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L’ottimismo di Alfano, il pessimismo di chi vive nelle carceri


Si continua a morire nelle carceri: si uccidono non solo i detenuti ma anche gli agenti penitenziari. Iniziativa di Antigone nel ventennale della sua attività
martedì 24 maggio 2011, di Adriano Todaro - 525 letture

L’unica persona che si mostra ottimista sul problema delle carceri è il ministro Angelino Alfano. Forse sarà stato un suggerimento del suo principale, quel Grande Comunicatore, quel venditore di falsi tappeti che negli ultimi tempi sembra non essere più un comunicatore.

Tutti gli altri, dai detenuti ai poliziotti, dagli educatori ai magistrati di sorveglianza, non sono per nulla ottimisti. E non era ottimista neppure Vincenzo Lemno, 48 anni, detenuto nel carcere delle Vallette, a Torino, condannato per spaccio di droga. Anzi, era talmente pessimista, che non poteva più vivere in quella cella. Talmente pessimista che ha preso una cintura e si è impiccato alle sbarre.

Pessimista anche Enrico Brera, 53 anni, abitante nella zona di Milano ed in carcere a Porto Azzurro. Era rientrato in carcere da appena due giorni dopo aver beneficiato di un permesso premio. Era rientrato ed era morto in carcere. In silenzio, nella sua branda, da solo. Si dice a causa di un “malore”. Forse dopo l’autopsia sapremo qualcosa, ma Aldo Di Giacomo consigliere nazionale del Sappe, uno dei sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, sottolinea come quello di Porto Azzurro sia l’ennesimo decesso per cause naturali che avviene dietro le sbarre dove spesso si trovano persone malate, bisognose di assistenza ma non sempre in grado di essere curate per problemi di personale e risorse economiche.

Brera era un detenuto che non dava problemi. Gli piaceva scrivere. Di lui, oggi, rimane solo una poesia titolata “Se fossi” dove si parla di libertà e di carcere. E si uccidono anche i poliziotti. A Viterbo un assistente capo della polizia penitenziaria si è ucciso con un colpo di pistola. E’ il 19° nell’ultimo quinquennio. Gli agenti si uccidono perché costretti a lavorare in un ambiente difficile, spesso sotto organico. Mancano 5.500 poliziotti per arrivare all’organico previsto. Quest’anno saranno assunti 760 poliziotti e ne andranno via 2 mila.

Ma l’ineffabile ministro Alfano si dice ottimista e continua a dichiarare che nuove carceri sono in arrivo come se il problema fosse quello di aumentare gli istituti carcerari e non quello, invece, di una riforma organica affinché la detenzione oltre a togliere, giustamente per i colpevoli, la libertà non diventi anche un luogo dove la dignità personale sia un optional, una riforma dove i detenuti siano considerate persone e non soltanto numeri da segnare su un registro e, quando si uccidono, scrivere il loro nome in un registro e, a fianco, la voce “da accertare”.

Quando verranno “accertate” le 64 morti dall’inizio di quest’anno al 15 maggio? A questa data ci sono stati 24 suicidi. Spesso non si sa neppure il nome di chi si è ucciso. Chi è, ad esempio, Luciano B., 62 anni, suicidatosi il 6 maggio scorso a Torino? E W.D., nigeriano di 34 anni, suicidatosi il 21 aprile 2011 a Firenze? Non lo sapremo mai. Numeri, iniziali puntate, non persone. E vorremmo anche conoscere i nomi di tutti quei detenuti morti e non considerati suicidi perché la loro morte è avvenuta, magari, su un’autoambulanza o in ospedale dopo che hanno tentato di ammazzarsi.

La dignità, certo. Si fa in fretta a parlare di dignità. Ma ci può essere dignità quando si vive in 5/6 persone in pochi metri quadrati? Quando si vive in carceri fatiscenti dove ci sono infiltrazioni d’acqua, dove non si può fare la doccia perché spesso manca l’acqua o manca l’acqua calda, dove gli ambienti sono sporchi perché l’Amministrazione penitenziaria non ha i soldi per pagare gli inservienti, non ha i soldi per tinteggiare le pareti piene di macchie e muffa, dove non ci sono misure di sicurezza, dove mancano le misure antincendio. Nel carcere di Pavia ci sono 480 persone e dovrebbero essere in 244, in quello di Catanzaro c’è un sovraffollamento del 40%; complessivamente ci sono, in Italia, 42 mila posti disponibili ma nelle carceri si sta raggiungendo la cifra di 68 mila presenze.

Alfano è ottimista ma in Parlamento non passa la sua proposta. Intanto si continuano a riempire le carceri. Molti di loro potrebbero benissimo scontare la loro pena in qualche struttura alternativa al carcere. Ma il ministro è ottimista e li manda in carcere. E si tolgono la vita che è stata affidata allo Stato. Se la tolgono soprattutto nei primi tempi, per fuggire da quel girone pazzesco e invivibile che sono le carceri italiane. Si spendono un sacco di soldi per i detenuti (circa 200 euro al giorno per detenuto) inutilmente. Si continua a parlare di emergenza, di sicurezza e non si vuole capire, neppure davanti all’evidenza dei numeri, che la recidiva è sempre più bassa in quei soggetti che in carcere hanno seguito un percorso di recupero dignitoso, quei detenuti che mentre scontavano la pena hanno studiato, hanno lavorato, hanno fatto i volontari, hanno vissuto in quelle carceri che consideriamo umane.

La sicurezza, però, è un cavallo di battaglia elettorale. Sino ad ora ha portato voti e i nostri governanti proseguono su questi temi amplificati da mass media compiacenti e, soprattutto, ignoranti della vita carceraria.

Tutti argomenti, questi, che saranno al centro di alcuni dibattiti organizzati dall’Associazione per i diritti dei detenuti Antigone che ha compiuto venti anni di vita. Il presidente onorario, Mauro Palma, presidente uscente del Comitato europeo contro la tortura, insiste sul concetto di sicurezza e nota che nel nostro Paese si è avuta una produzione abnorme “di leggi penali e il carcere si è esteso diventando sempre di più, come avevamo previsto, uno strumento di politica del territorio… dove vanno a finire tutte le contraddizioni sociali irrisolte”. Insomma, il carcere come discarica sociale dove affluiscono i marginali, gli immigrati, i disturbati psichici.

La fotografia che fa Palma, è anche la dimostrazione del fallimento di altre politiche sociali. Certo parlare di dignità nelle carceri, oggi è molto più difficile che nel passato. Nel 1986 con la legge Gozzini si era presa coscienza di questo problema. Oggi si vuole abrogare questa legge di dignità e non si può certo parlare di abolizione dell’ergastolo perché sarebbe un argomento impopolare. Palma ricorda tutto questo e sottolinea che nel 1991 gli ergastolani erano poco più di 400, mentre oggi sono il quadruplo “ma questo non indica né un numero più alto di reati da ergastolo, né una maggiore incisività delle indagini; al contrario la sensazione diffusa nel sociale è di un sistema quasi troppo mite. Non ci si interroga più sui tre quesiti fondamentali: perché punire, cosa punire e come punire…”.

Già. Non ci interroghiamo più. E’ certamente più semplice seguire l’imbonitore televisivo di turno che straparla di “certezza della pena” mentre passa inosservato lo sciopero della fame di Pannella ed altri che stanno facendo da molti giorni per le carceri. E’ appunto, una “pannellata” da non tener conto. Intanto il ministro Alfano si dice ottimista.

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