Strettamente apparentato al Dogma di Von Trier ecco un altro splendido prodotto del cinema danese
A volte capita di imbattersi in un piccolo capolavoro. Qualcosa, magari, di estremamente semplice, di poco appariscente, quasi inafferrabile nella sua linearità. A volte capita che tutti gli elementi che compongono il piccolo universo di un film siano dosati ed elaborati talmente bene da coinvolgerci completamente in esso. È il caso di L’eredità. Ennesima gemma estratta da quella che ormai si potrebbe definire "scuola danese".
Secondo episodio di una trilogia di indagine sulla società danese di cui The Bench è il primo capitolo, L’eredità è un film che è stato giustamente premiato dalla critica sia nazionale, con 6 Robert Awards (gli Oscar danesi) che internazionale, ricevendo al Festival di San Sebastian il premio della Giuria per la Migliore Sceneggiatura.
Il film è la storia della scelta che il protagonista Christoffer (Ulrich Thomsen) si trova ad affrontare fra il dovere familiare e la libertà personale, fra il potere e l’amore, in quella che si costruisce come una tragedia moderna. Il Dio è rappresentato dal sistema al quale Christoffer aveva cercato di sfuggire abbandonando la sua città natale e l’acciaieria di proprietà della famiglia, alla cui direzione sarebbe destinato, per sposarsi con Maria (Lisa Werlinder), attrice teatrale, ed aprire un ristorante. La sua ubris - la presunzione di poter sfuggire al destino - sarà pagata a duro prezzo da lui e da chi gli sta più vicino. Sviluppandosi su una costruzione psicologica sottile e impeccabile, l’evoluzione del dramma si gioca comunque su una serie di rapporti personali che lasciano la struttura tragica in secondo piano, o meglio come ossatura invisibile, rispetto alla ricerca di comprensione del personaggio, delle sue motivazioni, del percorso interiore che lo porta all’ineluttabile ma, comunque, personale scelta.
Da una parte la tragedia, quindi. Il percorso epico e sventurato di un eroe, di un principe moderno davanti al destino. Dall’altra il percorso assolutamente psicologico e intimo di un uomo davanti ai suoi obblighi sociali. Il tutto raccontato con parsimonia e pacatezza da una macchina da presa che si limita ad esserci lasciando alla storia, alla splendida interpretazione degli attori, ai preziosi dialoghi il compito di raccontare una vicenda che si fa, si costruisce, si vive istante per istante. Una tecnica registica che fa sue le principali scelte stilistico-estetiche del Dogma 95 di Von Trier (produttore del film) smussandole e costringendole all’interno di un’operazione che si manifesta come espressione del tutto personale del regista e co-sceneggiatore Per Fly. La sua capacità di comprendere e descrivere ed entrare nei personaggi pur rimanendone in superficie rende questo film un vivido e splendente, denso e drammatico ritratto dell’alta borghesia danese. Senza, però, lasciarsi andare al sociologismo facile ma rimanendo profondamente legato ad una profonda umanità, vissuta inquadratura per inquadratura, come una sorta di agro/dolce amore nei confronti dei protagonisti della vicenda. Un amore da cui nasce l’esigenza di conoscenza e comprensione che è alla base di questo percorso filmico. Ogni fotogramma della pellicola porta impressionato in se l’immagine prodotta dallo sguardo curioso, dolce, comprensivo, indagatore del regista assimilabile a quello di un bambino o di uno spettatore davanti ad una rappresentazione teatrale.
Per fortuna capita ancora di vedere film come L’eredita.