L’occhio tagliato sul fare letteratura. Cinque domande a Sebastiano Addamo

Questa breve ma densissima intervista è stata pubblicata sul "numero unico in attesa di registrazione" della rivista Passaporto ("della letteratura ed altre cose") di Catania, diretta da Mario Grasso, nel 1984 circa.
di Redazione Antenati - giovedì 7 maggio 2020 - 527 letture

Domanda: Vi sono vari tipi di rapporto con la scrittura. C’è stata l’esperienza di Kafka, solitaria e appartata ai limiti del mondo. Vi sono le esperienze della letteratura americana degli anni Sessanta: i Kerouac e ora i Bukowski. Quale rapporto ha lei personalmente con la scrittura?

Sebastiano Addamo: Domande del genere sono fatte per abbattermi. Perentorie, impongono reazioni altrettanto perentorie. Domande e risposte si terrorizzano a vicenda. Il mio rapporto? Ogni tanto continuo a domandarmelo, ma tutto sommato non mi interessa; o non mi interessa più. Mi sono trovato a scrivere, e continuo. Alcune volte è un’operazione detestabile, e altre volte è persino piacevole. Questi due atteggiamenti sono contraddittori e legittimi, e talora sono compresenti. Ma un po’ di noia c’è sempre nella scrittura; come pure c’è del lavoro anche rozzo.

D.: Borges ha costruito il suo Labirinto ma cercando di tracciare un itinerario all’interno di esso. Che valore ha per la scrittura la proposta del Labirinto borgesiano?

Sebastiano Addamo: Forse mi vuole chiedere l’equivalenza di scrittura e labirinto? Stendhal era labirintico, la sua scrittura no. Itinerario nel meraviglioso, diceva Ripellino. È vero che il tempo contemporaneo è il tempo delle perversioni spazio-temporali. La città, la metropoli, tende a omologare il tempo, lo rende privo di qualità, tende a sopprimere la durata. Nella metropoli ci si smarrisce, e lo spazio si capovolge. In questo senso le scritture di Kafka (non soltanto l’America) e di Borges possono costituire preludio e metafora di una condizione che ci riguarda e ci sostituisce.

D.: Vi sono scrittori che sono istintivi, automatici nella loro proposta di scrittura o altri che riscrivono continuamente un testo. Lei come procede?

Sebastiano Addamo: Io non separerei nettamente i due modi. Come non è separabile istinto e ragione, per intenderci. Altrimenti, faremmo tornare in campo l’ispirazione, o la scrittura come ’dono’. Fra l’altro, secondo alcuni, lo scrittore non farebbe che scrivere e riscrivere per tutta la vita un solo libro. Fino alla morte. A parte questo, mi è capitato di ritornare su un lavoro già da tempo compiuto, di doverlo riprendere o anche riscrivere. Significa che esso non era del tutto risolto? Forse significa che continuo a intrattenere con le mie cose un rapporto personale. Almeno, fino a quando non vengano pubblicate. Allora il libro mi diventa del tutto lontano, talora pure un po’ incomprensibile. Il lettore ha fatto la sua parte, ormai. Ha chiuso il libro nel proprio orizzonte.

D.: La scrittura è menzogna, inganno o svelamento di altro?

Sebastiano Addamo: È scrittura, soltanto. Il lettore ne stabilisce il metro. La corrispondenza tra autore e lettore non significa necessariamente adeguatio. La menzogna del resto può essere stimolante; la verità, ottusa e piatta.

D.: Se dovesse indicare un autore che ha molto meditato sulla scrittura, sul potere delle parole, chi sceglierebbe?

Sebastiano Addamo: Molto meditato sulla scrittura; o scritto con la scrittura? Kafka, Joyce, o Rilke, hanno ’scritto’, non c’è da parte loro una meditazione sulla scrittura distinta dalla scrittura. Quando c’è si chiama ’Poetica’ e si sa che si tratta di un’altra cosa. La ’Poetica’ di Lautreamont non è la scrittura di Lautreamont. Tale meditazione è semmai a monte della scrittura, ma fa corpo con essa. Penso anche a Rimbaud: il suo silenzio finale può essere la sua meditazione sulla scrittura e il risultato di essa. In ogni caso, è allarmante più delle parole.

Sebastiano Addamo


La scheda su Addamo, su Antenati



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