Programma dettagliato dell’ASSEMBLEA NAZIONALE del 15/16 novembre a Roma
Appello della Sapienza occupata
Programma dettagliato dell’ASSEMBLEA NAZIONALE del 15/16 novembre a Roma
14 novembre 2008 16:59 | Uniriot Network |
15-16 Novembre: ASSEMBLEA NAZIONALE alla Sapienza
Sabato 15 Novembre: 10.30- 13.00 Plenaria / 14.00- 17.30 Workshop / 18.00- 21.00 Workshop / 21.00- 23.00 Riunione delle presidenze dei Workshop (report dei tre punti tematici e agenda) / Riunione sulle forme di autorganizzazione del movimento.
Domenica 16 Novembre: 9.00- 12.00 Plenaria / 12.00- 16.00 Assemblea Scuola e Università
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L’ONDA PREPARA LA GRANDE MAREGGIATA!
Appello della Sapienza Occupata per l’Autoriforma dell’Università
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Abbiamo attraversato settimane di intensa mobilitazione, che hanno visto la partecipazione di
migliaia di studenti e precari di tutte le università, nelle occupazioni, nelle manifestazioni
spontanee, nei blocchi dei nessi produttivi nelle città. La parola d’ordine, che ha viaggiato con la
rapidità della propagazione delle onde, «Noi la crisi non la paghiamo!», è l’espressione di
un’intelligenza collettiva che si forma nelle lotte ed esprime completa il rifiuto a pagare i costi della
crisi globale. Da più di un mese assistiamo al crollo sistematico delle borse mondiali, preludio alla
vera crisi, quella dell’economia reale. Chi è sopravvissuto fino ad oggi indebitandosi con le banche
sarà esposto al rischio di perdere da un lato la capacità d’acquisto e dall’altro la fonte principale di
finanziamento dell’apparato produttivo e industriale. In Italia la risposta del governo è chiara:
racimolare soldi tagliando indiscriminatamente la spesa pubblica per sostenere il sistema bancario.
La legge 133 prevede infatti una serie di provvedimenti volti a “razionalizzare e ridurre la spesa e il
debito pubblico”. Tra i settori che più vengono colpiti da tagli e privatizzazioni ci sono scuole,
università e ricerca. Infatti, insieme alla drastica riduzione del personale, si prevede la possibilità
per gli atenei di trasformarsi in fondazione di diritto privato, cancellando così il carattere pubblico
dell’istruzione come sancito dalla Costituzione.
Non ci sorprendiamo, sono ormai 15 anni che universita’ e ricerca non vengono considerati come
settori strategici in cui investire, sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra. Crediamo che
l’uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare maggiori
investimenti nelle scuole, nell’università e nella ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia statomercato.
Noi la crisi non la paghiamo! Significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi 133 e
137, in quanto strumenti principali di dismissione di scuola ed università.
Occorre ora continuare ad immaginare una nuova analisi adeguata alla controffensiva proposta dal
Governo proprio in questi ultimi giorni. Le linee guida dell’ultimo decreto Gelmini sull’università,
aldilà delle presunte “astuzie” comunicative, ci consegnano il quadro più complessivo del tentativo
di riforma: differenziare i finanziamenti per gli atenei, usare la retorica del merito per dequalificare i
saperi e costruire gerarchie nel mercato del lavoro, imporre una presunta logica dell’efficienza
produttiva per innalzare le rette, rafforzare i numeri chiusi e introdurre i prestiti d’onore, ovvero
quel meccanismo del debito che sostanzia i processi di finanziarizzazione del welfare, così come la
loro crisi. Proprio tale dispositivo (ampiamente dispiegato nella corporate university, ma che già qualifica in nuce la specificità del sistema didattico del 3+2 e dell’ultimo decreto di Mussi) diventa
proposta politica ed economica da un lato per privatizzare – ovvero abbandonare alla sua inerziale
rovina – l’università, dall’altro far pagare direttamente agli studenti i costi della formazione. Di
fronte a questo programma, la proposta di copertura delle borse di studio per gli idonei non
vincitori, è una magra consolazione, il tentativo di un Governo in profonda crisi di avanzare una
mediazione minima, nel tentativo di innalzare una flebile diga per arginare qualcosa di molto
travolgente. Questo qualcosa si chiama onda anomala.
L’assemblea nazionale del 15 e il 16 novembre sarà un’occasione di discussione importante per
tutte le facoltà e gli atenei in mobilitazione, non solo per intensificare la critica rispetto alla legge
133 e ai futuri sviluppi delle politiche di governo, ma soprattutto per concepire una prima
discussione che si ponga come obiettivo quello di garantire l’estensione e la durata di questo
movimento. Progetto solo in apparenza ambizioso, se si considera che le condizioni per dare una
dimensione di complessività e di continuità a questa protesta già si stanno affermando: questo
movimento, infatti, nel contestare delle riforme specifiche, già rivolge una critica più ampia a tutto
il sistema della formazione e del lavoro. Nel corso di questa mobilitazione, infatti, ogni giorno già
poniamo in essere un modo radicalmente differente di attraversare e vivere le nostre università, di
creare saperi, di condividere conoscenze e relazioni, di costruire e ripensare alla radice il concetto di
pubblico.
Si tratta ora, con questa prima discussione nazionale, di definire un progetto ampio che riesca ad
immaginare i discorsi e le pratiche comuni attraverso cui continuare a far vivere la straordinarietà di
quello abbiamo fin qui prodotto. Si tratta allora di progettare un’autoriforma, cioè di dar vita non
solo ad un’assemblea programmatica, ma ad un momento costituente, in cui tutti insieme definire
una proposta di riforma possibile per l’università. Criticare il definanziamento e il progetto di
dismissione del sistema formativo significa infatti non attestarsi alla conservazione dell’università
esistente, come l’abbiamo vissuta fino ad adesso, perché quell’università è il luogo di
moltiplicazione della precarietà, di dequalificazione dei saperi, della subordinazione al potere
baronale. La sfida, ben più radicale, è di individuare le tracce progettuali attraverso cui trasformare
l’università, non in un più o meno lontano futuro ma nel presente.
L’unica riforma possibile è quella che abbiamo già iniziato a praticare, come studenti, ricercatori e
dottorandi, il sapere vivo che anima i diversi settori della formazione. L’autoriforma è per noi
l’affermazione concreta di quell’esercizio di libertà collettiva che stiamo conquistando, la pretesa
minima di un movimento che già si sta esprimendo in tutta la propria indipendenza e
irrapresentabilità da partiti e sindacati. Rifiutare di delegare ad altri la decisione sull’università, significa cominciare a definire linee di autonormazione attraverso cui far vivere un nuovo modello
della formazione.
L’autoriforma è infine il modo per continuare ad agire, come stiamo già facendo, all’altezza e oltre
la crisi, per costruire tutti insieme un campo nuovo di possibilità dentro e fuori le università,
continuando a propagare e ad organizzare le onde. Perché il tempo della trasformazione è qui e
comincia ora. Anzi, è già cominciato.