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L’agonia inarrestabile della pubblica amministrazione

Di fronte a questo quadro stratificatosi nel tempo, la via d’uscita alla quale si fa ricorso sempre più spesso è l’esternalizzazione
di Vincenzo Raimondo Greco - domenica 20 luglio 2014 - 3667 letture

Nei precedenti articoli (Via lo scansafatiche dall’ufficio e La pubblica amministrazione e la produttività mancata) ci siamo interessati di due fenomeni: i “lavoratori non lavoratori” che impediscono, pur non essendo il solo elemento negativo, il buon funzionamento della P.A., e la produttività dei dipendenti. Abbiamo anche detto che si tratta di un legame osmotico che produce un risultato: le risorse economiche, tecnologiche ma anche umane della pubblica amministrazione vengono spesso utilizzate in maniera arbitraria per l’irresponsabilità e l’incapacità di chi può e deve decidere: l’efficienza scade, i costi lievitano, la qualità e la quantità dei servizi peggiorano e si alimenta la sfiducia dei cittadini verso l’amministrazione ne quella dei lavoratori verso chi decide.

Di fronte a questo quadro stratificatosi nel tempo, la via d’uscita alla quale si fa ricorso sempre più spesso è l’esternalizzazione; in soldoni, l’amministrazione non potendo licenziare né assumere personale affida la realizzazione di un servizio (tutto o in parte) a un’altra organizzazione, privata o cooperativa che sia. “In generale – si legge nell’ottimo volume L’esternalizzazione strategica nelle amministrazioni pubbliche curato da Giovanni Vetritto per Rubettino editore - si tratta di ragioni appartenenti alla sfera economica, strategico-organizzativa e operativa della gestione”. E ognuna ha motivazioni differenti; per la prima si fa riferimento al contenimento dei costi di gestione; nel secondo caso, liberando risorse umane da compiti di routine, ci si può dedicare maggiormente al cosiddetto core competence (ossia le competenze distintive dell’azienda). Ma è proprio questo il problema. Il tipo di esternalizzazione. Prendiamo ad esempio il settore universitario.

Una cosa è dare in appalto a ditte esterne la manutenzione dei giardini o la gestione del servizio ristorazione, altro è svendere, in modo più o meno mascherato, il lavoro dell’ufficio stampa che fa parte integrante del core business di quella organizzazione. L’esternalizzazione delle attività che rappresentano parte del core business del servizio pubblico finisce quindi con comprometterne la stessa sua missione.

Ma ci sono altri rischi a cui va incontro il processo di esternalizzazione; mi riferisco alla difficile riqualificazione delle risorse liberate dalla cessione funzioni. Ancora una volta ci aiuta l’ufficio stampa i cui componenti sono, nella quasi totalità, giornalisti iscritti all’Ordine. Risorse umane e professionali per le quali, si legge ancora nel libro di Vetritto, è difficile trovare una “adeguata ricollocazione all’interno, sia per la loro specificità, sia a causa dei vincoli nell’utilizzo flessibile delle risorse che caratterizzano il funzionamento di molte amministrazioni; queste difficoltà possono annullare tutti i vantaggi connessi alla riduzione dei costi e, anzi, determinare una ‘chiusura in perdita’ dell’operazione”. Difficoltà a riqualificarsi anche, perché i dipendenti/giornalisti, per legge, sono stati obbligati a seguire un diverso percorso previdenziale: non più l’Inpdap-Inps, come tutti i dipendenti pubblici, ma l’Inpgi riservato ai soli giornalisti.

Oltre ai suddetti rischi, prosegue il libro di Vetritto, “l’effettivo realizzo dei benefici dell’esternalizzazione è ostacolato dalla presenza di concorrenza imperfetta (dipendenza da un unico fornitore e rischi di interruzione del servizio pubblico), alti costi di transazione, conflitto di interessi da parte del contraente privato, rischi di esclusione sociale di alcune categorie di cittadini”, nel momento in cui il contraente privato opera una selezione dell’utenza (cream skimming). Nonostante queste “controindicazioni”, non di poco conto, le amministrazioni continuano a dare in appalto all’esterno servizi importanti, nel silenzio più generale anche dei sindacati di categoria.

Ma queste esternalizzazioni , si legge in uno studio dell’IRPA, “non solo la soluzione ‘dei mali’ del nostro sistema pubblico”. Devono, invece, “corrispondere a ‘convenienze’alla luce di accurate analisi gestionali” non a scelte improntate a nepotismo e clientelismo di basso cabotaggio. Quando si esternalizza, prosegue l’Istituto di ricerca sulla pubblica amministrazione, bisogna tenere in considerazioni diversi fattori avvalendosi delle “più aggiornate tecniche di ingegneria gestionale e di analisi economica dell’organizzazione”.

Buona prassi amministrativa che, ad essere buoni, applicano in pochi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una pubblica amministrazione gonfiata negli organici, formazione del personale scarsa o effettuata solo per rispondere alle normative di legge, spese folli per consulenze e incarichi. Una organizzazione così strutturata è difficile difenderla se non a costo di farla pesare sul groppone dell’utente incolpevole.


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L’agonia inarrestabile della pubblica amministrazione
27 luglio 2014, di : Anna Georgieva

In Bulgaria oggi 250 000 dipendenti pubblici /comuni,ministeri, tribunali, militari e polizia/almeno 80% incompetenti o corroti non pagano sicurezza sociale - paga lo stato bulgaro = questo debito ci prenderemo noi ,tutti gli altri contribuenti. .