L’intelligenza dei professori universitari


Dicono l’Università italiana funzioni male. Ne siamo davvero sicuri? Dire che l’Università italiana non funzioni equivale a dire che chi la gestisce non è capace...
mercoledì 6 settembre 2017 , Inviato da Redazione PuntoG - 1476 letture

Dicono l’Università italiana funzioni male. Ne siamo davvero sicuri? Dire che l’Università italiana non funzioni equivale a dire che chi la gestisce non è capace. Cioè che i professori universitari non sono capaci. Direttamente, oppure indirettamente: qualora si stabilisca che non è colpa loro, comunque essi sarebbero bollati come incapaci perché non hanno saputo contrastare le Forze del Male esterne che hanno determinato i malesseri dell’Università. Naturalmente non possiamo sapere se, tra i tanti professori universitari, ce ne sia qualcuno incapace: una mela marcia purtroppo c’è sempre, dappertutto. Ma, perdinci, essi sono professori universitari, il fior fiore dell’intelligenza italiana. Abbiamo fiducia che predomini in essi non la stupidità (di cui parlava il professore universitario Carlo M. Cipolla) ma l’intelligenza. E allora riguardo l’Università italiana non possiamo che concludere: o non è vero che l’Università funziona male, o l’Università italiana funziona esattamente come deve funzionare.

L’Università non riesce a accogliere adeguatamente tutti gli iscritti, tanto che si deve inventare questa cosa geniale del “numero chiuso” e degli esami di ammissione? Deve essere senz’altro una cosa voluta, intelligente, fatta apposta. D’altra parte, perché dare il patentino di intelligente a tutti, se vuoi che il tuo patentino di intelligente valga qualcosa occorre che sia il più possibile ristretto. Una Ferrari non la può comprare chiunque, se fosse così sarebbe una automobile come qualsiasi altra (anzi peggio: un po’ scomoda e decisamente inadatta al traffico quotidiano o per andare al mare ecc.).

Un universitario, una volta dentro, ci sta anni e anni per laurearsi? L’aspetto affettivo da parte degli studenti per la propria Università dovrebbe essere considerato in maniera ammirevole; così come il fatto che il professore universitario intelligente voglia accanto a sé sempre gli stessi studenti a cui si è fortemente affezionato. C’è sempre un vulnus, una debolezza dell’intelligenza, quando affetto e dovere si mischiano. Non necessariamente si deve pensare che un professore universitario sia tendenzialmente più interessato a sparlare del proprio vicino di cattedra e intrallazzare tra concorsi e piccoli dispetti, raccomandazioni, battaglie cruentissime per questioni d’onore e di saluto, più interessato a queste cose che alla didattica - d’altra parte siamo umani, e questo avviene un po’ dappertutto -. D’altra parte, l’Università siamo sicuri debba essere solo un esamificio, ridotto a una specie di catena di montaggio limitata a mettere un timbro su un libretto universitario (lo so, non ci sono più i timbri di una volta, era solo per dare l’idea)? L’intelligenza del professore universitario si ribella a tutto questo, e l’Università italiana è esattamente quello che deve essere.

E’ sbagliato pensare all’Università come un ascensore sociale, che possa permettere a famiglie più povere di acquisire quelle conoscenze professionali che ne ribaltino la sorte. Davvero, ridurre l’università a una cosa del genere è sbagliato. E giustamente oggi nelle Università italiane si laureano solo i figli dei notai e i figli di avvocati e di medici.

Ma ve l’immaginate un mondo in cui tutti sono laureati ingegneri, o fisici nucleari, o in giurisprudenza come Alfano? E nessuno che sappia fare la pizza, o cambiare la guarnizione dello sciacquone del bagno o infilare la pistola della pompa di benzina nell’apposito foro dell’automobile? L’Università italiana sa che non tutti debbono avere la laurea, e l’intelligenza dei nostri professori universitari agisce di conseguenza.

Anche nel campo della ricerca, ridurre l’Università a centro di ricerca è un’altra cosa sbagliatissima. Immaginate una Università che, per esempio in campo umanistico cominci a editare filologicamente i testi basi della storia culturale del nostro Paese, o che faccia ricerca storica dei territori, o - in campo scientifico - faccia uno screening genetico della popolazione italiana, si occupi di ricerca non legata all’industria miope e alle più ottuse case farmaceutiche e altre amenità del genere. Difatti l’Università italiana non ricerca, e i suoi ricercatori sono dottorini a mezzo stipendio. L’Università italiana è altra cosa, ben più importante. Ma non voglio offendere l’intelligenza di voi tutti per dirvi cosa è.



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