L’ombra della guerra

Recensioni al libro di Guido Crainz, L’ombra della guerra.Il 1945, l’Italia, Donzelli, 2007
di Pina La Villa - mercoledì 4 giugno 2008 - 4903 letture

Guido Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia, Saggine Donzelli editore, 2007

Qual era la realtà, quali erano gli immaginari dell’Italia del 1945? Quale paese usciva da vent’anni di fascismo, da una guerra devastante, da una terribile occupazione nazista e da una Resistenza che è stata anche guerra civile? In questo volume Guido Crainz affronta i nodi principali del passaggio cruciale dal regime fascista all’Italia democratica. Letteratura e giornalismo d’epoca, memorie e documenti d’archivio testimoniano quanto profondo sia il segno che la guerra lascia nel paese, in un confrontarsi e alternarsi di speranze e paure, fra desiderio di trasformazione e bisogno di normalità. Ci riconsegnano l’inizio di un esame di coscienza collettivo che si interromperà troppo presto. Ci ripropongono, infine, le condizioni concrete in cui avviene la costruzione della "democrazia dei partiti", con le sue contraddizioni e i suoi limiti. In questo quadro, anche le violenze successive al 25 aprile trovano una collocazione storica: contribuiscono infatti a "rivelare" i drammi vissuti da milioni di donne e di uomini negli anni precedenti e rimandano a una storia di più lungo periodo. Si intrecciano alla volontà di cancellare il passato per aprirsi a un difficile futuro. E soprattutto mostrano quanto ancora fosse lunga l’ombra della guerra, capace di alterare i più elementari codici di comportamento e ridisegnare un’antropologia della violenza e dell’illegalità che tuttora ci lascia interdetti e ci fa pensare a un’Italia lontanissima. (presentazione editoriale)


Il concetto di "egemonia", nato con Erodoto e riemerso in tedesco nel XIX secolo (cfr. "L’Indice", 1999, n. 12), è oggi utilizzato in modo confuso. Per quel che riguarda la Resistenza, ad esempio, si legge spesso che l’interpretazione antifascista fu a lungo condizionata, a sinistra, dall’egemonia (culturale prima ancora che politica) degli "intellettuali" (termine a sua volta ormai generico). Le cose non stanno così. Si possono infatti rintracciare, a partire dal 1945-46, numerosissimi interventi estremamente ingiuriosi nei confronti della Resistenza e della guerra civile che l’accompagnò e seguì. Il che è evidente, in particolare tra gli anni cinquanta e i sessanta, nella pubblicistica ad alta tiratura. Si pensi, se ci si vuole inoltrare nell’ancora non ben sondato cuore di tenebra dei sentimenti più elementari dei lettori meno acculturati, a "Gente", fondato nel 1957 da Edilio Rusconi (che nel 1945 aveva fondato "Oggi"). Da "Gente", settimanale non esplicitamente fascista, venne infatti affidata, nel 1960 (anno della crisi del governo Tambroni), al fascistissimo Giorgio Pisanò una lunga ricostruzione, uscita a puntate numero dopo numero, e in chiave schiettamente repubblichina, dei crimini compiuti dai partigiani durante e dopo la guerra di liberazione, ricostruzione che nel 1962 divenne il libro, dal titolo grandguignolesco, Sangue chiama sangue. Né si trascuri che ogni fascicolo di "Gente" vendeva di più di ogni libro degli "intellettuali" antifascisti, nei confronti dei quali, tuttavia, permane oggi, in ambito anti-resistenziale, un non confessato e tuttavia vistosissimo complesso d’inferiorità.

Crainz, che ha scritto un bel libro di cui si sentiva da tempo il bisogno, abbandona le chiacchiere sull’ideologia e inserisce le vicende resistenziali e post-resistenziali in tutto il contesto italiano dell’epoca. Facendo arrivare il lettore al convincimento che l’intera seconda guerra mondiale, nell’Europa continentale e nella stessa Asia, fu anche, al di là degli immani conflitti militari, e al di là degli scontri tra razze ideologicamente inventate e tra gruppi sociali, una guerra civile. Crainz inizia del resto con il Mezzogiorno, con il ritorno dei soldati in miseria dopo una guerra perduta senza onore e senza gloria, con l’agricoltura in crisi profonda, con la questione dei seicentomila soldati italiani in mani tedesche e con la criminalità diffusasi in uno stato che non riesce a controllare il banditismo. Non mancano, nell’Italia liberata prima della liberazione, le denunce dei vescovi in merito all’intensificarsi di furti, mercato nero, fame, egoismo padronale, prostituzione. I tedeschi e i fascisti si abbandonano comunque a massacri di massa (la guerra ai civili che amplia, e crea, la guerra civile). La lotta partigiana si diffonde allora nel Nord lungo il terribile 1944-45. È evidente che non si può tornare al prefascismo, come si illudono non pochi dirigenti antifascisti. Un mondo nuovo, tumultuosamente, si sta spalancando. E gli eccidi del dopoguerra, opera di piccoli gruppi organizzati, sono la guerra civile che si nutre della degradazione prodotta dalla guerra fascista. Gli uccisi dopo la liberazione, secondo la Pubblica sicurezza, sono 9.364. Talvolta sono torturatori e collaborazionisti. Talvolta, anzi sovente, no. Sempre sono, anch’essi, vittime di una tragedia. Iniziata in Italia il 28 ottobre 1922. ( Bruno Bongiovanni, da L’Indice)


"E come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ fra i morti abbandonati nelle piazze/ sull’erba dura di ghiaccio, al lamento/ d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo".

Nel sentimento e nella lirica di quel poeta, cittadino e uomo che è stato Salvatore Quasimodo ecco cos’era l’Italia che usciva dai venti sciagurati mesi seguiti all’8 settembre. Mesi neri come i volti e i vessilli di morte della Repubblica Sociale Italiana e dei suoi funerei attori, a cominciare dal Mussolini prigioniero, prima che del suo ruolo e del Furehr-protettore, prigioniero d’una misera vanagloria.

Che aveva trascinato nella tragedia un popolo intero. E’ questo il presupposto per la comprensione del periodo, degli eventi, delle azioni accadute nei mesi che seguirono il 25 aprile, per valutare i perché dell’odio e della violenza contro i vinti. Bisogna risalire all’origine di tanto scempio e richiedere quell’assunzione di responsabilità cui i protagonisti solitamente si sottraggono. Questo lavoro non esteso ma ricco di spunti dello storico Crainz torna su un tema che tanto spazio ha trovato nella pubblicistica del revisionismo storico, intento a demonizzare la Resistenza come moto "sanguinario" perché fu realizzato con le armi e le armi utilizzò per colpire fascisti e collaboratori del nazismo.

C’è una crisi di Regime che si manifesta sin dalla prima fase del conflitto mondiale, dovuta alla crescente povertà della popolazione specie del Sud (cresciuta nel numero da 12 a 16 milioni) cui la madrepatria impediva dagli anni Trenta l’emigrazione all’estero. C’è una guerra totale coi bombardamenti alleati e la terra bruciata fatta dai nazisti in ritirata, la morte che sopraggiunge dall’alto coi bombardieri alleati e lo sfregio delle stragi. Così gli sfollati conservano il ricordo d’una condizione disumanizzata "il parto per terra, il pasto consumato con le mani senza quel simbolico prodotto di civiltà che sono le posate. I pidocchi, gli escrementi… ". Con l’8 settembre e l’armistizio per un attimo prosegue l’illusione già vissuta il 25 luglio che il fuoco possa cessare. Iniziava invece, soprattutto al Centro-nord, la fase più dura e feroce della guerra. I primi giorni di settembre saranno i giorni del caos. Il re e i vertici militari fuggono da Roma per mettersi al riparo nei territori controllati dagli anglo-americani lanciando criptici e insignificanti proclami. Chi veste l’uniforme in un esercito già ridotto allo stremo ha davanti un ritorno a casa nascondendosi alla meno peggio, oppure il passo ottuso e fanatico di chi parlando di onore e patria aderisce al governo fantoccio di Salò sostenuto unicamente dalla presenza della macchina bellica germanica. C’è quindi la terza via imboccata da quei militari che si caricheranno sulle spalle l’ennesimo fardello d’un’altra guerra, non più di conquista in Africa o nei Balcani, ma al vero servizio della Patria per liberarla.

L’ombra della guerra incrementa le illegalità "macerie, macerie, corpi insepolti, corpi sfracellati…" vendette private, mercato nero, insensibilità morale. E ancora proteste per carenze di alimenti, certe città come Napoli sono off-limits e paiono Shangai. Alla povertà dei diseredati s’aggiunge l’impoverimento di larghi settori impiegatizi che perdono status. Eppure esiste una parte del Paese che sembra impermeabile a tutte le tragedie di cui De Ruggero sottolinea "quel fondo di cinismo che nell’animo italiano è il sedimento lasciato da molti secoli della nostra storia… ". Se c’è chi parla di "sdoppiamento degli italiani" Pannunzio ricorda che "l’Italia, come il bastimento di Ibsen, porta un cadavere nella stiva. Quel cadavere è il fascismo… ". E nella parte del Paese pur liberata nell’estate del ’44 – che comunque aveva vissuto l’oppressione e l’orrore nazifascista con episodi strazianti come i romani rastrellamenti del Ghetto, del Quadraro, la strage delle Ardeatine - la carica d’odio accumulata dal popolo contro personaggi che si chiamavano Caruso e Carretta, collaboratori di Kappler e della banda Koch, è altissima. Il linciaggio e l’uccisione del direttore di Regina Coeli Carretta rappresentano l’epilogo già scritto con cui centinaia di familiari delle vittime vollero vendicarsi.

Parri in un testo divenuto anche una lezione storica dichiarò che "dalla primavera del ’44 inizia la guerra inespiabile". Seppure già dal settembre ’43 la Wermacht presente sul territorio italiano iniziava rastrellamenti ed eccidi di civili come a Boves è dalla seguente primavera che i crimini contro la popolazione divennero diffusissimi. La Benedica, S.Anna di Stazzema, Marzabotto furono le punte note ai più della politica del massacro di massa attuato con bestiale perfidia, parimenti sostenuta da chi vestiva la divisa salodina. In tanti casi torna quella morte profanata che aveva esordito coi fucilati del Castello Estense nel novembre ’43, coi corpi esposti per giorni, gli avvertimenti ("ero un ribelle questa è la mia fine"), le forche, i ganci da macellaio che straziavano le carni dei condannati. E gli atti di sadismo per nulla diversi dalle torture propinate dalle bande aguzzine proclamatesi polizie e protette - più che dalle Brigate Nere, dalle SS - le uniche che potevano garantire un parziale controllo del territorio. Bisogna tener presente tutto questo per capire il furore seguente che si ritorce contro i vinti anche per i mesi successivi alla Liberazione.

Sentite il dialogo fra il fenogliano Milton de "Una questione privata" e un contadino langarolo: "Verrà quel giorno, disse il vecchio guardando Milton con troppa intensità. – Certo che verrà – rispose Milton e richiuse la bocca. Ma il vecchio insisteva a fissarlo con un’avidità insoddisfatta, forse praticamente insaziabile. – Certo che verrà, - ripeté Milton. – E allora, - disse il vecchio, - non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare. – Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena più mite per il meno cattivo di loro". Eppure quando Carlo Levi giunge a Milano liberata dopo aver attraversato la pianura del Po vede che "Grandi fuochi di gioia si levavano da tutti i villaggi; il tuono allegro dei mortaretti giungeva da ogni parte dell’orizzonte, sopra il canto sereno dei grilli, nella campagna […] l’automobile correva sulle strade della pianura, condotta da un partigiano entusiasta a folle velocità. Incontrava contadini sui carri, partigiani armati, con grandi barbe e lunghi capelli sulle spalle, preti in bicicletta con le sottane rialzate: tutti ci salutavano, e scambiavano occhiate fuggevoli di amicizia".

L’occupazione nazista è stata feroce ovunque seminando morte e sentimenti astiosi e di rivalsa verso chi ha collaborato in tutt’Europa. Les tondues sono le donne francesi che si sono accompagnate ai nazisti, subiscono il taglio forzato dei capelli e altre violenze che un uomo sensibile eppure rigoroso nelle sue scelte ideologica come il poeta Eluard cerca di preservare scrivendo versi come "Comprende qui voudra". Ma in Francia quando cessarono gli spari lo Stato fece uno sforzo di giustizia perseguendo, non solo a parole, criminali di guerra e comminò coi Tribunali Civili 750 condanne a morte eseguite, cui s’aggiunsero quelle dei Tribunali Militari. In Italia non fu affatto così e tale latitanza della giustizia istituzionale aumentò la sfiducia che si trasformò in "fai da te". I dati di fonte poliziesca parlano di 8.197 uccisioni e 1.167 scomparse nei mesi successivi al 25 aprile. Sono dati non certissimi per mancanza di riscontri assoluti, ma a detta di illustri storici che hanno svolto ricerche incrociate fra vari archivi s’avvicinano al vero.

Non è comunque il caso di parlare di guerra civile perché – come ribadisce Revelli – i fascisti per noi erano stranieri come e forse più dei tedeschi. E ancora "… superano i tedeschi questi goffi italiani, canaglie specializzate per incendiare, ricattare, impiccare sporchi nell’animo e nelle divise con quel nero sul grigioverde come se portassero indosso il lutto e il terrore". Contro queste figure scattò quella vendetta antifascista covata sia negli infausti mesi della Rsi sia nel ventennio di regime e che produsse esecuzioni negli stessi luoghi dov’erano stati martirizzati partigiani e civili. Esempio assoluto per la sua simbologia l’esposizione a Piazzale Loreto del cadavere del Duce e dei gerarchi che lo seguivano nel tentativo di fuga in Svizzera, che furono intercettati e giustiziati sul lago di Como. Un altro episodio dai contorni tragici che accadde a Schio - dove ai primi di luglio del ’45 un nucleo partigiano prelevò dalle carceri un cospicuo gruppo di detenuti e ne uccise 53 - ha motivazioni legate alle caratteristiche di costoro collaboratori della Rsi o grassatori di quel governo fantoccio letteralmente odiati dalla popolazione. Testimonia il figlio d’una vittima: "… il giorno in cui passarono le bare non si fermarono neanche le giostre.. ". Egualmente nel trevigiano e nel padovano si passò dal colpire militi salodini per una supremazia sul territorio a una giustizia celebrata da chi aveva rischiato la vita per il ripristino della libertà. A Verona vengono prelevati dal carcere 16 brigatisti neri responsabili di torture e uccisori di 16 antifascisti, la loro fine è una vendetta che percorre quel cammino. E nella disumanizzazione seguita a certi eventi c’è chi dice "bisogna dargli fòco com’han fatto a’ nostri".

Nell’Emilia rossa e socialista, che in alcune province aveva visto nascere lo squadrismo più becero e assassino al soldo degli agrari, quella resa dei conti durata tre anni ed è direttamente collegata al conflitto del 1920-22. Fra le vittime poteva accadere che finisse qualcuno senza legami col fascismo. Dai rancori e dalle esasperazioni antiche il Pci cavalca e ingloba risentimenti e intransigenze classiste ma fra i tanti che entrano nel partito all’ultim’ora (in alcuni mesi si raggiunse la quota di un milione settecentomila iscritti) si contano anche figure finite nell’organizzazione e nelle file resistenziali per puro calcolo, come i vendicatori de "La paga del sabato" di Fenoglio. Lì vendetta politica e delinquenza si sfiorano e si mescolano e i metodi partigiani vengono camuffati a scopo di rapina. (Enrico Campofreda)


Che Italia era quella che usciva da vent’anni di fascismo, da una guerra devastante, dall’occupazione nazista e da una Resistenza che è stata anche guerra civile?

L’ultimo agile (140 pagine in formato ridotto) libro dello storico Crainz si inserisce nella produzione documentaristica storica italiana, relativa al passaggio fra il regime fascista e l’Italia democratica. Un periodo questo già ampiamente indagato ma che, soprattutto in questi ultimi anni, ha visto pubblicazioni tese a fornire un’interpretazione degli eventi non del tutto corretta. Una sorta di revisionismo "a posteriori".

Necessario quindi tornare a riflettere su episodi che nella memoria collettiva non sono ancora pacificati e lo stesso giudizio storico presenta valenze non sempre univoche.

Crainz riflette appunto su un anno cruciale - il 1945 - sulle violenze, i rancori, le speranze che lo hanno contraddistinto, in una prospettiva che tiene conto della realtà italiana degli anni precedenti a parziale spiegazione delle violenze successive al 25 aprile.

I nodi principali di questa fase di passaggio vengono affrontati con un impianto documentaristico originale: l’autore si serve della letteratura (Quasimodo, Ungaretti, Gatto, Camilleri, Levi, solo per citare alcuni autori), del giornalismo d’epoca, di memorie e documenti d’archivio. Lo storico ci propone un’Italia segnata profondamente dalla guerra in cui si alternano speranze e paure, desiderio di trasformazione e bisogno di normalità. E ciò che emerge con forza è pure un dramma collettivo, vissuto da milioni di uomini e donne, che non poteva automaticamente sanarsi nell’aprile del 1945 e che rinvia ad una storia di più lungo periodo.

L’autore ci mostra come sia stata lunga l’ombra della guerra, della occupazione nazi-fascista e di come normali codici di comportamento siano stati stravolti da violenze e illegalità; se non si tiene conto degli eventi bellici e della guerra civile poco comprensibile può risultare ciò che è avvenuto nello immediato dopoguerra.

Nel libro ritroviamo anche la presentazione delle condizioni concrete in cui avvenne la costruzione della democrazia dei partiti, con contraddizioni e limiti.

Crainz, parlando del dopoguerra e delle relative speranze di rinnovamento vede il declino di un ’utopia, la fine della stagione della speranza, un mesto ripiegare delle illusioni.

Natalia Ginzburg, Arrigo Benedetti, Carlo Levi, Lisa Foa con i loro ricordi esprimono malessere ed evocano i limiti di un antifascismo inadeguato a un compito molto difficile, quasi impossibile: mettere veramente in discussione assetti e culture che il ventennio ha consolidato. Nel finale cogliamo una nota di pessimismo quando l’autore si domanda (ci pare in modo retorico) se la speranza di vere riforme e di rinnovamento fosse fondata! E si rimane con l’amaro in bocca e con il desiderio di saperne di più.

Ciò nonostante il libro può rappresentare un utile strumento di conoscenza storica e metodologica per docenti e studenti.

Guido Crainz insegna Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo. Fra i suoi numerosi testi sulla storia contemporanea dell ’Italia, segnaliamo: Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005 e Il paese mancato, Donzelli, Roma 2003. (Maurizia Morini)


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