Voltaire, aiutaci. Il direttore di France Soir, Jacques Lafranc, è
stato licenziato in tronco per aver pubblicato una vignetta satirica
su Maometto...
Voltaire, aiutaci. Il direttore di France Soir, Jacques Lafranc, è
stato licenziato in tronco per aver pubblicato una vignetta satirica
su Maometto. Il padrone del giornale, che è franco-egiziano, ha
presentato le sue scuse alla comunità musulmana per la vignetta
"blasfema" e ha dichiarato di aver licenziato Lefranc per dare "un
forte segnale".
È un episodio gravissimo, molto di più di un attentato. L’attentato, o
qualunque altro gesto immediatamente riconoscibile come criminale, è
infatti riconducibile alle patologie individuali di elementi
culturalmente deboli e dunque portati ad assumere una qualsiasi
ideologia/religione a pretesto arbitrario delle proprie pulsioni
asociali. In questi casi, una volta punito il singolo criminale,
l’incidente è chiuso.
Nel caso di monsieur Raymond Lakah, il "patron" di France-soir, non è
così. Lakah non è un ignorante fanatico, nè le sue capacità di far
danno si limitano all’assassinio di alcune persone. È uno dei più
importanti editori europei, ed è in condizione di danneggiare la vita
di decine e decine di milioni di esseri umani, privandoli dei diritti
essenziali (libertà, eguaglianza, fraternità) conquistati coi
sacrifici di molte generazioni. Mentre l’assassino "islamico" è dunque
prima un assassino e poi, e solo en passant, un islamico,
l’imprenditore che vuole agire da "islamico" va messo sotto controllo
in quanto tale.
Naturalmente, non stiamo parlando dell’islamismo in quanto fede; è
probabile che monsieur Lakah sia tanto maomettano quanto papa Borgia
era cattolico, e che si sia mosso non tanto per convinzione personale
quanto per furberia commerciale. Ma questo non cambia niente. Nel
momento in cui egli, potente imprenditore, invoca un sistema
ideologico per ferire la libertà altrui, quel sistema diventa - qui e
ora - "sospetto". E il colpevole va punito non solo per il reato in
sè, ma anche per l’indebita applicazione nei rapporti civili di un
sistema ideologico dato per superiore.
Fino a pochi anni fa, questo problema da noi si poneva solo nei
confronti della religione cristiana. E la Francia l’aveva risolto
brillantemente. Ognuno può credere quello che vuole, nessuno può far
credere agli altri quello che vuole. Monsieur le Cardinal de Paris e
l’ultimo manovale algerino, sul suolo della Repubblica, hanno diritti
eguali ed eguali doveri. Quando il signor cardinale ha cercato di
ribellarsi a questa elementare regola civile, i signori Robespierre e
Guillottine hanno rapidamente provveduto a chiarire la sistuazione.
Nessun patron cattolico francese oserebbe oggi licenziare un
lavoratore per ateismo. Non per bontà di cuore, ma perché la
tolleranza gli è stata insegnata a forza di botte in testa e
barricate. Se un padrone islamico ci prova, allora botte in testa
(educative) anche per lui. Perciò ci auguriamo che il governo francese
provveda rapidamente ad arrestare Lakah, a confiscargli i beni e a
espellerlo dal paese in via amministrativa. Ancor più ci auguriamo che
il governo italiano, quando avremo un governo, sappia reagire con
severità a episodi consimili, se mai si verificheranno.
* * *
Gli integralisti cattolici, dal canto loro, fanno il possibile per non
farsi dimenticare. Il giudice italiano, di religione ebraica, che si
era rifiutato di rendere giustizia sotto il simbolo non-statale del
Crocifisso, è stato sommariamente condannato e sospeso dalla
magistratura. Una sentenza "islamica", degna di monsieur Lakah. Utile,
ai fini nostri, perché dimostra come l’intolleranza non sia legate a
questa o quella religione ma a tutte, se non vengono vissute in
spirito d’umiltà e di rispetto.
* * *
Maometto: un intellettuale brillante con una moglie ricca. Padre Pio:
un fratacchione intrigante con l’accento barese. Mosè: quarant’anni su
e giù a trascinare folle nel deserto, mentre con una guida Michelin
sarebbe arrivato in due mesi. Voltaire: uno scrittore di sinistra che
chiamava le persone più povere "populace". Di tutti costoro, però, è
l’unico che possiamo criticare dappertutto senza paura di passare
guai.
Una storia italiana. Daniela è bella, ha il sorriso più dolce di Roma
nord, e aspetta che la chiami la direzione sanitaria dell’ Ospedale
Pediatrico Bambino Gesù, per sapere se ha vinto una borsa di studio di
tre anni per studiare "i fattori di rischio pre-, peri- e post-natali
per la mortalità neonatale e la disabilità in un’ampia coorte italiana
di nati gravemente pretermine". Daniela ha 33 anni e 3 splendidi
figli, l’ultima di 14 mesi.
A marzo il Bambin Gesù l’aveva chiamata a sostituire per sei mesi una
ricercatrice che andava in maternità; lei, che in maternità non c’era
mai andata, va al colloquio e scopre che gli argomenti della ricerca
sono proprio "i suoi" quelli su cui si è laureata e su cui ha fatto la
tesi di dottorato.
La responsabile del progetto di ricerca scopre che Daniela è brava, ha
un curriculum brillante e farebbe proprio al caso loro. Il problema è
l’orario, dalle 9 alle 18 che, se ci si aggiunge la difficoltà per
arrivare al Bambin Gesù dal nuovo salario, diventerebbe 8-19 e allora
con i 3 figli di cui l’ultima di 8 mesi non si può fare. Magari se
fosse una cosa più stabile; ma per sei mesi non vale la pena di far
andare in part-time il marito e di organizzare baby sitter e nonni.
Daniela e la responsabile si lasciano, a malincuore, sperando nei
prossimi bandi.
È luglio, escono dei nuovi bandi all’OPBG, la responsabile della
ricerca la richiama invitandola a fare domanda. "È richiesta la Laurea
in Scienze Statistiche. L’esperienza e la formazione maturate
nell’area della epidemiologia perinatale o riproduttiva costituiranno
titolo di qualifica aggiuntivo..."
Daniela è contenta, sarebbe un contratto di tre anni per lavorare a
quello che l’appassiona, ha tutte le caratteristiche necessarie,
l’argomento è il suo (le malformazioni congenite e le disabilità
infantili) ed è considerata molto brava, (la sua tesi di laurea è
stata la migliore nel 2000, anche la sua tesi di dottorato è stata la
migliore e sta per essere pubblicata).
Daniela è preoccupata, perché sa che l’orario sarà sempre lo stesso
9-18 (che poi diventa 8-19) e non vuole rinunciare ai figli, a vederli
crescere, a fare i compiti con loro. Ma pensa che si possa fare, il
marito è disponibile, baby sitter e nonni si trovano... La lettera
arriva a settembre e dice: "E’ stata selezionato il suo curriculum e
quello di un’altra ragazza". L’intervista sarà il 28 settembre,
intanto bisagna mandare alla direzione sanitaria due lettere di
presentazione e un certificato che attesti le proprie qualità morali
redatto da un parroco o da altri.
"Guarda che è una formalità!" le dice il marito, "starà scritto in
qualche vecchio regolamento dell’Ospedale, magari perché è un ospedale
cattolico... Preoccupati piuttosto di rimediare le lettere di
presentazione dai professori con i quali hai lavorato per le tesi!".
Daniela è laica, sì ha fatto la cresima e andava in chiesa e ai gruppi
parrocchiali, poi si è stufata e gli danno pure un po’ fastidio le
ipocrisie nello stile di vita di molti cattolici. Nonostante sia
rimasta in buoni rapporti con qualche prete non trova giusto far
"certificare" le proprie qualità morali da persone che non frequenta
più; non trova giusto farsi passare per quello che non è proprio nei
confronti dei veri credenti. Sono 15 anni che fa volontariato in
un’associazione che si occupa di persone con sindrome di Down,
chiederà a loro. Le lettere di presentazione e quella che attesta le
sue qualità morali sono bellissime e le invia con orgoglio.
Al colloquio ci sono una decina di persone, tra cui la responsabile
della ricerca, le domande molto generiche le fanno i membri della
commissione e della direzione sanitaria. "Il suo curriculum è molto
brillante, complimenti, le sue referenze sono ottime, veramente, ma
come mai questa lettera dall’AIPD e non da un parroco?"
Daniela un po’ se l’aspettava questa domanda ma è serena anche se un
po’ indispettita, spiega che lei è laica, anche se cresimata e le
sembrava più corretto far descrivere le sue qualità morali a chi le
può apprezzare ogni giorno.
"Va bene ma almeno è sposata in chiesa?"
"No, sono sposata con rito civile" e poi di getto "e se può
interessare i miei tre figli non sono battezzati, sceglieranno loro,
quando vorranno".
L’intervista si conclude e le faranno sapere entro un mese.
La telefonata arriva venerdì 28 ottobre; è la responsabile del
progetto di ricerca, "Sono mortificata - dice - La sua candidatura era
di gran lunga la migliore ma è stata scartata perché non ha le qualità
morali necessarie, questa è un’istituzione religiosa"
"Ma nel bando non c’era scritto niente del genere, se no non avrei
partecipato" replica Daniela,
"Ha ragione, proprio su questo punto ho dato battaglia, ma non c’è
stato niente da fare",
"Ma cosa c’entra con l’attività di ricerca sulle malformazioni congenite?"
, e poi mica devo fare l’infermiera o l’insegnante, non devo mica
essere a contatto con gli utenti dell’ospedale!" "Ha ragione ma non
sono io a decidere, se avesse avuto la lettera di un sacerdote non le
avrebbero nemmeno chiesto del matrimonio, non l’hanno chiesto a nessun
altro" e poi ancora: Aanche io sono rimasta spiazzata, mi ero anche
ingegnata a trovare un orario di lavoro che la facilitasse ad
accettare, ora dovrò lavorare con persone meno preparate e competenti
di lei, spero solo di poter collaborare con lei in qualche altro
modo".
"Non te la prendere sono queste le cose che fanno curriculum, non gli
articoli scientifici!" la rincuora il marito, che, anche se non lo dà
a vedere, è molto arrabbiato e conferma una volta di più la sua idea
sulla chiesa cattolica e sui fondamentalismi, religiosi e non. "E poi
così ci tolgono dal dubbio se accettare o meno!"
Chissenefrega se la lista di nozze consisteva in una donazione ad un
prete peruviano amico che da 20 anni costruisce progetti di scolarità,
tutela della salute e formazione al lavoro. Chissenefrega se anche i
soldi dell’assegno dal governo per il terzo figlio sono finiti laggiù,
e così quelli raccolte in occasione della nascita dei tre figli.
Daniela invece pensa che faceva meglio a starsi zitta e a dire che il
matrimonio in chiesa era stato bellissimo! [lorenzo spizzichino]
Elezioni 1. Il povero Grasso, giudice antimafia, ha pregato i partiti
di non candidare politici inquisiti. Da destra, in Sicilia, è arrivata
una sghignazzata generale (l’Udc, a dar retta a Grasso, rischierebbe
di trovarsi con una lista di tre nomi). Ma va bene così: ci
spiacerebbe se dovessero ritirare Cuffaro, da cui ci aspettiamo uno
degli spettacoli più divertenti dei prossimi mesi (i presidenti delle
regioni non hanno immunità parlamentare e possono esser portati via,
se del caso, con poltrona e tutto).
Elezioni 2. In Sicilia, la Margherita si rifiuta categoricamente di
candidare Leoluca Orlando, che prta un sacco di voti ma sostiene la
Borsellino (e, peggio ancora, ha sostenuto Borsellino). A Roma, i Ds
si rifiutano di candidare Giulietti, che difende a spada tratta la
Rai-servizio pubblico ed è il nemico peggiore, su questo terreno, di
Berlusconi. Eppure la Margherita è contro la mafia, e i Ds sono per
la libertà d’informazione.
Elezioni 3. Arzano (Napoli). Pacco bomba a Elpidio Capasso,
consigliere comunale dell’Italia dei Valori. Ferita la moglie,
Francesca Vitagliano, che aveva aperto il pacco.
Elezioni 4. Caltanissetta. Portato a 1800 euri mensili lo stipendio
dei consiglieri comunali locali.
Elezioni 5. Alle elezioni, 1621 vota per 1816. L’ha dichiarato
Vittorio in persona, tutto felice.
Ascari. Il capo del movimento "autonomista" siciliano Raffaele
Lombardo non passerà, grazie a Dio, al centrosinistra (dove
l’avrebbero purtroppo accolto a braccia aperte) ma si metterà
viceversa agli ordini della Lega di Bossi: che dopo tanti insulti
contro i meridionali ha così la soddisfazione di averne addirittura
uno al proprio servizio diretto. Benissimo. Al neo-ascaro Lombardo
ricordiamo, per regolarità, i suoi diritti: ha diritto a una regolare
distribuzione di riso e tè due volte al giorno, a non ricevere mai più
di venti colpi di scurbasc consecutivi, a un premio di trenta talleri
(o l’equivalente in lire o bestiame) per ogni anno di servizio
prestato, a fare - se necessario per il servizio - rispettose domande
all’ufficiale bianco responsabile del plotone. Auguri.
Italish 1. Su Repubblica, in un ponderoso articolo di politica
internazionale, una delle due parti dava all’altra un categorico
"out-out". Naturalmente si trattava di un "aut aut" latino, che il
redattore ha istintivamente americanizzato. L’autore, il giorno dopo,
precisa che è stato errore di dettatura: ma ormai il danno è fatto e
d’ora in poi l’"aut aut" sarà per tutti un "out-out" texano. Senza
speranza di riscatto, come il povero "media" che ormai è dappertutto
"midia" alla faccia di Danteh Aleegheears.
Italish 2. Bisogna reinventà l’Italia, sennò nun se po’ ffà politica e
nun se conclude gnente. Perciò tutti i muri di Roma erano tappezzati
da un bel "Reinventing Italy" (Margherita). Oll rait.
Libri e fuoco. Dino Paternostro è il segretario della Camera del
Lavoro di Corleone. È anche giornalista e il suo ultimo libro (nella
collana "I misteri d’Italia" dell’Unità) è una puntuale ricostruzione
della storia della Cosa Nostra corleonese. Dopodiché gli hanno
bruciato la macchina. Bene, senza sprecare inutili parole, vorrei
invitarvi ad acquistare il suo libro. L’invito è esteso anche ai
lettori di destra: è vero che l’editore è di sinistra, ma contro la
mafia siamo tutti insieme [enrico natoli]
Bookmark: www.unita.it/ssl/store/info.asp?catid=23&item=201.
Silenzi e grida. Cosa succede dietro le sbarre di Guantanamo Bay?
Avevo letto molti articoli su questo carcere senza legge, ma per
capire davvero le condizioni di vita di un luogo in cui ogni diritto è
sospeso ho dovuto andare al di là dei limiti della parola scritta, e
immergermi nei volti e negli sguardi di un racconto teatrale.
"Guantanamo. L’onore obbliga a difendere la libertà" è il titolo di
un’opera teatrale di Victoria Brittain e Gillian Slovo, portata in
Italia in questi giorni da Serena Mannelli e Michele Panella della
compagnia Tri-boo, un racconto in cui si scoprono le storie disumane
di persone arrestate arbitrariamente e private dei diritti umani più
elementari in nome della "Guerra Santa" al terrorismo. Tutte le
testimonianze contenute nel copione di "Guantanamo"sono state
riportate integralmente, senza adattamenti o modifiche: le parole che
si ascoltano sono proprio quelle riportate nelle lettere dei detenuti,
e perfino le pause e le ripetizioni nei racconti dei familiari sono le
stesse contenute nei nastri con le loro interviste.
Sul palco le voci degli attori si alternano con le testimonianze video
di altri protagonisti di questa vicenda, come Donald Rumsfeld, che
spiega al mondo perché le convenzioni di Ginevra si applicano solo ai
"prigionieri di guerra" mentre a Guantanamo ci sono solamente
"combattenti irregolari", e Jack Straw, il ministro degli esteri
britannico, che annuncia altrettanto candidamente che i detenuti
inglesi riceveranno un trattamento di favore: non verranno condannati
a morte. Dopo aver visto e ascoltato, si vorrebbe urlare queste cose
sui tetti, ma nei "grandi" teatri i nostri intellettuali in
doppiopetto hanno cose più impegnate e "alte" a cui pensare. [carlo
gubitosa]
Bookmark: www.tri-boo.it
Cowboys. Quelli di Brorebak Mountain (che sono apertamente gay: ma
quasi tutti i cowboys dei film anni 50 un pochino lo sono) non
andranno in Cina, dove il Sant’Uffizio ha vietato la circolazione del
film. Non andranno neanche nello Utah, lo stato dei Mormoni che ha
sembre votato in massa per Bush o per qualsiasi altro candidato
supercristiano. I Mormoni, però, fino a qualche generazione fa
praticavano apertamente la poligamia: meglio avere tre mogli, per il
cowboy religiousally correct, o un ragazzo solo?
Spot. Emergency. Bologna, 8 febbraio, Sala del Baraccano viia S.
Stefano 119: "Afghanistan, uno sguardo oltre". Interverranno il dott.
Luca Ansaloni, chirurgo d’urgenza dell’Ospedale S. Orsola di Bologna,
e Alessandro Greblo, logista di Emergency.
Bookmark: emergencybo.lucchesi.eu.org
Agenda (con molto anticipo). I primi Stati Generali dell’Antimafia,
organizzati da Libera, avranno luogo il 13,14 e 15 ottobre a Roma. È
vero che mancano ancora parecchi mesi, ma è bene cominciare a
organizzarsi fin d’ora per portare un contributo a questa che potrebbe
alla fine risultare la più importante scadenza politica dell’anno.
"Una tre giorni dove protagonisti saranno tutte quelle persone, quelle
storie che in questi anni contro tutto e tutti hanno combattuto le
mafie".
Info: Peppe Ruggiero, ufficiostampa@libera.it
Achtung banditen. Un nuovo sito in Sicilia, con le malefatte di
Cuffaro, Scappagnini, Ciancio e compagnia bella. Però anche tante
storie spavalde e tenere di siciliani che, una volta ancora, si
rimettono in piedi e ricominciano a camminare. In home page, una
"vecchia" intervista a Giuseppe Fava, dell’83: mafia e banche, mafia e
Stato, mafia che comanda. Da non perdere.
Bookmark: bandalibera.it
Ettore Lomaglio Silvestri wrote:
< Siamo veramente spaventati dall’ipotesi che il difensore politico di
Totó Cuffaro possa diventare Presidente della Repubblica. Chiedo, e
spero di non restare il solo, a quelle forze che in Sicilia hanno
avuto il coraggio di sostenere Rita Borsellino, di non lasciare che
Pierferdinando Casini diventi il prossimo inquilino del Quirinale >
Unione degli studenti wrote:
< Il 18 Febbraio saremo in piazza a Reggio Calabria per infliggere un
duro colpo a tutte le mafie e per dimostrare che un’alternativa reale
all’omertà e alla violenza esiste. La Rete "Liberi studenti contro
tutte le mafie di Reggio Calabria" ha chiamato nella propria città
studenti, lavoratori e tutti i cittadini che si sentono offesi e
derisi dalla prepotenza e arroganza che tutte le mafie esercitano sul
territorio nazionale. Dobbiamo rispondere all’appello degli studenti
reggini che ci chiedono di ribellarci! Noi non ci stiamo alla miopia
della politica, al silenzio/assenso di chi ci dice che con la mafia
bisogna conviverci. Chiediamo che la questione delle mafie stia in
cima all’agenda politica nazionale. Invitiamo tutti gli studenti a
unirsi alla nostra lotta per creare dal basso una società libera
dalle mafie >
Info: sulatesta@unionedeglistudenti.it
Giancarlo wrote:
< L’Europa si accoda agli Usa nel sanzionare le libere elezioni in
Palestina. Seguendo il pensiero di George W. "d’ora in poi gli aiuti
saranno dati solo ai Paesi meritevoli (ossia che fanno quello che
diciamo noi)" anche l’Europa condiziona gli aiuti al popolo
palestinese. L’Europa dovrebbe mediare tra le due nazioni parimenti
aggressive (Israele e Palestina), non imporre il proprio pensiero
senza preoccuparsi delle ricadute nefaste sulle popolazioni >
Massi wrote:
< Che succederà ora che in Palestina ha trionfato il partito dei
terroristi e kamikaze di Arafat? Noto da sempre che per voi comunisti
(dalla sinistra più democratica alle frange più estremiste) indossare
la kefiah è simbolo di libertà, di ribellione... Ora che ne dite?
Sempre d’accordo a sostenere uno stato che come prima cosa vuole la
distruzione di Israele? Israele continuerà con la politica di pace di
Sharon; Hamas come al solito se ne infischierà e scoppieranno le prime
autobombe dei patrioti palestinesi su obiettivi strategici israeliani
(mercati affollati di massaie, bambini, innocenti vari). Alla fine
nessuno di voi ci farà caso, finchè Israele non si difenderà
militarmente... Allora voi scenderete in piazza, manifesterete per la
barbarie con cui Israele tratta i "poveri e innocenti" palestinesi,
senza ricordare, come sempre fate, che esistono le autobombe di Hamas,
prima di tutto... Non è vero che gli studenti di sinistra hanno sempre
manifestato pro-Palestina? E sbaglio a pensare che lo faranno ancora,
appena Israele avrà risposto alle inevitabili azioni di Hamas? Non
pensi che, se ciò accade, sarebbe un chiaro appoggio ai movimenti del
terrore che partono dal Medioriente? Spero di avere la possibilità di
discutere anche con altri "compagni" di tutto ciò. Se non altro per
ricredermi. >
* * *
Caro Massi, la vittoria di Hamas è una tragedia, come lo fu a suo
tempo l’andata al governo di Sharon. Vedi, sia lo stato d’Israele che
il movimento di liberazione della Palestina erano profondamente
"europei", venivano dalla sinistra dell’Ottocento. Nella loro ferocia,
e nel loro - frequente - ricorso al terrorismo, essi cercavano
tuttavia di affermare valori (la libertà, l’indipendenza, il
miglioramento delle condizioni popolari) che sono in ultima analisi
valori nostri. In questo senso, Arafat e Ben Gurion non erano
sostanzialmente diversi. Nessuno dei due ha evitato, in certi casi, di
ricorrere al terrorismo. Ma solo occasionalmente, e come risorsa
disperata. Nessuno dei due era un fanatico religioso: Arafat era
palestinese, molto prima che musulmano; e Ben Gurion era un israeliano
laico, non un rabbino integralista (i religiosi erano rimasti fuori
dalla nascita di Israele).
I loro successori - Hamas da una parte, Sharon dall’altra - hanno
invece utilizzato il terrorismo come forma normale e "patriottica" non
solo di guerra, ma anche di mobilitazione popolare: l’ideologia
kamikaze di Hamas, il "vivere nella fortezza" di Sharon. È un
atteggiamento antichissimo, in quella parte del mondo: Masada, i
Maccabei, gli zeloti. Dal lato israeliano, il punto di svolta è stato
l’assassinio di Rabin; da quello palestinese, la sconfitta di Arafat
(favorita dall’intransigenza di Sharon: i "falchi" delle due parti si
sono abbondantemente aiutati a vicenda). Dopodiché, hanno avuto campo
libero i fanatismi, e quindi - quasi automaticamente - la
trasformazione dello scontro da politico a religioso. In nome di un
Dio che non si vede, si possono tranquillamente ammazzare anche i
bambini.
E adesso? Da parte israeliana, gli ultimi mesi di Sharon hanno segnato
una marcia indietro: a un passo dall’abisso totale, persino lui s’è
reso conto che bisognava cambiare strada. Mi auguro che anche da parte
di Hamas ci si renda conto che il terrorismo, come strategia, non paga
e che la popolazione palestinese, che ha "giustamente" sostenuto Hamas
in nome dei propri diritti, subisca la stessa evoluzione non dico
pacifista ma almeno di stanchezza che s’è verificata dall’altra parte.
Dobbiamo stare attentissimi a ogni segnale in tal senso: abbiamo
sbagliato prima non sostenendo abbastanza i pacifisti israeliani e
considerando tutto Israele un blocco monolitico di "colonizzatori";
cerchiamo di non sbagliare adesso attribuendo a tutti i palestinesi
un’intransigenza che probabilmente già ora è minoritaria (le aperture
"moderate" di Hamas fanno pensare a una base che, pur avendola votata,
l’ha votata più per le sue attività sociali che per il suo
terrorismo).
Anche così, però, la situazione è molto peggiorata rispetto a pochi
anni fa. Intanto per il maggior peso, dalle due parti, dei fanatici
religiosi, che prima non contavano e ora sono determinanti. E poi
perché mentre prima la lotta era locale (palestinesi contro coloni) e
dunque con molte possibilità di compromesso, ora a scontrarsi sono
avamposti di schieramenti planetari (islam integralista da un lato,
America imperiale dall’altro) che facilmente possono sacrificare gli
interessi dei rispettivi seguaci in nome di strategie più ampie. Sia i
palestinesi che gli israeliani, che prima avevano fortissime identità
proprie, laiche e nazionali, ora tendono sempre di più ad essere la
"carne da cannone" di fronti (religiosi, ideologici) molto più grandi
di loro. Ritengo che la percezione di questo fatto. sia il principale
movente della strana "moderazione" (e del successo popolare) di
soggetti originariamente "duri e puri" come Sharon o Hamas: che, per
quanto mi riguarda, considero assolutamente equivalenti.
L’ultima cosa da dire, infatti, è che in tutta questa storia i
terrorismi sono due, fin dall’inizio; dapprima occasionalmente, ma poi
come componente essenziale. Sia gli uni che gli altri ritengono di
essere autorizzati, per la salvezza del proprio popolo, ad ammazzare
bambini. Ed entrambi hanno delle "ragioni". Nessuno, fra quelli che
condannano - giustamente - gli israeliani per i loro delitti, ha mai
mosso un dito per salvarli da Auschwitz. E nessuno, fra quelli che
esecrano - giustamente - i delitti dei palestinesi gli ha mai detto
che cosa debbono fare per restare padroni in casa propria. Facile
criticare da lontano, strumentalizzare le paure e i dolori dei due
popoli semiti, ieri per le nostre guerre, oggi per i nostri bancomat.
SANT’AGATA
Quando si sono incontrati, venti anni fa,
erano due poeti.
Ora lui vive ancora
ma solo per ricordare
com’era gentile quel sorriso.
Lei, alla felicità,
non osa crederci più.
Lunghi lunghi lunghi
Gli anni senza.
Lotto per essere utile ma
non oso chiamarla vita.
Voi che volate adesso, voi che v’incontrate,
ricordatevi, se volete,
di due che sfidarono il mondo
insieme.
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