Jorge Luis Borges

Il mondo visto dal buio della propria malattia. Svelato e innalzato a metafisica, attraverso un viaggio letterario. Che non anelita un ritorno.

di Piero Buscemi - mercoledì 1 ottobre 2014 - 2273 letture

1964

I

Ya no es mágico el mundo. Te han dejado.
 Ya no compartirás la clara luna
 ni los lentos jardines. Ya no hay una
 luna que no sea espejo del pasado,

cristal de soledad, sol de agonías.
 Adiós las mutuas manos y las sienes
 que acercaba el amor. Hoy sólo tienes
 la fiel memoria y los desiertos días.

Nadie pierde (repites vanamente)
 sino lo que no tiene y no ha tenido
 nunca, pero no basta ser valiente

para aprender el arte del olvido.
 Un símbolo, una rosa, te desgarra
 y te puede matar una guitarra.

II

Ya no seré feliz. Tal vez no importa.
 Hay tantas otras cosas en el mundo;
 un instante cualquiera es más profundo
 y diverso que el mar. La vida es corta

y aunque las horas son tan largas, una
 oscura maravilla nos acecha,
 la muerte, ese otro mar, esa otra flecha
 que nos libra del sol y de la luna

y del amor. La dicha que me diste
 y me quitaste debe ser borrada;
 lo que era todo tiene que ser nada.

Sólo que me queda el goce de estar triste,
 esa vana costumbre que me inclina
 al Sur, a cierta puerta, a cierta esquina.

L’errore più grave, che si possa commettere leggendo i libri di Jorge Luis Borges, è quello di dare un’interpretazione univoca al messaggio che, ingenuamente, si crede di aver carpito. Come se milioni di lettori che ci hanno preceduto, e altrettanti che ci seguiranno, possano realmente avere avuto la sfortuna di aver mancato il privilegio della traduzione di quel codice letterario, che lo scrittore ci ha consegnato.

E’ un errore umano. Giustificabile, diremmo. Davanti a qualsiasi forma letteraria a firma di Borges, proprio quando si crede di aver dissipato dubbi, di aver collegato storicamente la narrazione, di averci scoperto addirittura personaggi di vita vissuta, proprio in quel momento si tocca con mano il proprio fallimento di lettore, rilegati in quella ignoranza interpretativa, dalla quale lo stesso Borges non osa immaginare potersene liberare. Lui che in veste di direttore della Biblioteca Nazionale, ebbe l’opportunità di assaggiare le storie del mondo, attraverso quasi un milione di testi disposizione.

Evitiamo, quindi consapevolmente, di commettere la stessa ingenuità. Ci limitiamo a avanzare un paragone con un altro "poeta" di casa nostra, Federico Fellini, senza alcuna pretesa in merito a chi dei due, si debba riconoscere il ruolo di emulo.

Resta soltanto, la nostra, una mera constatazione di come, anche trovandosi davanti alle immaginifiche sequente filmate di Fellini, come abbiamo visto alla stessa stregua del grande scrittore argentino, siamo stati trascinati in un indefinibile spazio-tempo dal quale, lo ammettiamo, abbiamo temuto di essere costretti a rientrare in una scomoda "realtà".

Il resto lo lasciamo ai lettori. A coloro che lo hanno già apprezzato e a coloro che hanno sempre temuto di confrontarsi con l’opera di un genio, prima che scrittore.


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