Geremia è un sordido usuraio che deve fare i conti con le sue vittime e con la sua vita
Presentata al Festival di Cannes, arriva nelle sale la terza fatica cinematografica di Paolo Sorrentino, giovane regista napoletano, conosciuto dal pubblico per “Le conseguenze dell’amore” e attesa da molti come importante prova di consacrazione.
“L’amico di famiglia” mette a fuoco la vena ironica del regista che, in quasi due ore, diverte e inquieta lo spettatore, raccontando la piccola e crudele vita di Geremia “cuore d’oro” (Giacomo Rizzo) un anziano sarto, che vive in un appartamento fatiscente con l’anziana madre paralitica, ma che è in realtà un usuraio. Geremia si arricchisce prestando somme di denaro che servono per realizzare sogni mediocri come pranzi di nozze a base di frittura di pesce congelata, serate al Bingo o interventi chirurgici per sfuggire al tempo. Convinto di svolgere un’importante missione sociale si presenta al pubblico con un fiume di parole, motti e sorrisi sgangherati impregnati di doppiezza e di una morale piccola, cucita intorno ad un mondo poco brillante come lui. Lo sguardo del regista è tutto concentrato su di lui, vissuto con una ricchezza di gesti e frasi rituali, strambe abitudini e particolari, come la camminata singhiozzante di Rizzo, che simile a un topo corre tutto il giorno a soddisfare le mille incombenze dello strozzino, a volte grotteschi, a volte comici tanto da spingersi al nonsense. Lo spettatore ne coglie con efficacia lo spirito e ne ricava un ritratto spietato e tagliente di un’esistenza meschina che riempie quasi la totalità della pellicola, tanto che la trama appare solo un pretesto e ne risente in coerenza e ritmo.
Ritornano, inoltre, temi e immagini già vicini alla sensibilità di Sorrentino come l’ossessione dei protagonisti per il denaro, non un’entità astratta ma un feticcio, soggetto concreto, che si vede, si tocca e che ha un suono, quello metallico delle cassette di sicurezza, gioia e divertimento del protagonista. O come un’impossibile redenzione di queste esistenze difficili, sfumature del male dell’esistenza umana.
Comunque il film consacra Sorrentino come maestro di stile del cinema italiano che attraverso un’impeccabile fotografia (curata da Luca Bigazzi), una ricerca dei suoni e delle musiche e l’ambientazione tra l’architettura razionalista dell’Agro Pontino e le spiagge di Sabaudia, esalta la potenza espressiva delle sue storie. Regalando allo spettatore un film valido.