delle madri con figli inferiori a dieci anni. Tuttavia a
Rebibbia ce ne sono almeno venti.
Cronaca. Torino. Ferie in autostrada per i coniugi Rina e Antonio Burzio.
Durante una sosta in camper si sono accorti di aver smarrito il loro cane. Sono
rimasti ad aspettarlo nella piazzuola di sosta da cui l’animale s’era
allontanato, rinunciando alle ferie per amore del loro care.
Pechino. Rinvenuto in una localita’ della Cina settentrionale un mortaio in lega
metallica la cui fabbricazione sarebbe datata attorno al 1200. La prima "arma
totale" europea risale invece circa al milletrecento ed era, come sapete, un
rudimentale mortaio in grado di sparare blocchi di pietra (non radioattivi)
piu’ o meno sferici. "Sparare", in effetti, era la parola usata nei briefing
tattici per programmare le azioni: ma di cannonate reali ne partivano molto
poche, tre o quattro in un giorno. E doveva essere un giorno fortunato, in cui
il cannone sopravviveva fino a sera senza esplodere con tutta la compagnia.
Tutto cio’ costava moltissimo, era macchinoso da usare, ed era anche
politicamente sospetto in quanto non era affatto sicuro che le cannonate
fossero teologicamente compatibili col cristianesimo. Percio’ i governi piu’
avveduti si guardavano bene dal caricarci sopra investimenti eccessivi: anche
perche’ fra le vecchie tecnologie c’era roba analoga che funzionava benissimo,
per esempio la vecchia sperimentata catapulta con cui Edoardo d’Inghilterra
demoli’ tranquillamente i castelli feudali dei baroni d’opposizione. Insomma,
se la polvere da sparo fosse stata quotata in borsa la gente non avrebbe fatto
a cazzotti per comprarla. Un asset manager l’avrebbe consigliata per diciamo un
quindici per cento all’interno d’un buon investimento diversificato.
Tutto questo per dire che la polvere da sparo in Occidente, per almeno una
cinquantina d’anni, non e’ stata affatto una storia di successo. Poi una serie
di iniziative estremamente specializzate (tipo: esplorazione portoghese in
Africa, assedi di citta’ ex bizantine, ecc.) porto’ a individuare dei mercati
di nicchia abbastanza remunerativi. Infine, grazie all’attenzione suscitate da
queste nicchie e valendosi del know-how maturato in esse, la polvere da sparo
fu massicciamente adottata da due grosse aziende come la Re di Francia e la
Eredi Ottomani.
La prima mise in campo un’intera linea di piccoli e versatili "cannoni",
ampiamente pubblicizzati, con i quali invase tutte le citta’ italiane (ma si
discute ancora quanta parte di questo successo fosse dovuta alla campagna di
lancio e quanta alle qualita’ del prodotto). Gli Ottomani invece preferirono
concentrarsi su pochissimi modelli, costruiti praticamente in esemplare unico
(ognuno di essi aveva un nome!), assolutamente non trasportabili, a impianto
fisso ma della massima potenza: non ottennero tanti piccoli successi come i
francesi ma riuscirono tutto d’un colpo a far breccia nientedimeno che su
Costantinopoli. A questo punto, ovviamente, le catapulte erano obsolete da un
pezzo; pero’ dai cannoni iniziali era passato gia’ un secolo e mezzo, per cui
parecchi soggetti (per esempio, tutte le citta’ e staterelli dell’Europa
centrale) erano rimasti tagliati fuori dallo stato dell’arte e non riuscirono
mai a rimettersi in pari. Buona parte della storia d’Europa fino al Settecento
incluso viene da li’.
* * *
In Europa, quindi, la tecnologia-cannone arriva tardi, entra sul mercato con
difficolta’ e si stabilizza abbastanza faticosamente. A quel punto, pero’,
diventa rapidamente decisiva e il suo stato dell’arte si pone come
discriminante fra chi e’ dentro e chi e’ fuori. Ma, e in Cina? In Cina, come
sappiamo, l’elemento base della tecnologia in questione (la capacita’ esplosiva
della polvere da sparo) era noto da molto piu’ tempo: almeno sette-otto secoli,
secondo le stime piu’ limitate. Fino a poco tempo fa si pensava che avessero la
tecnologia di base, ma non le applicazioni specifiche di prodotto: fuochi
artificiali si’, cannoni no.
Adesso pero’, con la scoperta del mortaio del tredicesimo secolo, le cose
cambiano. I cinesi non solo avevano la capacita’ generale di utilizzare
l’energia esplosiva per d’intrattenimento, ma avevano anche sviluppato prima di
tutti una prodotto specifico per coprire lo stesso settore (l’impiego militare)
su cui la tecnologia della polvere trovo’ il suo mercato in Europa. Cos’e’
mancato allora? Le condizioni storiche? No, direi di no.
I problemi geopolitici - relativamente alla tecnologia in questione - della Cina
nel tredicesimo secolo non differivano moltissimo da quelli europei. Non c’era,
e’ vero, la necessita’ del potere centrale di tenere a freno una molteplicita’
di interessi feudali locali con interventi militari mirati: ma questo, in
Europa, era stato praticamente risolto *prima* della nuova tecnologia, e non
puo’ dunque essere considerato discriminante. C’era invece un confronto
militare continuo, di solito a bassa intensita’ ma con picchi drammatici, con
masse di popolazioni seminomadi esterne, nel quale l’adozione della nuova
tecnologia in Europa si rivelo’ l’elemento decisivo, e in Cina rimase assente.
L’unico elemento di differenziazione, in realta’, fu quello culturale. I cinesi,
in sostanza, *non vollero* (cioe’: la loro organizzazione sociale non permise)
sviluppare su vasta scala il cannone. Una questione economico-strutturale di
vastissima portata fu decisa cioe’ da un elemento non economico e non
strutturale.
Gli esempi di questo tipo non sono molti, nella storia; non e’ esagerato dire
che non raggiungono la mezza dozzina (la navigazione oceanica, sempre in Cina e
quasi parallelamente al cannone; la ruota nell’America precolombiana; gli
albori della termodinamica, nel mondo alessandrino; e pochissimi altri).
Ciascuno di essi nella storia del mondo ha pero’ avuto un impatto decisivo -
l’aspetto del pianeta sarebbe cioe’ completamente differente, se una o piu’ di
queste scelte *culturali* fosse stata sviluppata in termini differenti.
* * *
E noi che cosa c’entriamo, adesso, con tutta quest’arrugginita storia di cannoni
cinesi? Beh, inutile cercare la battuta ad effetto, tanto l’avete gia’ capito
perfettamente. C’entriamo perche’ quello che si e’ verificato in quelle
occasioni potrebbe perfettamente ripetersi adesso, in questo momento. Un
momento in cui tutto un versante dello sviluppo tecnologico e’ stato
rapidamente abbandonato ("Or che bravo sono stato/ posso fare anche il
bucato?": nessuno con meno di trent’anni e’ in grado di riconoscere questo
slogan...) e ne e’ stato aperto un altro completamente nuovo.
In questo nuovo continente in cui ci siamo avventurati, le varie opzioni
disponibili sono governate teoricamente dalla logica. In realta’, esse sono
pesantemente interferite da meccanismi che per brevita’ definiamo di mercato
(la brevita’ e’ resa necessaria dal fatto che non sappiamo esattamente che cosa
il mercato oggi sia) e da altri e paralleli meccanismi che correntemente
definiamo di mercato anch’essi, ma che invece sono essenzialmente dei
meccanismi culturali (e, qualche volta, forse addirittura
religioso-ideologici). Ma e’ cosi’? E se e’ cosi’, dov’e’ la linea di
discrimine fra gli uni e gli altri? E, fra quelli culturali, quali sono "nuovi"
e quali invece zavorra della precedente fase, ora obsoleta? Chi sono insomma
oggi - la domanda da mille dollari - i mandarini che rischiano di farci fare i
fuochi d’artificio ma non i cannoni?
A nessuna di queste domande, ciascuna delle quali e’ decisiva, noi siamo in
grado di rispondere oggi. Cosicche’, se per caso stiamo diventando "cinesi",
non lo sappiamo.
Luigi Ficarra wrote:
< Gela, citta’ ad alta intensita’ mafiosa, e’ oggi amministrata da una giunta di
sinistra diretta dal Sindaco Rosario Crocetta. Il quale sta caratterizzando la
sua amministrazione in una battaglia a viso aperto contro la mafia. Fra i tanti
esempi del suo molteplice intervento indichiamo quanto sta facendo sulla
questione dellacqua. Questa e’ stata sino ad oggi monopolizzata dalla mafia,
che lha fornita ai cittadini ad un prezzo molto elevato, proibitivo per i piu’
poveri. Ebbene, il sindaco fa ora girare per le strade delle autobotti del
Comune, fornendo a tutti lacqua ad un prezzo di gran lunga inferiore a quello
che imponeva la mafia. Molto importante e di enorme valore e’ poi la pulizia
radicale che sta realizzando nel campo degli appalti. La delinquenza mafiosa
lha gia’ minacciato piu’ volte di morte. Ed egli, sprezzante e saggio come il
compagno Roxas (quello del "Romanzo civile" di Giuliana Saladino), risponde che
"importante e’ come si vive; della morte non ha senso avere paura, che’ tutti
dobbiamo morire; occorre pero’ affrontarla a testa alta, con la coscienza di
aver bene operato, e da uomini liberi".
Abbiamo ritenuto doveroso esprimere al Sindaco Rosario Crocetta di Gela la
nostra piena solidarieta’ di giuristi democratici, anche perche’ possa contare
in qualunque momento ed occasione sulla fattiva partecipazione ed il contributo
di tutti noi. "L’Associazione Giuristi Democratici - gli abbiamo scritto -
concorda con Lei nel dire che la mafia si combatte si’ con un’energica
repressione giudiziaria, ma che occorre soprattutto una battaglia politica che
smuova la coscienza civile dei cittadini, come sta facendo Lei. Il suo esempio
e’ lopposto della triste immagine offerta da Cuffaro, oggi disonorevolmente
imputato di favoreggiamento alla mafia" >
mimmolombezzi wrote:
< Immaginiamo il seguente gioco televisivo: da una parte in una cabina si mette
Calderoli e gli si proiettano prima le dichiarazioni di Pisanu sulla necessita’
di rottamare la "Bossi-Fini" poi quelle di Buttiglione-Montezemolo sull’
opportunita’ di rottamare la "Devolution"....accanto in un altra cabina si
mette l’ottimo Capezzone il segretario dei Radicali e gli si proiettano le
uscite di Sirchia sulla fecondazione assistita,le dichiarazoni di Berlusconi
sui "terroristi Ceceni" o la proposta dell’on Gentile di tassare gli aborti....
Mentre le telecamere stringono sui primi piani un sistema di sensori colorati
segnala in diretta chie’ il piu’ incazzato. Sara’ lui che celebrato da una
sfilata di gnocche vincera’ il "ROSP-PARADE-AWARD": il premio per il maggior
numero di rospi ingoiati nella prospettiva di restare o di entrare nella
maggioranza >
sandro@kensan.it wrote:
< Visto che il petrolio sta finendo occorre trovare delle fonti di energia
alternative, oltre al nucleare vi e’ l’eolico e il solare. A ottobre dell’anno
scorso la ST Microelectronics divulgava la notizia di avere trovato un sistema
efficiente per ricavare elettricita’ dal sole. Il suo comunicato stampa parlava
di celle fotovoltaiche polimeriche di nuovo tipo con efficienza del 10% e costo
di 0.20$ al watt per venti anni. La durata di queste celle non e’ stata
chiarita. Una cella in silicio dura 20 anni, costa venti volte di piu’ e ha una
efficienza del 20% (celle monocristalline). Nell’annuncio il ricercatore a capo
del gruppo di ricerca, Salvo Coffa, diceva: "We believe we can demonstrate 10
percent efficiency by the end of 2004..."
dhmipa@tin.it wrote:
< E’ stato ucciso due volte: la seconda dai terroristi iracheni, la prima da
certi giornali e giornalisti italiani che lo hanno accusato di essere un amico
dei terroristie hanno insinuato che per questo sarebbe stato liberato. Hanno
interpretato male i fatti, o hanno blaterato inutili e false ciarlerie apposta,
per fare del male? E’ stato definito da Feltri un giornalista della domenica
che andava in Iraq per farsi vedere e per fare politica. Cio’ che scrive Feltri
mi fa schifo, ma non posso e non voglio impedire che continui a scriverlo, anzi
e’ meglio che lo faccia, cosi’ che tutti capiscano che razza di persona e’ e
quanto ci si possa fidare di lui e di cio’ che dice >
Andrea Sciuto wrote:
< Contrariamente a quanto ripetono i giornali, io non credo che lItalia
ricordera’ Enzo Baldoni assieme a Quattrocchi e ai martiri di Nassiriya.
Baldoni e’ andato in Iraq armato di carta e penna, non di fucile. E con tutto
il rispetto verso chi altrimenti sceglie, la differenza ce’, e pesa molto. Si
possono portare aiuti difendendosi con le armi, oppure si puo’ andare a mani
vuote; si puo’ accettare che la logica della violenza sancisca il diritto,
sgomini loppressore, oppure, semplicemente, si va, e ci si affida. Enzo
Baldoni aveva solo la sua vita, e quella ha dato >
Tito Gandini wrote:
Nati d’autunno
< Che l’autunno
ci posi, pensiero,
nel grembo di madri
Crepi tutto
da novembre
a febbraio
Settembrini siamo
spossati dal nascere
inetti all’inverno
coviamo per sempre il tepore >
Per collaborare a questa e-zine, o per criticarla o anche semplicemente per
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"A che serve vivere, se non c’e’ il coraggio di lottare?" (Giuseppe Fava)