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L’intelligenza impara, noi no

di Sergej - martedì 10 maggio 2022 - 1528 letture

In un vecchio film, Wargames (1983) [1], un computer (oggi diremmo: una IA, una intelligenza artificiale) impara da un gioco - il tic toc, quello che si fa mettendo le x ed i pallini a turno - e comprende che l’unica mossa vincente in caso di guerra è non giocare. In una guerra nucleare si perde tutti. Oggi sempre più spesso ci affidiamo alle “intelligenze artificiali” e agli algoritmi per interpretare un mondo che diventa sempre più complesso e multiforme.

Non è una coincidenza che proprio nell’anno in cui gli Stati Uniti e la “fabbrica dei sogni” e degli incubi che è Hollywood produceva un film cult come Wargames, si sia verificato nella vita reale un episodio che solo anni più tardi sarebbe stato conosciuto in tutta la sua potenziale tragicità.

“Il 26 settembre 1983 Stanislav Petrov, tenente colonnello dell’esercito sovietico, ha il turno di notte: nel bunker Serpukhov 15 deve controllare i dati che vengono inviati dai satelliti che spiano i movimenti degli armamenti statunitensi. D’un tratto i suoi schermi gli indicano che cinque missili intercontinentali sono partiti da una base nel Montana. Petrov sa benissimo ciò che deve fare nel caso di un attacco nucleare preventivo da parte degli USA. Sa che, dopo la comunicazione ai superiori, l’allarme lanciato percorrerà la scala gerarchica e porterà in pochi minuti alla massiccia operazione di rappresaglia: partiranno missili balistici sufficienti a distruggere obiettivi strategici in Inghilterra, Francia, Germania Ovest e Stati Uniti. Era un periodo di grandissima tensione tra le due superpotenze. All’inizio del mese un caccia sovietico aveva abbattuto un aereo di linea sudcoreano che, per errore, era penetrato nello spazio aereo dell’URSS: erano morte tutte le 269 persone a bordo. Pochi mesi prima il Presidente Reagan aveva coniato l’espressione “Impero del Male” e annunciato il programma delle guerre stellari. Si programmava il dispiegamento dei missili Pershing in Europa. Al Cremlino c’era Yuri Andropov che si era convinto che gli USA stavano preparando un attacco, un primo colpo nucleare. Oggi gli storici ricostruiscono quel periodo come il momento di maggiore rischio per l’umanità: forse ancora peggiore della crisi dei missili a Cuba. Ma Petrov non era convinto. Perché solo cinque missili? Sapeva quale fosse il suo compito, ma pensò che un attacco preventivo, tale da scatenare la terza guerra mondiale, e per di più atomica, non sarebbe mai potuta partire con soli cinque missili. E nello spazio di pochissimi secondi prese la decisione più importante della sua ... e delle nostre vite! Interpretò il segnale come un errore del satellite. Gli storici scrivono che ciò che il satellite sovietico interpretò come il lancio di cinque missili balistici intercontinentali dalla base nel Montana era in realtà l’abbaglio del sole riflesso dalle nuvole” [2].

Che “il mondo” sia stato più volte sul punto di essere sconvolto dalla guerra, viene testimoniato in vario modo: dalle cronache storiche, dai report dei servizi segreti - destinati il più delle volte a rimanere segreti negli archivi delle Cancellerie - ecc. Nel 1932 un giornalista statunitense scrisse un pamphlet intitolato “Ci sarà la guerra in Europa?”. Lui era “il rosso” (perché di capelli rossi) e piccoletto Hubert Renfro Knickerbocker [3], celebre giornalista e già premio Pulizer, e il libro sarà stampato da Bompiani nel 1934. Knickerbocker intervistava leader e funzionari di un bel po’ di Paesi europei e non, e diceva: sì, con tutti gli armamenti che crescono e la tensione che c’è, la guerra ci sarà sicuramente [4]. Nel 1912 uscì in Italia un’operina tra il romanzo e la preveggenza, intitolato “La guerra d’Europa : (1921-23) : romanzo delle nazioni”. L’autore si nascondeva sotto lo pseudonimo di Comandante X**. Il libricino fu edito da LEAR di Genova, e in seconda edizione nel 1915 da L’arte bodoniana di Piacenza. Anche questo romanzo preventivava la guerra futura e inevitabile.

Dopo, quando le cose si verificano, è “facile” andare a rivedere tutto quello che in precedenza è stato scritto - scartare le cose più folli e ritagliare solo le cose che più si sono avvicinate alle cose che si sono verificate poi. In realtà, per chi sta “sul momento” e vive la storia nel suo compiersi, le cose non sono mai facili. Neppure per chi sta al vertice di una struttura statale e viene raggiunto e bombardato da migliaia di dati e informative, spesso contrastanti e contraddittorie - e deve decidere sulla base di una impressione o una cosa di cui spesso non ha esperienza. Dati inesatti o errati coprono spesso volutamente i (pochi) dati veri. Insomma, è un gran guazzabuglio per chi sa trattare i dati informativi: si considerino le persone comuni (tutti noi), che sono sottoposte al tiro incrociato dei diffusori di notizie e informazioni provenienti da giornali e fonti spesso nascoste - che utilizzano Internet, ma anche il passa-parola, la radio, le televisioni ecc_. Capire la realtà - avere intelligenza di quello che sta accadendo è un’impresa immane. E la responsabilità di chi vuole informare gli altri su quello che succede, in queste condizioni, è gravosa.

Quando poi partono le campagne di stampa organizzate, in cui si vuole spostare volutamente da una parte all’altra l’”opinione comune”, la cosa diventa ardua. Si pensi alle ingenti somme spese dai francesi e incassate da D’Annunzio in occasione della propaganda anti-austriaca e per l’entrata in guerra dell’Italia nella prima guerra mondiale. Demostene del resto riceveva soldi dai persiani per parlare male di Filippo il Macedone - nulla di nuovo sotto il sole. Ma lo vediamo ogni giorno, quel che è avvenuto e avviene per ogni occasione di guerra che ha visto coinvolta l’Italia negli ultimi decenni: la demonizzazione dei pacifisti per “coprire” le guerre in Kosovo, e poi in Afghanistan, in Irak ecc_. L’Italia in particolare è sempre stata terreno libero per l’influenza e il libero pascolo delle “intelligence” di inglesi, francesi, nordamericani, tedeschi, russi, arabi, israeliani ecc_. E i primi a farsi comprare sono i nostri esponenti politici, sempre alla ricerca di finanziamenti. Scrive Giovanni Di Mauro su Internazionale [5]:

“Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) [6], nel 2021 le spese per gli aiuti allo sviluppo hanno raggiunto globalmente i 179 miliardi di dollari. Una cifra senza precedenti. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri) [7], nel 2021 le spese militari hanno raggiunto globalmente i 2.113 miliardi di dollari. E anche questa è una cifra senza precedenti. È aumentata dello 0,7 per cento rispetto all’anno prima, la metà nei paesi della Nato, e rappresenta il 2,2 per cento del pil mondiale. I cinque paesi che hanno speso di più sono Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia. Insieme pesano per il 62 per cento del totale. L’Italia è all’undicesimo posto. La Russia è tra i paesi che spendono di più anche rispetto al pil: il 4,1 per cento. “I forti ricavi del petrolio e del gas l’hanno aiutata ad aumentare le sue spese militari”, ha spiegato Lucie Béraud-Sudreau del Sipri. Dietro queste cifre c’è una tendenza, scrive Le Monde: “È dalla metà dello scorso decennio che il mondo si sta riarmando” [8]. È il settimo anno consecutivo di aumento e neppure la pandemia ha fermato la crescita. Gli Stati Uniti, che guidano la classifica, hanno speso 801 miliardi di dollari in armamenti, con un aumento del 24 per cento in dieci anni delle spese di ricerca e sviluppo, “a riprova del fatto che le tecnologie di nuova generazione sono diventate essenziali e che il paese vuole mantenere la sua supremazia su Russia e Cina. La modernizzazione dell’arsenale nucleare assorbe una parte dello sforzo, e questo pone il sistema di difesa statunitense molto al di sopra dei suoi potenziali nemici”. “È tutto un mondo che gira a rovescio”, ha scritto Francesco Palmas sull’Avvenire [9]. Lo sviluppo del cacciabombardiere Rafale costerà ai francesi fino a 80 miliardi di euro: con questa cifra si potrebbero costruire duemila ospedali di ventimila metri quadrati ciascuno”.

La nostra intelligenza collettiva vorrebbe che si abbandonasse immediatamente la logica del riarmo, che porta direttamente alla guerra. Ma evidentemente la realtà umana non è fatta di intelligenza, e noi non impariamo mai dalla storia - o da quel che accade sotto i nostri stessi occhi.

[1] Vedi su Wikipedia.

[2] L’episodio è sul sito Disarmo.org.

[3] Vedi la scheda su Wikipedia inglese

[4] Su altre considerazioni, vedi Cronologia.

[5] Precedenti / di Giovanni Di Mauro, in: Internazionale, n. 1459, p. 3 - può essere letto anche online.

[6] vedi: OECD.

[7] Leggi il documento pdf: SIPRI.

[8] vedi: Le Monde.

[9] vedi: Avvenire.


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