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L’amore soprattutto nei “47 frammenti” di Miguel Angel Cuevas


Una raccolta di poesie edita da I Quaderni di Altavoz (Caltagirone, 2005) a cura di Josephine Pace, con introduzione di Vincenzo Consolo e postfazione di Maria Attanasio.
mercoledì 27 luglio 2005, di Maria Gabriella Canfarelli - 1732 letture

L’amore soprattutto nei “47 frammenti” di Miguel Angel Cuevas

“47 frammenti” è il titolo del volume di poesia di Miguel Angel Cuevas, che ha scelto e tradotto personalmente dallo spagnolo i testi suddivisi in tre sezioni; testi riscritti, anche, in parte, come informa la nota dell’autore: “Le poesie scelte sono state in alcuni casi sottomesse a piccole revisioni; tranne quelle della prima sezione”, che si intitola “Memoria”, con cui avviare il discorso poetico, frammento dichiarativo che è condizione ravvisabile a priori, zona d’ombra e di luce, e pure di respiro e luminosa stesura con cui scavalcare l’ombra, appunto, e dominarla con l’emersione lenta, ma precisa, e decisa, del barlume che si tramuta in parola-luce - “Una parola nuderà la tua foggia. / I barlumi diverranno / fossa dell’ebbrezza, / incavo che ingombrerà la fuga” - e parola- voce, “l’azzardo luminoso della presenza” che è presenza negli occhi: “nella bussole arde come luce / trafitta nelle nuvole, lo scontro / della pelle. // Abbia scurito il sole la piana, si decidano gli occhi”.

Il poeta afferma, ed è assunto condivisibile, che la memoria “vede”. Del libro, edito per I Quaderni di Altavoz (Caltagirone, 2005) a cura di Josephine Pace, scrive in prefazione Vincenzo Consolo: “Cuevas (..) ci ha restituita una silloge delle liriche delle sue raccolte Celebraciòn de la memoria, Manto e Incendio y término, liriche, le sue, piene di puri suoni, di cristalline luci. (...) E la voce dissonante è quella del poeta, che abita il “cerchio”, lo spazio oltre il quale è il brusìo assordante ”, mentre, in postfazione, Maria Attanasio pone l’accento sulla “Zona limite in cui metafora e concetto, buio e luce, reciprocamente si chiamano e si negano”, sul “continuo differimento tra parola e silenzio che una testualità pietrosa e nitida ricompone: pronuncia simultaneamente sacrale e laica, (..), che accende paesaggi, volti, sentimenti - l’amore soprattutto - , in bilico tra esternità di fulgore e nucleo di cenere (...)”.

Lo sguardo, la memoria che “vede”, è “La scia lancinante / sulle tracce di sé. / Transitata la luce da rossi e fulvi, ala / o nave ammutolita, / arenata nelle sirti del giorno”; oppure “Limo delle coste / avvistate, acre / ventre per la tua lingua, forra / come roccia scolpita. // Su due rivere, ai margini / del mare, tu, naufragato / corpo”; dal transito all’approdo del corpo amato si recuperano altri frammenti, schegge che pungono gli occhi mentre nello sguardo dell’altro, incrociato dopo ogni affanno si cerca la risposta, la conferma d’un corrispondersi - d’una somiglianza di orme, di passaggi strenui e condivisi: “ Maree convocate / alle carene delle navi. / La linfa delle coste / sparsa. Fiamma / della cenere alzata. // L’orto / unto dai tuoi occhi, dio / eletto. / L’affanno del corpo tuo, / mio”(dalla sezione Manto).

La luce dirompente della fiamma, nella sezione Incendio, è “volo della consumazione”, strazio e ansia, “furia vana” quasi insostenibile; il dettato poetico appena si dilata, diventa quasi preghiera -“fa’ che i miei occhi reggano la luce” - ; luce che penetra il “corpo, / crepa dell’ansia”; e cruda la memoria acuisce la perdita: “ Sputerai il suo corpo, / e il suo sangue / berrai nell’acque del suo corpo, / e con rose di calice reciso, / mandorla traforata, / la feccia verserai, il corpo suo, / nella fossa”.

Nella continua nominazione della fisicità, “alluvione è la voce”. Voce che inutilmente chiede: “ Chi nasconde la morte versata / tra le stesse labbra che il suo nome pronunziano?”.

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