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L’antimafia della retorica e i patrimoni di "Cosanostra spa"

Niccolo Ghedini ridisegna la legge sui beni confiscati alla mafia. L’impegno di Libera e il depotenziamento della Rognoni La Torre
di Carmen Ruggeri - mercoledì 14 dicembre 2005 - 3722 letture

Ci sono due tipi di antimafia. Una retorica e una fattuale.

La prima si rassegna all’immortalità della mafia, e su questa si modella proprio mentre a gran voce la maledice. È “strumento di potere” legittimato dalla proclamazione di una guerra che in realtà non si vuole combattere, perché persa in partenza. È retorica dell’antimafia, buona per i titoli dei giornali e i manifesti elettorali.

La seconda non è guerra di trincea, né liturgia linguistica che fabbrica protagonisti. È lento avvicinamento al traguardo di un’Italia immune dal fenomeno criminale. È impegno sul campo, convinzione che si deve combattere perché si può vincere. “La mafia - ripeteva Giovanni Falcone - è un fenomeno storico: come tutte le vicende umane ha avuto un inizio e avrà una fine”.

Costruire un’antimafia del genere, basata non solo sull’indignazione ma anche su una cultura economica della legalità, oggi è difficile. Difficile se un ministro della Repubblica dichiara a gran voce che “con la mafia bisogna conviverci” (Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture), se un governatore sotto processo per favoreggiamento aggravato diserta tutte le udienze in aula e risponde alle accuse tappezzando strade e palazzi con un generico “la mafia fa schifo” (Totò Cuffaro, presidente della regione Sicilia).

Difficile se il presidente del consiglio derubrica la faccenda ad un mero dettaglio amministrativo: “per noi del nord la mafia è un fenomeno lontano - dice il cavaliere dimenticando forse “cavalli” e “stallieri equivoci” di Arcore e dintorni - Senza contare - aggiunge tirando fuori dal cilindro un altro di quei dati fai da te- che il 90% dei mafiosi è in carcere e quindi il crimine organizzato è sotto controllo”.

Impossibile se una fetta di parlamento, con la scusa di far cassa, se ne infischia delle conquiste ottenute fin oggi e mette mano disastrosamente a una delle migliori leggi che il Paese abbia mai prodotto in materia, la Rognoni- La Torre. La legge che costò la vita all’allora segretario regionale del Pci (entrata in vigore il 3 settembre 1982, dopo il delitto Dalla Chiesa) che permette le indagini patrimoniali contro la mafia (introducendo il sequestro e la confisca dei beni e il loro “riutilizzo sociale”) e che istituisce il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (il 416bis). Una buona legge, che colpisce la mafia alle fondamenta, nei suoi ricchissimi patrimoni, integrata e migliorata nel 1996 grazie all’impegno di Libera (l’associazione di Don Luigi Ciotti e Rita Borsellino). Una legge - ha ricordato Giuseppe Ayala, ex magistrato del pool di Palermo, oggi senatore dei Ds - “per cui lo Stato giocò di rimando, fu la mafia a fare la politica. La norma venne approvata sull’onda emotiva dell’ omicidio del generale Dalla Chiesa. La proposta c’era, l’esigenza pure, ma il provvedimento non passava. Come fu per il 41 bis (carcere duro per i mafiosi) approvato solo dopo Capaci”.

Oggi questa legge rischia di essere modificata radicalmente a tutto vantaggio delle cosche, che non di ideali vivono ma di denari. Secondo i dati della Dia, infatti, il conto economico della mafia si aggira sui 100 miliardi di euro (7,5% del pil italiano, che se recuperato permetterebbe al paese di rientrare perfettamente nei parametri di Mastricht). Una cifra vertiginosa se si pensa che alla fine degli anni 80, tra entrate e uscite, si raggiungevano appena i 6 miliardi di lire. Una crescita esponenziale favorita anche dal cambio della valuta (22 milioni di euro per il 2002), fermata sono nel 1994 quando, sulla scia degli attentati a Falcone e Borsellino, la maggiore capacità di repressione da parte dello stato fece sì che i costi (gli stipendi della manovalanza e il mantenimento delle famiglie dei boss in carcere) superassero le entrate.

Secondo il disegno di legge che porta la firma di Nicolò Ghedini (avvocato di tutti di tutti i processi del premier),oggi tutte le confische potrebbero essere “soggette a revisione senza limiti di tempo e su richiesta di chiunque sia titolare di un immobile giuridicamente riconosciuto”. Il che, tradotto, significa che non solo i beni possono tornare in mano agli “illegittimi proprietari” ricorrendo a prestanome o grigi giri di scatole cinesi, ma che diminuirà sensibilmente anche il numero dei sequestri, confermando, anzi esasperando, il trend che il governo Berlusconi ha inaugurato nel 2003 con la soppressione del Commissariato straordinario per la gestione dei beni (nato nel 99) affidando il compito al già indaffaratissimo Demanio. Le cifre ne offrono in chiaro esempio. Dal 97 al 2001 alle organizzazioni mafiose sono stati sequestrati 9630 beni. Dal 2001 i provvedimenti sono precipitati riducendosi a 5189. Idem per la confisca: da 4667 del primo quadriennio a 3513 nel secondo. Da quando non c’è più il commissariato è ancora peggio: solo 376 confische. “Sono oltre 4000 i beni immobili eoltre 400 le aziende confiscate ancora da destinare - ha spiegato qualche settimana fa Don Luigi Ciotti a Bologna durante l’iniziativa della Camst a sostegno dei prodotti a marchio Libera Terra, coltivati in Sicilia dalla cooperativa “Placido Rizzotto” proprio sui terreni confiscati alla mafia - e la situazione rischia di aggravarsi ulteriormente se passerà il ddl di riforma 109 del 96. Un disegno di legge che fa un regalo alla mafia. Una spada di Damocle sui beni confiscati e riutilizzati socialmente che crea un precariato della confisca”.

La legge, insomma, così com’è, permetterebbe a Cosa Nostra & Co. di riappropriarsi di immensi patrimoni per vie “legali”. Con buona pace delle associazioni, come Libera, da sempre in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, e di alcuni componenti della Commissione Parlamentare, come Beppe Lumia autore di alcuni emendamenti proprio sul nodo delle confische. Emendamenti che però rimarranno unicamente agli atti visto che la commissione ha deciso di discuterli proprio il 19 luglio, giorno in cui Lumia era impegnato per le commemorazioni dell’anniversario di Via D’Amelio, e che quindi sono decaduti. Il documento, così com’era stato pensato da Ghedini, verrà discusso dalle Camere e con buona probabilità passerà senza ulteriori modifiche. Tra presunto garantismo e favoritismi vari, i più esposti, come sempre, verranno isolati. Questa volta però la mafia non spara. Compra.

07/12/2005


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