È innegabile che il Governo francese abbia commesso dei macroscopici errori nel formulare una seria politica di integrazione.
Parigi, anzi, l’intera Ile de France è in stato d’assedio.
Nei primi giorni di guerriglia urbana, il cui scenario era la “banlieue”, la gravità degli scontri veniva calcolata in base al numero di auto bruciate.
Ora che la protesta si sta, geograficamente e politicamente, espandendo e sta toccando anche il cuore di Parigi, Place de la Republique, a prendere fuoco non sono più soltanto status symbols come le automobili ma anche beni sociali e istituzionali quali scuole, asili, biblioteche, palestre, centri commerciali, un’azienda per il riciclaggio della carta.
Anche le caserme hanno subito attacchi violenti.
Il Governo francese paga, ancora oggi, la politica coloniale condotta nel corso della storia e la sconsiderata esclusione dalla società delle migliaia di persone provenienti da ex-colonie quali Algeria, Tunisia, Marocco, Guadalupe, Antille Francesi e forse ne dimentico qualcuna.
Il Governo ha pensato bene di ammassarli in periferia.
Dal punto di vista sociologico si sa che la repressione di un sentimento porta inevitabilmente ad una sua crescita irrazionale e ad una sua fuoriuscita ingovernabile.
Un ex-colone si porta dentro un carico di frustrazione, per aver dovuto abbandonare il proprio paese d’origine, di inferiorità, per esser stato “conquistato e saccheggiato”, di inadeguatezza, per essere andato a vivere in una società che lo considera un peso.
È innegabile che il Governo francese abbia commesso dei macroscopici errori nel formulare una seria politica di integrazione.
Io non ho la pretesa di elencarli né di addentrarmi troppo nella questione perché ci sarà sicuramente qualcuno in grado di farlo meglio di me.
Quello che però mi preme è raccontare alcuni episodi a cui ho avuto il piacere di assistere durante il mio soggiorno di un anno a Parigi.
Una sera ero uscito con alcuni amici americani a cui avevo preavvisato che, nel caso ci fossimo imbattuti in una gang di “lascar” (bande formate da ragazzi della banlieue, etichettati come lascar, bad boy, ragazzo cattivo) loro non avrebbero assolutamente dovuto aprire bocca.
Se quelli avessero capito che erano americani, avremmo fatto una brutta fine.
Non serve spiegare le ragioni dell’antiamericanismo da parte dei musulmani.
A Parigi non di rado si fanno strani incontri.
Quella serata non rappresentò l’eccezione.
Una gang numerosa e rumorosa, che non presagiva nulla di buono, ci bloccò e ci accerchiò.
Gli americani seguirono il mio consiglio ed io ebbi l’onere di rispondere all’interrogatorio che il capo della gang ci fece, anzi mi fece.
Mi chiesero da dove venivo, chi erano le persone che stavano con me e dove eravamo diretti.
Anche se non c’era alcuna ragione per farlo cercai di soddisfare la sua curiosità.
Qualcuno di loro, vedendomi impacciato ed intimidito nel rispondere, cominciò a spintonarmi, ma il capo, quando comprese che ero italiano, riportò la calma, con mio grande sollievo.
Dissi che i miei amici erano svizzeri (neutrali per eccellenza), che non capivano una parola di francese, e che stavamo cercando un posto dove mangiare un kebab, panino arabo di moda anche in Italia oramai.
Si erano avvicinati a noi con l’intento di derubarci degli oggetti di valore che avevamo addosso in quel momento, potevano scapparci anche schiaffi, pugni e calci.
Non so perché il capo mi prese in simpatia, ma mi disse che non avremmo subito perdite perché quel giorno era il suo compleanno.
Fortuna, semplice fortuna, anche se non ho mai creduto alla storia dell’happy birthday.
Questi episodi accadono tutti i giorni con sempre maggior frequenza, le bande di lascar, in libera uscita nella città, ricordano ciò che accade nelle più violente città americane e del resto del mondo.
Chi vuole analizzare con maggiore attenzione il fenomeno può fare un salto a Chatelet, quartiere situato a pochi passi dal Centre Georges Pompidou, divenuto il punto d’incontro delle gang.
Esiste anche un luogo, adibito a gigantesco ring, dove vengono regolati i conti tra gruppi rivali.
È l’enorme spazio adiacente la Defense, che ha ospitato match coinvolgenti anche 600 persone a volte.
“Les fliques”, la polizia, in alcuni casi, può fare ben poco per arginare questa onda d’urto.
Sfortunatamente è vero, le banlieue sono molto pericolose, ne ho “visitato” una in particolare, Nanterre (credo che il film “L’odio”, con Vincent Cassell, lo abbiano girato lì), e ho riscontrato uno stato di generale degrado, armi e droga sono acquistabili da chiunque, la disoccupazione è a livelli preoccupanti ed è difficile entrarvi se non si è accompagnati e protetti da “uno di loro”.
Con questo cosa voglio dire?
Il Governo francese ha molte colpe e deve quindi correre ai ripari cercando di favorire l’integrazione di quella componente musulmana ancora oggi fortemente esclusa dalla società francese
È anche vero che le stesse autorità musulmane, i leader ideologici e sociali, possono e devono controllare meglio la situazione, saperla gestire, evitare che troppi “cavalli pazzi” vadano in giro a far danni le cui conseguenze ricadono purtroppo su tutta la comunità islamica.
Le tribù indiane avevano un capo riconosciuto e molti giovani di valore, tra cui qualcuno troppo facinoroso e smanioso di arrivare al potere e allo scontro con l’esercito americano, per dimostrare il proprio status di guerriero.
Questo qualcuno tentava di destabilizzare l’ambiente, disobbedendo agli ordini di calma imposti dal capo-tribù, attaccando carovane di uomini bianchi.
La repressione dei militari americani colpiva tutti indistintamente e non soltanto quei pochi “cavalli pazzi”, che non volevano sottostare alle direttive imposte dall’alto.
Un capo aveva l’onore di essere il punto di riferimento e l’onere di guidare il suo popolo verso la conquista della pace, tenendo a freno le teste calde.
Arduo è il compito del leader impegnato ad evitare che la sua gente subisca e compia maltrattamenti.
Pochi capi indiani sono riusciti in questo.