Intervista a Valeria Fedeli, segretaria generale della Filtea-Cgil. La Lega , per frenare la valanga degli occhi a mandorla, chiede i dazi anti Cina e si prepara ad una battaglia parlamentare. Ma la maggior parte degli schieramenti non vuol sentire parlare di dazi. Perché?
Il Carroccio ha lanciato l’allarme: l’invasione cinese è inarrestabile! L’Italia è sommersa dalla merce “made in Cina” prodotta da lavoratori sottopagati, sfruttati, privi di tutele sindacali. Settori strategici come l’agricoltura, il tessile, il calzaturiero fanno fatica sotto il peso della concorrenza sleale dei “gialli”. Molte aziende chiudono, altre preferiscono delocalizzare i loro stabilimenti. Secondo i dati dell’ANCI, in quaranta giorni sono aumentate le importazioni di calzature provenienti dalla Cina; il settore di biciclette, pur tutelato dal dumping, viene invaso dai prodotti orientali che aggirano le normative di tutela. In questo contesto il Commissario Mandelson sembra abbia risposto picche alle richieste del vice ministro Urso. La Lega , per frenare la valanga degli occhi a mandorla, chiede i dazi anti Cina e si prepara ad una battaglia parlamentare. Ma la maggior parte degli schieramenti non vuol sentire parlare di dazi . Perché? Per quale motivo si reputa “antistorico” il ricorso a questa forma di difesa della propria produzione?
“Perché - ci dice Valeria Fedeli, segretario generale della Filtea Cgil -abbiamo negoziato con interesse reciproco le condizioni delle regole per il commercio internazionale anche quando, nel novembre 2001, è entrata la Cina nel WTO. Questo per essere molto chiari. Mandelson non credo abbia risposto picche anche perché contrasterebbe con la regola che c’è nel WTO. Il Commissario europeo deve definire le linee guida (la scadenza era fissata per lo scorso dicembre, N.d.R.) per potere, se necessario e se ci sono le condizioni oggettive, attivare quanto previsto dalle regole del commercio internazionale, sia generali che specifiche, sui prodotti cinesi; regole assolutamente condivise dal governo cinese .”
Parla delle clausole di salvaguardia?
“Si. Ma questo significa intervenire, per un lasso di tempo limitato, per ristabilire un equilibrio tra le importazioni in termini di valori e quantità cinese oppure se si presentassero questioni di dumping. Per esempio se ci fosse un esagerata diminuzione del prezzo della merce che entra a fronte di quello che era la merce dell’anno precedente.”
Ma il prezzo delle importazioni nel settore tessile è aumentato?
“Questo è evidente per il tessile e l’abbigliamento (non per le calzature) perché è finito, dal primo gennaio di quest’anno, l’accordo multifibre; oggi le merci importate hanno almeno il 30% di costo inferiore rispetto allo scorso anno per via dei costi aggiuntivi delle importazioni, delle quote dei dazi che c’erano.”
Sono fondamentali le linee guida?
“Si, perché se ci sono le linee guida , l’insieme dei produttori europei e dei governi interessati a queste difficoltà possono attivare eventualmente la richiesta di clausole. Mandelson non si può sottrarsi a questo compito tanto è vero che, da quanto mi risulta, il Commissario europeo ha chiesto qualche giorno per predisporre le linee guida .”
Se si dovessero attivare queste regole di difesa transitoria cosa si augura?
“Che la Commissione europea, dentro la logica e le regole della reciprocità del commercio internazionale, possa deliberare la trasparenza e, quindi, l’etichettatura obbligatoria dei prodotti sia importati che prodotti in Europa. L’obiettivo è semplice: è il consumatore che deve scegliere i prodotti da acquistare. Non dobbiamo avere paura di altre produzioni, dobbiamo solo sapere da dove provengono le merci. C’è un secondo elemento che mi pare importante. Dobbiamo, assolutamente, ottenere quello che abbiamo chiesto al governo italiano: sostenere, con una politica industriale adeguata, le esigenze di innovazione a tutto campo che le imprese italiane devono effettuare per puntare sempre di più su prodotti innovativi e di qualità e su una moda che sia sempre più capace di non essere né imitata né copiata ma acquistata. Un sostegno, quindi, all’internazionalizzazione e all’apertura dei mercati terzi; perché vogliamo pari condizioni per entrare nei mercati e vendere il nostro prodotto. Queste sono le cose essenziali per difendere e rilanciare il mady in Italy della moda e del calzaturiero. Diversamente è legittimo chiedere l’attivazione di clausole sapendo, però , che dura poco tempo. E poi?”
L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia europea ritiene l’Irap incompatibile con la normativa comunitaria. Le conclusione di Jacobs non solo vincolanti per la Corte , ma di regola anticipano la decisione finale. Sulla vicenda si è soffermato il presidente della Confcommercio, Sergio Billè, per il quale la modifica costituirà un altro elemento di crisi per le imprese. Il sindacato?
“Noi siamo ovviamente preoccupati per le finanze pubbliche, per quello su cui oggi l’IRAP interviene e finanzia anche nel sistema di welfare regionale. Una preoccupazione talmente grande che avevamo già da tempo denunciato l’errore strategico di questo Governo per aver puntato, anziché a sostenere le imprese e la loro competitività, sulla riduzione delle tasse preannunciata anche per l’anno prossimo. Temo che ci troveremo, dopo le elezioni regionali, a dover affrontare una crisi di finanza pubblica molto seria. E tutto andrà a discapito del reddito già compresso dei lavoratori, di una inesistente prospettiva di sviluppo positivo.”
La Lega quando parla di dazi lo fa pensando anche alla possibilità di riportare la Cina all’interno del consesso democratico internazionale. Può esserci una stretta connessione fra i due elementi?
“Non esiste questa cosa. Proprio per un fatto di merito. Noi dobbiamo capire che è un vantaggio stare in Europa e che l’UE deve competere e negoziare con la Cina. Mi permetto di far notare alla Lega che, da questo punto di vista, dovrebbe essere attenta, che c’è in Italia, ma in particolare in Lombardia, un insediamento produttivo significativo del tessile e della calzatura che ha reso importante la moda italiana. Noi dobbiamo negoziare ulteriormente con la Cina affinché lei abbatta le sue barriere tariffarie e non (per avere, quindi, parità di condizioni) per far entrare i nostri prodotti. Ma la cosa strana, che bisognerebbe capire, è che non tutti ci impegniamo, penso alle forze politiche come la Lega , sulla trasparenza e la tracciabilità dei prodotti, sull’etichettatura obbligatoria anziché sui dazi.”
Come mai?
“Ho un grande dubbio che spero, ovviamente, venga totalmente fugato; forse si stanno coprendo quegli imprenditori, quella parte debole del nostro sistema che è andata a produrre in Cina o che va produrre in Cina e nei paesi dove c’è minor costo del lavoro e, dove, non ci sono diritti sociali e sindacali. Imprenditori che poi riportano le merci nel nostro paese e le etichettano come made in Italy . La questione di come si contribuisce alla democratizzazione della Cina, al rispetto dei diritti umani e sociali in quel Paese si affronta in tutt’altro modo. Chiedendo, come fa il sindacato, alle imprese italiane di negoziare i codici di condotta da applicare. A noi serve che quando le imprese vanno ad aprire negozi o a commerciare in Cina, o in qualunque altra parte del mondo, insieme al prodotto di qualità made in Italy portino anche una condizione di rispetto dei diritti sociali ed ambientali che, credo, sia uno degli strumenti che può aiutare a costruire, in quei paesi, anche livelli diversi di rispetto dei diritti umani e sociali contribuendo a costruire una democrazia libera. Non credo che ci siano altri modi.”
Vincenzo Greco - scritto per Oltrenews.it