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"L’odore del sangue" di Mario Martone

Tratto dall’ononimo romanzo di Goffredo Parise il percorso di una relazione malata e tragica
di Ugo Giansiracusa - mercoledì 31 marzo 2004 - 14349 letture

Nato da un "corpo a corpo", come dice lo stesso Martone, con il romanzo omonimo di Goffredo Parise, il film L’odore del sangue narra le vicende di una coppia in crisi. L’accordo che i due hanno stabilito è di poter avere relazioni con altre persone a patto di raccontarsi, senza riserve e senza omissioni, le loro avventure con gli altri partner. Ma se la relazione del protagonista Carlo, interpretato da Michele Placido, con la giovane Lù è un rapporto per molti versi "normale" altrettanto non si può dire di quello di Silvia, impersonata da Fanny Ardant, con un giovane violento e prevaricatore che conosciamo solo attraverso le sue parole.

Il gioco di Parise si basava sul dare tutte le parole lo stesso valore e la stessa importanza e da qui il tentativo di raccontare momenti di sessualità e di amore, di violenza e di passione, di gioco e di riflessione con lo stesso tono e la stessa naturalezza. Il tentativo, solo in parte riuscito, di Martone è di riportare questa esperienza al narrato delle immagini. Utilizzare lo stesso sguardo e lo stesso modo di girare e riprendere sia una tranquilla chiaccherata sul divano così come un passionale incontro di sesso. Ma le parole del libro sono segni che hanno il loro significato su un livello lontano, personale, non di immediata rappresentazione come invece hanno i fotogrammi di una pellicola in cui segno e significato si fondono inesorabilmente nell’immagine proiettata. Così è divenuto possibile solo in parte poter rappresentare, per Martone, gli incontri intimi e intensi, spietati nella crudezza delle immagini tanto che sono solo un paio le immagini (e non riguardano i protagonisti) in cui il sesso viene rappresentato con naturalezza come qualsiasi altro aspetto della vita. Più facile e sincero e riuscito, invece, quando i racconti non sono immediatamente veicolati dalle immagini ma esposti in una narrazione di secondo grado nelle confessioni che si fanno verbalmente i due protagonisti in lunghi e appassionati scambi verbali.

Il film si snoda in un crescendo drammatico dato dall’approfondirsi della relazione tra Silvia e il suo amante che incide profondamente e sempre di più sulla vita di tutti. Silvia si dimostra incapace di troncare la relazione con il giovane che pian piano diventa un’ossessione sia per lei stessa che per Carlo. Una relazione che trascende la normalità per sfociare in qualcosa di profondamente insano e malato che come un cancro erode ogni possibilità di lotta. Così una Roma cupa e sofferente diventa il teatro e il simbolo di questo lasciarsi andare contrapposto alla naturalezza e alla freschezza della campagna in cui Carlo si incontra con la giovane Lù. Con notevole abilità il regista unisce i personaggi al loro ambiente, fa dell’uno e dell’altro componenti indivisibili di una unità data e inscindibile. E in questo parole e immagini e personaggi si fondono in una rappresentazione forte e intensa.

Il destino dei protagonisti, afferma Martone, è segnato come in una tragedia greca. Il drammatico epilogo è lontano dalle possibilità di azione e forse anche di comprensione da parte degli attori della vicenda. Se ci si può avvicinare ad un certo tipo di comprensione è sul destino stesso, che si maschera di casualità e di personali scelte ma che è comunque artefice di un epilogo che, anche se previsto, non può essere mutato.

Cupo e sofferto, da una parte, teneramente giocoso dall’altra il film è il tentativo, solo il tentativo, di esprimere uno dei dati dell’esistenza umana. Dice Parise "L’esistenza umana è il disordine, il suo disordine inizia molto lontano, molto più in là delle azioni sessuali, in zone dell’energia non meno sessuali e avvolte ancora, per la più parte, nell’ombra dell’ignoto. E così sviluppandosi e accoppiandosi nel disordine producono e riproducono altro disordine e ignoto, che a sua volta si riproduce in altro ignoto, fino a raggiungere la piccola, piccola parte di un noto che riguarda le nostre conoscenze e la nostra nascita e la breve apparizione in questo mondo. Il disordine è nella vita"

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> "L’odore del sangue" di Mario Martone
13 aprile 2004, di : pietro |||||| Sito Web: L’odore del sangue: un film per adulti

postato da pietro

Lunedi 12 Aprile 2004 ore 22:29:00 Di Martone avevo già visto L’amore molesto, Morte di un matematico napoletano, e Teatri di guerra. Tutti film molto curati e intelligenti. L’odore del sangue è ora nei cinema. La sceneggiatura è tratta dal romanzo omonimo di Goffredo Parise. Il film mi sembra un’opera matura. Mi riferisco ai dialoghi che sono il vero succo del film, e in particolare alla loro straordinaria capacità evocativa.

Merito anche di Michele Placido e di Fanny Ardant, artefici di una verosimile interpretazione. L’argomento amore e sentimenti e gelosia è abusato e quasi tutti i registi trattano questo tema nei loro film. Ma così come L’odore del sangue, non avevo mai visto nulla. Alla fine del film sono rimasto un po’ indeciso, non capivo se mi era piaciuto o no. Purtroppo mi ronzava nella testa un giudizio negativo di una mia amica: troppi cazzi per i miei gusti, aveva detto. Io invece l’ho trovato delicato e per nulla volgare. Anzi. Certo non è roba per moralisti, ma per adulti nel vero senso della parola (ritengo che si può essere adulti già a sedici anni, e non esserlo mai neanche a novanta). Per questo dico che è un film maturo. Gli altri di Martone, avevano qualcosa di ammiccante. Erano corretti, troppo corretti, perfetti. Vero esercizio di stile, di estetica e di poesia. Ma questo film è davvero "forte". Una riflessione su come sono finite le coppie, definitivamente naufragate, nella promessa non mantenuta di amarsi per sempre, nonostante la liberazione della sessualità. Certo qui si parla di una coppia particolare: cinquantenni, intellettuali e borghesi. Ma può essere simbolico per tutti. Può essere metafora dell’idea che oggi si ha dell’amore, del corpo e della mente altrui. Nel film non c’è sangue, nonostante l’ingannevole titolo, ma solo il suo odore. Ti entra nel cervello e ti fa scorrere retroattivamente il film, stimolando pensieri non scontati, non banali, oserei dire cruciali.

    > "L’odore del sangue" di Mario Martone
    26 maggio 2004, di : Gennaro Testa

    Premesso che non ho ancora visto il film, ma mi riprometto di farlo al più presto, vorrei però condividere con i lettori una mia personale riflessione che scaturisce dal aver letto diverse recensioni "dell’odore del sangue" che se diverse per il giudizio finale, alquanto concordanti tra loro sul giudizio negativo-scandalizzato in relazione alle scene "hard" incluse nella pellicole, ed in particolare a quella della fellatio. E’ evidente che scene del genere inserite così tanto per "far parlare" di se sono da condannare senza ombra di dubbio, così come la volgarità gratuita portatrice di una sotto cultura e giammai veicolatrice di messaggi sociale ben precisi, non è mai piacevole da subire, ma evidentemente nell’ultima pellicola di Martone regista di indubbio intelletto e gusto creativo questo non è, anzi, è proprio quella "volgarità" che tanto viene criticata ad essere la vera chiave di lettura di una storia sociale e di costume a racchiudere il dramma di una coppia arrivata ormai al tramonto inesorabile del loro "amore". Certo qualcuno potrebbe obbiettare che certe cose si possono raccontare senza dover necessariamente arrivare a detrminati eccessi, ma questo secondo me non è vero. Il cinema di Martone, così come di chi come lui ama "parlare" senza mezzi termini, è un cinema che tende a mettere a nudo determinate peculiarità delle società moderne, ed in esse dei costumi sociali. E mettere a nudo vuol dire mostrare ciò che è per come è, senza ammantare le cose di falsa moralità, ma evidenziarle in tutta la loro drammaticità.