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Je suis gay

Un’altra strage figlia del liberismo statunitense in materia di detenzione di armi. Stavolta le vittime erano una cinquantina di omosessuali. Difficile modificare il proprio profilo Facebook.

di Piero Buscemi - mercoledì 15 giugno 2016 - 3542 letture

Durante una campagna elettorale, le parole si sprecano. E mentre i vari candidati si alternano sui palchi delle acclamazioni, qualcuno brucia i tempi e, se ci si trova nella "democratica" America, trova il modo per intrufolarsi in un luogo pubblico ed aggiornare gli annali sulle stragi consumate nei moderni far-west.

A quel punto, i protagonisti della politica hanno poche scelte. Dopo i primi commenti altisonanti su cosa si sarebbe dovuto fare, su cosa si appresteranno a fare e su come, soltanto loro, rappresentino l’alternativa a questa folle perdita di valori umani, non rimane che speculare sulla morte ed arricchire una splendida campagna elettorale, intrisa già da mesi di promesse in nome del popolo americano. E di un dio.

Noi siamo troppo ingenui, lo ammettiamo. Troppo per congetturare, o soltanto cercare di capire, una ragione e una motivazione che giustifichi una strage. Siamo ancora impegnati a spiegarci le nostre, per poterci occupare di quelle degli altri.

Je suis gay

Inoltre, gli Stati Uniti si trascinano un marchio di sangue sin dalla liberazione dal dominio inglese, come abbiamo più volte analizzato in altre occasioni. Quasi due secoli e mezzo di guerre, spiegano in parte questa indole innata all’uso delle armi dei nostri "amici" d’oltre oceano. Non affrontiamo l’argomento sulle integrazioni etniche o, come in occasione di questa ultima strage, sulle varie sfaccettature dell’omofobia. Rischieremmo di essere ripetitivi e di smarrirci, ben oltre le chiacchere contenute nelle acclamazioni dei candidati alla prossima presidenza statunitense.

Quello che fa ancora la differenza, è il modo con cui l’opinione pubblica reagisce a queste notizie aberranti. Notizie che si ripetono troppo frequentemente, per fingere che non appartengano al nostro quotidiano. Davanti alle prospettive di viaggio dell’estate 2016, ormai così avanzata, bisognerebbe rivedere i progetti e le mete di destinazione, perché la presenza di altre forme di hot spot, caratterizzate da un livello sicurezza eccessivamente basso per inserirli nella lista delle scelte dei turisti, non esclude a priori neanche gli Stati Uniti, se qualcuno si sia mai illuso che rappresentasse un luogo esente da rischi.

Quanto appena esposto è riscontrabile consultando qualsiasi cronologia di cronaca, passando dall’ennesimo omicidio "casuale" del poliziotto di turno ai danni delle etnie minori delle metropolitane americane, fino ai frequenti casi di giovani studenti falciati dall’invasato stressato, sempre pronto a vivere il suo piccolo momento di gloria.

Lo ribadiamo, seguire un senso logico a questa ennesima manifestazione di follia gratuita, rischia di condurci su strade che non sappiamo più percorrere. La ricostruzione della dinamica che, per non smentirsi mai, ci regala sempre dei risvolti così dettagliati, e subito dopo la strage, da farci chiedere come tutto non sia stato possibile fermare prima e, volendo essere malpensanti, se ci troviamo ancora una volta di fronte ad un disegno preconfezionato i cui mandanti ed esecutori si rischia di confondere con coloro che dovrebbero tutelare la sicurezza del cittadino.

Ad aggravare la situazione è questa, forse, speculazione mediatica che pretende di farci credere che chi, dieci minuti prima non è stato in grado di difendere una comunità, possa, dieci minuti dopo, poter affermare che dietro questi cinquanta morti, ci sia l’infiltrazione di una cellula dell’Isis.

Perché se, ingenuamente, proviamo a fare un confronto con casi analoghi, che hanno interessato il popolo americano, e che hanno sconvolto la vita quotidiana consegnata nelle mani della follia omicida del momento, saremmo costretti ad andare oltre alla polemica sull’utilizzo delle armi. Non basterebbe per rivelarci i retroscena e i segreti disegni di potere che hanno impedito, in tutti questi anni, di formulare una politica interna che ridimensionasse il problema.

Non ci rimane che vestirci da documentaristi delle emozioni umane. Quelle che ci lasciano altri dubbi sulla coerenza e la sensibilità nei confronti dei fatti di sangue che riempiono le pagine dei giornali. Quelle che, davanti a certe dimenticanze di natura emotiva, ci fanno affermare che sia più facile inorridirsi davanti ad un altro caso di terrorismo islamico, piuttosto che ad un’evidente manifestazione di omofobia.

Per questo, sperando che altri ci abbiano già preceduti in questo intento, e che altri prendano spunto da queste nostre umili considerazioni, ci sentiamo di urlare che, se ci siamo sentiti "Paris", "Charlie" o "Bruxelles", oggi dobbiamo riempire il mondo internauta con un doveroso "Je suis gay".

Non farlo, confermerebbe il nostro sospetto di omofobia.


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