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L’odore del sangue, di Goffredo Parise

Eros e Thanatos, diceva Freud, sono le nostre pulsioni primarie, presiedono a tutta la nostra vita interiore, ai movimenti incontrollabili del nostro inconscio. L’odore del sangue, titolo e ossessione del romanzo di Parise, ha a che vedere con entrambi.

di Pina La Villa - mercoledì 31 marzo 2004 - 12678 letture

Goffredo Parise, L’odore del sangue, Bur, 1997-2000

Eros e Thanatos, diceva Freud, sono le nostre pulsioni primarie, presiedono a tutta la nostra vita interiore, ai movimenti incontrollabili del nostro inconscio. L’odore del sangue, titolo e ossessione del romanzo di Parise, ha a che vedere con entrambi.

Sono loro i veri protagonisti della vicenda e per questo il libro ha il ritmo e il fascino di una tragedia, con la sua conclusione ineluttabile, necessaria, che sappiamo e conosciamo a ogni momento del dramma e che speriamo di evitare, ma sappiamo che non siamo in grado di farlo, perché la forza degli dei - a partire da Freud incorporati nel nostro inconscio - è superiore alla nostra, e sono loro che tengono il nostro destino.

Di Eros e Thanatos Freud parla in particolare nel libro Al di là del principio del piacere, pubblicato nel 1920. Fino a quel momento aveva parlato solo di pulsione sessuale, di vita, (Eros) adesso scopre la pulsione antagonista, la pulsione di morte (Thanatos). Giunge a questa conclusione attraverso l’osservazione clinica dei comportamenti caratterizzati dalla coazione a ripetere, nei quali cioé il soggetto ripete ossessivamente operazioni spiacevoli e dolorose, che riflettono, in modo più o meno mascherato, elementi di conflitti passati.Tali comportamenti sono in contaddizione con il principio del piacere, e quindi rendono necessario pensare ad un’altra pulsione, appunto quella di morte. Quando le pulsioni di morte sono rivolte verso l’interno tendono all’autodistruzione, ma successivamente possono essere rivolte anche all’esterno e diventano pulsioni di aggressione e distruzione.Nella realtà psichica le pulsioni si presentano sempre come ambivalenti, caratterizzate dalla compresenza di questi due principi di vita e di morte: anche la sessualità presenterebbe, dunque, tale ambivalenza sotto forma di amore e di aggressività. Le pulsioni di vita tendono a unire e legare gli uomini in comunità sempre più vaste, mentre quelle di morte tendono a una riduzione completa delle tensioni presenti nell’essere vivente, riportandolo idealmente alla pace propria dello stato inorganico.

La sessualità, la vita e la morte, la giovinezza e la vecchiaia, il corpo e il dolore.Di tutto questo ci racconta Parise in questo romanzo, con la grande forza della sincerità

Goffredo Parise scrisse L’odore del sangue nell’estate del 1979, dopo aver subito un infarto. Scritto il romanzo, lo conservò per anni. Lo riprese solo nel giugno del 1986, senza avere il tempo di modificarlo, perché morì nell’agosto di quell’anno...

Sono, questi, dati interessanti per alcuni motivi: il libro, analisi dei sentimenti di un uomo alle prese con la gelosia, la vecchiaia e l’eros, è scritto di getto (lo affermano sia Cesare Garboli nella prefazione al libro sia il curatore, Giacomo Magrini, che hanno avuto tra le mani il dattiloscritto del 1979 ). Come una lunga confessione, o analisi psicoanalitica; il dattiloscritto, dicono, presenta inoltre qualche correzione e qualche variante che ci permettono di seguire il lavoro dello scrittore, come per esempio alcune pagine, che nel libro vengono sostituite forse perché troppo "sociologiche" ma che descrivono esattamente il contesto, lo sfondo della vicenda.(sono le pagine su Roma che trascrivo in parte alla fine)

Il testo si presenta quindi nelle condizioni migliori per una lettura freudiana, è una specie di associazione libera, di sogno (il racconto inizia con una visione) in cui il narratore è al tempo stesso paziente e analista. Lo stesso Parise confessò: "Se fossi stato un’altra persona sarei andato da uno psicoanalista per liberarmi dalle mie ossessioni. Ma siccome sono uno scrittore, me ne sono liberato scrivendo". Anche le ripetizioni di frasi e di periodi, di descrizione di identiche situazioni, che il curatore ha lascito nel testo a stampa, sono probabilmente, a differenza di quanto ritiene Cesare Garboli, non una dimenticanza dovuta al fatto che il libro è scritto di getto, ma una voluta ripetitività, tipica delle ossessioni, e tipica, come diceva Freud, della pulsione di morte.

La vicenda è quella di una coppia che all’epoca - fine anni settanta - ha sui cinquant’anni. A raccontare è il marito, uno psicologo. Lui e la moglie sono una coppia affiatata, almeno così sostiene lui, ma è da vent’anni che stanno insieme, l’amore non contempla più l’aspetto fisico, erotico. In realtà nel loro rapporto è prevalso sempre l’aspetto platonico dell’amore. Per questo lui ha avuto altre storie, e quella recente è con una ragazza di campagna di trent’anni più giovane di lui. La tragedia ha inizio quando è la moglie ad innamorarsi di un ragazzo di vent’anni più giovane di lei, un teppista, un fascista dei quartieri alti di Roma.

Il marito comincia ad analizzare i suoi sentimenti e quelli della moglie, le oscure motivazioni della loro vita sentimentale, la complessità del loro rapporto e la loro diversa sessualità.

Da qui il tono e il ritmo del romanzo. Romanzo della mente, dice Cesare Garboli, che inizia con una visione e procede per cerchi concentrici, come tutte le ossessioni.

Il ritmo di questa ossessione è il ritmo del libro stesso. L’ossessione della visione della moglie con un altro, il tormento della gelosia. Il Narratore cerca di tenerla a bada, attraverso la razionalità preveggente del suo sapere scientifico, ma questo non basta, e in agguato c’è Thanatos.

L’odore del sangue è sì quello della vita, della giovinezza, ma direttamente connesso anche alla morte, alla ferita, al dolore. E ferita è intanto quella primaria, narcisistica (per usare ancora i termini della psicoanalisi), del tradimento. E la reazione è quella della punizione nei confronti di chi l’ha arrecata, anche se questo comporta la propria autodistruzione.

Di tutto questo siamo consapevoli fin dall’inizio del libro, ecco perché il romanzo ha l’andamento di una tragedia.E della tragedia ha anche la chiarezza, il coraggio di guardare nella profondità e nell’oscurità, e la capacità di parlarne in maniera nitida e semplice.

Basta leggere l’avvio del racconto, dopo il prologo:

"Ho guardato, anzi visto Silvia per la prima volta quando ho avuto la sensazione che mi tradisse. E’ questa una reazione diffusa, anzi banale, un po’ meno banale quando ciò accade a un uomo di cinquantacinque anni come me per una donna di cinquanta come Silvia. E’ vero che Silvia è ancora quello che si dice una bella donna, "ben tenuta", e anche piena di fascino, è anche vero che si può essere gelosi a tutte le età come dimostrano le cronache ma nel mio caso non si trattò di gelosia, cioé di una passione antica come il mondo, bensì di curiosità, anch’essa una passione terribile ma di pochi e molto moderna. Sono un solitario, un saturnino, come dicono alcuni, e tendo alla fuga, a quella condizione di solitudine selvatica di certi animali. In particolare tendo a fuggire da lei nonostante la ami molto, anzi proprio perché la amo. Lei lo sa e per vent’anni di matrimonio mi ha sempre visto fuggire e anche tradirla: non con la rassegnazione tipica delle mogli sottomesse e sotto sotto interessate, ma, a sua volta, con la trepidazione delle donne innamorate e [così romantiche da] considerare la fuga della persona amata come una sorta di romantica irrangiungibilità, di mistero, dunque di fascino. Credo che lei non mi abbia quasi mai tradito o, se l’ha fatto, questo è accaduto al tempo stesso per eccesso di solitudine, per disperazione dovuta ai miei tradimenti, per affermare l’autonomia della propria persona sempre in totale dipendenza da me".

Ma stavolta è diverso e se ne accorge subito. La conosce da vent’anni, sa come ama.

Un ultimo richiamo a Freud, per il quale Eros e Thanathos non presiedono solo alla vita dell’inconscio individuale, ma determinano in qualche modo anche l’andamento della storia umana (vedi Il disagio della civiltà, 1939); ma solo per dire che Parise scrive questo libro anche sotto l’impressione di fatti strettamente legati alla storia, anzi alla cronaca, di quel periodo, fine anni settanta del secolo scorso. Siamo nella Roma degli anni di piombo, del Fuan - gruppo giovanile di destra - delle aggressioni e degli stupri. Dice Cesare Garboli nell’introduzione: "Ecco, dicevo a me stesso, un romanzo che non vorrei avere scritto. Ecco un’immagine precisa, insostituibile degli anni Settanta."

La tragedia è inevitabile anche perché la storia dei due coniugi incontra quella della Roma di quegli anni, descritta da Parise in una parte del dattiloscritto poi sostituita e sintetizzata, che nel volume della Bur viene messa in appendice.

Piazza del Popolo: "sulle sedie esterne del bar Rosati, [...] stavano dei ragazzi. Anche loro in blue-jeans, in maglietta, con un giubbotto nero, i capelli ricci e arabi tagliati corti. Alcuni andavano, altri venivano con grosse motociclette. Dico anche loro perché così doveva essere, esattamente così, come migliaia in tutta Roma, il ragazzo di Silvia. Erano, per così dire, il complemento dei rifiuti che invadevano la piazza: sapevo benissimo che Piazza del Popolo era il ritrovo, anzi il covo naturale dei ragazzi fascisti e borghesi di Roma, insieme a Piazza Euclide e il Pantheon. La piazza del popolo si adattava di più in quel particolare momento del mattino, poco dopo l’alba, e coperta di rifiuti a quella scena in certo modo emblematica della città di Roma, città fascista da sempre. Mi avvicinai per guardarli. Nel corpo erano belli, slanciati, muscolosi e naturalmente vanitosi. Con quella apparente sicurezza di quelli che un tempo a Roma si chiamavano bulli. Conoscevo perfettamente le loro famiglie, gente ricca, palazzinari, quelle famiglie che si erano tramandate la violenza fin dai tempi della famiglia Giulia, palazzinari anche quelli, ai loro tempi. Giù giù al servizio dei papi, dei Borboni, in un inestricabile groviglio di interessi e di corruzione, fino a Mussolini, e fino ad oggi. [...] Quei ragazzi borghesi, travestiti da proletari, da borgatari, o anche borgatari travestiti da borghesi che era la stessa cosa, mostravano nelle loro facce la faccia di Roma. [...] Soprattutto la Roma della violenza schizofrenica e consumista. Strane facce, le osservai a lungo. Anch’essi, di tanto in tanto, mi gettavano un’occhiata, ma non era l’ora, quella, del linciaggio. Il linciaggio era già forse stato compiuto da qualche parte durante la notte. La spedizione punitiva di quelle facce aveva itinerari casuali che nascevano sempre come scherzi, come occasioni di fare qualche risata e soprattutto di esprimere se stessi. Il pestaggio di un omosessuale, per esempio, se non, puro e semplice, l’assassinio e la fuga, come topi nelle fogne.[...] Avrei potuto indovinare i loro pensieri, sempre punitivi verso qualcuno o qualche cosa, le loro miserabili idee che oscillavano tra l’ordine e l’anarchia, il nichilismo nevrotico e distruttore, l’assassinio rapido, spietato e sempre in agguato.. Al tempo stesso quella loro mollezza, antica come Roma, la mollezza interna ed esterna della faccia diceva che erano pastasciuttari e mammoni, pronti sempre, dopo l’assassinio a correre dalla mamma, a farsi dare i soldi da papà, a fare i bamboccioni, i bambini. Facce pronte a chiedere perdono in ginocchio come a minacciare a ricattare, con la prepotenza e la violenza di quella loro stessa debolezza".

Collegamento alla recensione del film

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