L’argenteria del principino

"Scende in campo" anche l’emigrante Emanuele Filiberto. Vuole farsi eleggere per "dare il suo contributo agli italiani che hanno sofferto" come lui
di Adriano Todaro - martedì 18 marzo 2008 - 1770 letture

Ci sono episodi, nella vita, che ti fanno pensare che non tutto è perduto, che ci potrà essere un domani migliore, più giusto, con persone all’altezza della situazione e senza più i ciarlatani che infestano il nostro Parlamento.

Questo ho pensato leggendo, sui giornali, la notizia che Emanuele Filiberto, padron, il principino, ha deciso di “scendere in campo”. Non per giocare una partita, ma per rappresentare gli italiani all’estero nel prossimo Parlamento. Sarà candidato nella Circoscrizione Estera Europa assieme ad altri dieci. In una conferenza stampa, il candidato ha affermato che la sua campagna elettorale partirà dal “basso” con un budget di “solo” 150.000 euro.

Ora io sono molto preoccupato perché capite bene che queste 150 mila euro partono dal basso, ma non si sa dove possano arrivare e con tale somma sarà dura farsi eleggere anche per dare il proprio contributo “agli italiani che hanno sofferto”. Perché, come sapete, Emanuele Filiberto è un emigrante con residenza all’hotel Palace di Gstaad e condominio all’isola di Cavallo e ha sofferto molto.

Che abbia sofferto l’ho sempre pensato anch’io e, infatti, quando mi capita di parlare con qualche disoccupato o lavoratore che si lamenta della sua vita, dei prezzi che aumentano, dei ritmi di lavoro, io non faccio che ripetere che c’è qualcuno che sta peggio di lui e questo qualcuno è Emanuele Filiberto. Non ci credete? Provate andare al Palace a chiedere una bottiglia di champagne. Aumenta ogni volta ed è veramente dura. E poi dove mettete l’amore per l’Italia, le amate sponde, la Patria?

Questo personaggio si spostava ramingo in esilio, da Parigi a Londra, dalla Svizzera a New York, da Saint Tropez ai night di Saint Moritz. Per fortuna da un po’, grazie ad un voto parlamentare bipartisan (a parte Rifondazione), è tornato in Italia e noi siamo contenti anche perché uno così ci mancava proprio. Avevamo di tutto, da Mastella a Borghezio, ma nessuno con la classe savoiarda di Emanuele Filiberto.

Sentite che lirica nelle sue parole quando ricostruisce i brutti momenti della sua esistenza e di quella della sua famiglia: “Tutto inizia nel giugno del 1946 – scrive il principino – quando mia nonna e mio padre prima e mio nonno Re Umberto II poi, partirono per un esilio ‘temporaneo’ che durò di fatto tutta la vita per mio nonno, cinquantasei anni per mio padre e trent’anni per me che in esilio sono nato…”.

Poverino! Lui però non si dimentica delle fatiche paterne e riferendosi a Vittorio Emanuele (padre), aggiunge: “Lontano dalle persone care, dagli effetti, dalla sua Patria, per tutta la vita ha vissuto come un uomo incompleto e per tutta la vita ha lavorato sodo per mantenere la sua famiglia privata di ogni proprietà di ogni diritto. Nonostante questo ha cercato di essere utile all’Italia sostenendone l’imprenditoria a livello internazionale”.

Che pena, che strazio questo padre che lavora sodo per mantenere la famiglia. La vita dell’emigrante è veramente dura tanto che un giorno, dopo aver lavorato sodo, Vittorio Emanuele ha pensato bene di svagarsi all’isola Cavallo. Era l’agosto del 1978 e durante un litigio con un altro rottame internazionale, tale Nicky Pende, il papà di Emanuele Filippo spara e, invece di colpire Pende, uccide un giovane tedesco che dormiva nella sua barca. Condanna: sei mesi con la condizionale e in galera non ci va. Ma il suo lavoro vero e proprio per mantenere la famiglia è stato quello di trafficante e piazzista di armi. Ha venduto armi ed elicotteri Agusta a diversi Paesi africani quando non si poteva venderle e i suoi affari sono stati al centro d’inchieste da parte dei giudici Carlo Mastelloni e Carlo Palermo. Ma i giudici sono stati fermati e Vittorio Emanuele ha continuato a vendere armi. L’Agusta è diventata, nel frattempo, Iri e Vittorio Emanuele si è avvicinato a Craxi. Iscritto alla P2 con tessera n. 1621, nel 1994, è folgorato da Berlusconi perché – dice rimetterà ordine nell’economia. Come? “Cancellando – afferma sicuro Vittorio Emanuele – quel disastro che è lo Statuto dei lavoratori con il divieto di licenziamento”.

Con un padre di tal pasta come poteva essere il figlio? Certamente molto intelligente e propositivo. Nel suo programma elettorale, cinque punti, uno riguarda la scuola con “l’introduzione obbligatoria della lingua italiana come secondo idioma da studiare nelle scuole straniere”. Questa è una bella cosa tanto che il primo che si è iscritto è proprio Emanuele Filiberto considerato che con i congiuntivi è un po’ in difficoltà.

Il suo movimento, che si chiama Valori e Futuro, l’ha presentato a Ginevra, a Milano e in un paese di questa provincia, a Robecco sul Naviglio. Quella sera si parlava nientemeno dei bambini del Congo. Il principe, raccontano le cronache, ha voluto “promuovere questa importante iniziativa per aiutare concretamente le piccole vittime congolesi che hanno diritto ad un’infanzia serena…”. I bambini congolesi, appena l’hanno saputo, preoccupati, sono scappati nella foresta stringendosi la loro ciotola di cibo, paurosi che il principe portasse via anche quella. E a proposito di cose da portare via o da restituire, il principe ha affermato che non vuole “nulla dall’Italia ma di voler solo dare”.

Bene. Era ora. Cominci a restituire l’argenteria che suo nonno ha fatto sparire.


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