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L’Amore a Vent’anni

Un film a episodi, diretti da François Truffaut, Andrzej Wajda, Renzo Rossellini, Shintaro Ishihara, Marcel Ophuls.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 15 novembre 2006 - 6694 letture

L’amore deluso, l’amore politico, l’amore bugiardo, l’amore costretto, l’amore moderno; cinque mini- film raccontano, secondo la sensibilità e l’attitudine di ciascun regista, l’amore dei ventenni nell’ormai lontanissimo 1962.

Nel primo episodio diretto da Truffaut, ritroviamo Antoine Doinel protagonista dei Quattrocento Colpi. Antoine (interpretato sempre da Jean-Pierre Leaud) è ormai cresciuto, lavora e vive solo. Ad un concerto si innamora di una ragazza, Colette, romantico sognatore farà di tutto per conoscerla, ma non sarà capace di cogliere gli incoraggiamenti che lei gli offre. Quando dichiarerà il suo amore sarà troppo tardi. Truffaut mette in scena in maniera realistica la cultura giovanile di quegli anni, accentuandone l’impulsività e i bisogni, la Parigi mostrata senza troppi veli incornicia in maniera perfetta la storia di Antoine e Colette, ricambiando ad ogni nuovo scenario l’affetto che l’autore mostra di avere per la sua città. La ricerca dell’amore per Antoine si fa quasi necessità, ha scelto di vivere la vita in maniera intensa, al sentimento dell’amore ha attribuito un valore assoluto che traspare in ogni sua azione e negli intensi e ingenui dialoghi col vecchio amico René, e forse è proprio questa assolutezza (destinata a segnare la sua vita) che faranno di lui un perenne insoddisfatto.

Nell’episodio ambientato a Varsavia, un giovane ex-partigiano dopo aver salvato allo zoo una bambina da un orso, conosce una ragazza che lo invita a casa, dove finirà suo malgrado, a confrontarsi con la generazione immediatamente successiva alla sua. Fortemente politico (è chiara l’allusione all’orso russo), l’episodio di Wajda pur risentendo di una certa debolezza nei dialoghi e nella messa in scena, si dimostra essere molto interessante nelle intenzioni e nelle suggestioni che l’autore vuole trasmettere. Evocativo dello spirito di un passato non troppo remoto, Wajda mette a confronto due tipologie di ventenni in Polonia, quella di chi ha fatto la guerra con quella venuta subito dopo. L’amore non corrisposto questa volta è quello dei giovani per la patria, l’autore denuncia in loro una mancanza di qualità malgrado la nuova condizione di oppressione, ritraendo criticamente l’ultima generazione come incapace e fortemente vacua.

Nel terzo episodio, diretto da Renzo Rossellini e ambientato a Roma, un giovane cerca di lasciare la sua ricca amante per una coetanea, ma finirà per rinunciare all’amore quando capirà di non poter vivere al di fuori di quella bolla di sapone di ricchezza e comodità che l’amante gli ha costruito intorno. Manieristico nelle allegorie e grossolano nella rappresentazione, l’episodio italiano, sfrutta (e non fa nulla di più) l’immagine dell’Italia (in benessere)che andava tanto in voga al cinema in quegli anni, con feste in ville superbe, belle macchine, l’avvenenza dei protagonisti, muovendosi con enorme difficoltà e rozzezza tra Antonioni e Fellini.

L’episodio ambientato a Tokio, ha come protagonista un giovane operaio che uccide la ragazza di cui è innamorato perché capisce che non potrà mai averla. Ishiara attraverso una rappresentazione forzata e volutamente estrema, sottolinea la condizione di disagio dell’uomo nel nuovo Giappone post-imperiale. Costretto a reprimersi, l’uomo vive in una condizione che è paragonabile a quella della bestia, diventa quasi inevitabile che ami allo stesso modo. L’amore che l’operaio prova per la ragazza vorrebbe esplodere, ma destinato a non trovare sbocco, a nessuna speranza, è capace solo d’implodere su se stesso degenerandosi in violenza.

Nell’ultimo episodio ambientato in Germania, un reporter vorrebbe abbandonare la ragazza che gli ha dato un figlio, ma si scoprirà innamorato. Il regista, Ophuls, descrive un amore nuovo, insolito nella sua costruzione, il rapporto sentimentale si compie attraverso un percorso inverso, sottolineando l’ineluttabilità degli avvenimenti più che le conseguenze. Una dinamica sentimentale che sembra quasi in grado di poter entrare in conflitto con l’istituzione finale contemplata per l’amore nella nostra società: il matrimonio (efficace e sottile, in questo senso, la contrapposizione tra il protagonista e il personale e i degenti dell’ospedale dove ragazza partorisce). Il protagonista accetta il cambiamento che un figlio apporterà alla sua vita, dimostra di volersi adattare, mutare, è il finale vuole suggerirci un epilogo felice per la coppia che si ritrova ad essere diventata famiglia.

L’Amore a Vent’anni non ebbe molto successo quando uscì, il tentativo di raccontare l’amore post-adolescenziale risentì dell’eterogeneità degli autori coinvolti e dei progetti proposti. Truffaut si occupò anche del montaggio, intramezzando gli episodi con fotografie di coppie scattate in tutto il mondo, mentre la canzone che fa da colonna sonora al film (di Yvon Samuel, le musiche sono di Georges Delerue), viene cantata da Xavier Depraz nelle diverse lingue di ciascun episodio.

Malgrado l’insuccesso, Truffaut si disse sempre legato al film, più volte definì l’episodio di Antoine e Colette come “uno dei suoi film preferiti”; ed è con la scusa di una finta recensione al suo film forse meno conosciuto che ci piace ricordarlo, lui che moriva nell’autunno di 22 anni fa, e in maniera pretestuosa rinnovare nel tempo una dichiarazione d’amore.


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