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L’Inseguimento di Italo Calvino. Una lettura

Ci sono racconti ed esperienze che possono rilevare lo stato emotivo di coloro che vivono il Totalitarismo della competizione. L’Inseguimento è un breve racconto di Calvino, descrive la paranoia che si sviluppa...

di Salvatore A. Bravo - venerdì 31 maggio 2024 - 445 letture

Inseguimento

Ci sono racconti ed esperienze che possono rilevare lo stato emotivo di coloro che vivono il Totalitarismo della competizione. L’Inseguimento è un breve racconto di Calvino, descrive la paranoia che si sviluppa a seguito di una condizione esistenziale sottoposta ad un continuo stato di tensione. Il racconto di Calvino ci pone dinanzi al dato descrittivo, l’esperienza angosciante del traffico, ma nel contempo ci permette di dedurre i motivi dell’inquietudine di cui è preda l’automobilista. È un racconto aperto, nel quale rispecchiarci.

Il disagio psichico nel racconto è trattato in modo concreto. Si diventa inquieti, si somatizza il terrore dell’altro se si vive in una realtà segnata profondamente dalla paura. L’altro è il nemico, è colui che potrebbe sottrarti non solo la vita ma ogni bene. L’atomocrazia è guerra di tutti contro tutti. La categoria della quantità per la sua innaturale amplificazione esige lo stato di guerra perpetua. L’individuo isolato e minacciato vive pertanto in uno stato d’emergenza continua. Ogni soggetto diviene il portatore infetto di relazioni sbagliate. La competizione fa percepire il soggetto braccato e sotto assedio, al punto da inoculargli il terrore dell’altro. La relazione da fonte di gioia diventa “l’inferno”. “Gli altri sono il mio inferno” come affermava J. P. Sarte.

Per sfuggire alla morsa non resta che l’aggressività sostenuta dall’ immaginazione che proietta negli altri paure irrazionali che crescono nell’isolamento. L’automobilita imbottigliato nel traffico non può sfuggire con la corsa al terrore, è costretto a restare fermo e a condividere forzosamente lo spazio con gli altri automobilisti. Il panico corre nel traffico, la paura lo governa, l’impotenza lo sollecita a fantasticare di potenziali nemici da cui non può difendersi. È inchiodato nel traffico e dipende dal semaforo, la sua vita è “poca cosa” come sempre, può esssere cancellata in un nonnulla. Su tutto campeggia e regna una razionalità ridotta a calcolo geometrico-matematico.

La fortezza che chiude il soggetto in una prigione senza uscita è costituita da pensieri in uno stato di anoressia concettuale, al suo posto impera il regno del numero e del calcolo. Si impone all’automobilista la sola logica del calcolo; egli è stato lentamente deformato dall’unico linguaggio che la contemporaneità conosce, ovvero il linguaggio della quantità senza la qualità:

“Il semaforo è regolato in modo che dalla nostra parte la luce rossa duri centottanta secondi e la luce verde centoventi, certamente in base al presupposto che il traffico della via perpendicolare sia più fitto e lento. Presupposto sbagliato: facendo il conto delle auto che vedo passare trasversalmente quando è verde per loro, direi che sono circa il doppio di quelle che in un intervallo di tempo eguale riescono a staccarsi dalla nostra colonna e superare il semaforo. Questo non vuoi dire che di là si corra: in realtà procedono anche loro con una lentezza esasperante, che può essere considerata velocità solo in confronto a noi che siamo praticamente fermi tanto col rosso quanto col verde. E’ anche per colpa di questa loro lentezza che noi non riusciamo a muoverci, perché quando il verde si spegne per loro e s’accende per noi l’incrocio è ancora occupato dalla loro ondata bloccata lì in mezzo, e così almeno trenta secondi dei nostri centoventi vengono persi prima che da questa parte si possa fare un solo giro di ruota” [1].

Inimicizia

L’inimicizia è un sentimento incontrollabile. Stretto nella colonna delle automobili un delirante sentimento di rancore si estende a coloro che lo stringono nella morsa. Il nemico mortale lo insegue, immagina di essere oggetto di un fatale inseguimento. L’emotività nel tempo del capitalismo non può che condurre ad immaginare nemici e inseguimenti spietati. Il capitalismo competitivo penetra nel corpo e nei pensieri, si è parlati dalla sua violenza e si diventa maniacalmente sospettosi. Lo scopo principale, in ogni circostanza, è rompere l’assedio senza la speranza di mutare la qualità.

L’automobilista è preso da un senso di angoscia, è la sua compagna di vita, è il pungolo nella carne che lo tormenta e deforma la percezione della realtà:

“Va detto che la comunanza implicita nel termine «noi» è solo apparente, perché in pratica la mia inimicizia si estende tanto alle macchine che ci incrociano quanto a quelle della nostra colonna; ma all’interno della nostra colonna mi sento certamente più nemico delle macchine che mi precedono e m’impediscono d’avanzare che di quelle che mi seguono, le quali se mai si paleserebbero come nemiche qualora tentassero di sorpassarmi, impresa difficile data la densità del flusso in cui ogni auto si trova incastonata tra le altre con minime possibilità di gioco. Insomma colui che in questo momento è il mio nemico capitale si trova disperso in mezzo a tanti altri corpi solidi sui quali la mia avversione e paura è obbligata a distribuirsi e a far attrito, così come la sua volontà omicida per quanto diretta esclusivamente contro di me si trova come sparpagliata e deviata tra un gran numero di oggetti intermedi” [2].

Il senso di solitudine e di alienazione è la vera protagonista del racconto. Inseguito da un imprecisato persecutore, l’automobilista enumera le possibilità di fuga. La fortezza lo serra, in quanto la colonna di macchine è come una gabbia d’acciaio senza scampo. Il nemico anonimo e senza volto può raggiungerlo in ogni momento e freddarlo. La colonna di macchine è metafora del dominio che ingabbia senza scampo i sudditi, i quali sono in primis prigionieri nella loro mente, perché materialmente sussunti:

“Per uscire da questa situazione il sistema più semplice sarebbe uscire dalla macchina. Se uno di noi o tutti e due lasciassimo le nostre auto e proseguissimo a piedi, ritornerebbe a esistere uno spazio e la possibilità di muoverci nello spazio. Ma siamo in una via dove è proibito stazionare; dovremmo abbandonare l’auto in mezzo al traffico (sia la sua che la mia sono auto rubate, destinate a essere abbandonate dove capita nel momento in cui non ci servono più); io potrei sgattaiolare carponi tra le altre auto per non espormi al suo tiro, ma una fuga simile darebbe nell’occhio e avrei subito la polizia alle calcagna. Ora io non solo non posso chiedere la protezione della polizia, ma devo pure evitare in qualsiasi modo d’attrarne l’attenzione; è chiaro che non devo uscire dalla mia macchina neanche se lui abbandona la sua” [3].

Atomocrazia

I processi di derealizzazione conducono ad un razionale delirio. L’atomocrazia separa, mentre la ragione-logos è relazione veritativa fondata sulla fiducia. La parola non è semplice emissione di voce, ma condivisione che consente alla realtà di essere pensata e progettata in modo conforme alla verità. L’automobilista nella sua solitudine può solo calcolare e geometrizzare lo spazio che in tal modo si scompagina nell’onirico. In lui tace il linguaggio con il quale costruire genealogie di senso e progettualità che fessurano il plumbeo stato di oppressione:

“Il punto è questo: se ogni macchina - fermo restando il senso di marcia e il senso d’inseguimento - equivale a ogni altra macchina, le proprietà d’una qualsiasi macchina possono essere attribuite anche alle altre. Quindi nulla esclude che questa colonna sia formata tutta di macchine inseguite, cioè che ognuna di queste macchine stia fuggendo come sto fuggendo io la minaccia d’una pistola impugnata in una qualsiasi delle macchine che seguono. E neppure posso escludere che ogni macchina della colonna stia inseguendo un’altra macchina con propositi omicidi, e tutt’a un tratto il centro della città si trasformi in un campo di battaglia o nel teatro d’una carneficina. Che questo sia vero o no, il comportamento delle macchine intorno a me non sarebbe diverso da quello che è ora, quindi sono autorizzato a insistere nella mia ipotesi e a seguire le posizioni rispettive di due macchine qualsiasi nei vari momenti attribuendo a una il ruolo d’inseguita e all’altra quello d’inseguitrice. Oltretutto è un gioco che può servire benissimo per ingannare l’attesa: basta interpretare come episodi d’un ipotetico inseguimento ogni cambiamento di posizione nella colonna” [4].

Il potenziale aggredito diventa aggressore. La paura scava barriere emotive fino al punto da indurre a ragionare secondo la logica “dell’aggressione preventiva”. Spara, colpisce ma nulla accade. Gli altri automobilisti chiusi nei loro abitacoli sono l’uno stretto all’altro, ma li divide un infinito spazio emotivo, per cui nulla sembra accadere, nulla turba l’andamento degli incolonnati. Il tempo fugge via nel non senso, mentre lo spazio è attraversato con indifferenza. L’impotenza governa il mondo:

“S’accende il verde, innesto la marcia imballando il motore, sterzo tutto con la sinistra e nello stesso tempo alzo la destra al finestrino e sparo. L’uomo che inseguivo si piega sul volante. L’uomo che m’inseguiva abbassa la pistola ormai inutile. Io ho imboccato già la via trasversale. Non è cambiato assolutamente nulla: la colonna si muove con piccoli spostamenti discontinui, io sono sempre prigioniero del sistema generale delle macchine in marcia, in cui non si distinguono gli inseguitori e gli inseguiti” [5].

Sta a noi rompere l’assedio in cui siamo caduti, nessuna azione solitaria porterà a disinnescare la fortezza. Nessuna guerra preventiva ci libererà dal sistema. Solo una azione comunitaria potrà “riconsegnarci al logos” e riattivare la prassi verso una nuova prospettiva storica.

Rompere le colonne significa ritrovare la parola e la concretezza con cui ricostruire la speranza.

Noi tutti possiamo essere simili all’automobilista eroso dall’inimicizia. Solo la verità libera dalle prigioni mentali, in cui si è indotti con l’adattamento passivo al sistema.

La verità è principio di realtà comunitario con il quale si vive in modo conforme alla natura comunitaria del soggetto. Fin quando si vivrà la dimensione dell’atomocrazia esclusiva e della menzogna saremo incolonnati con il rischio di trasformare il senso d’assedio in gesti di violenza insensati. Dagli inseguimenti del capitalismo si esce solo con la libertà e la prassi con i quali ridisegnare “un ordinario destino di libera condivisione”.

[1] Italo Calvino, L’inseguimento, in: Ti con zero , Oscar Mondadori

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem


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