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JORN RIEL: Una vena ironica tra neve e foreste


Lo scrittore danese Jorn Riel conquista il pubblico con l’arma del sorriso, narrando le sue scorribande a Parigi, in Groenlandia e in Malesia, sempre in fuga dagli uomini
domenica 18 settembre 2005, di Redazione Antenati - 994 letture

Al Festivaletteratura vanno in scena gli artigiani della penna.

FRANCESCA BORRELLI, Il manifesto, 10 settembre 2005

Nei bar, sotto i portici, al riparo fornito dai tendoni montati nelle corti dei Gonzaga, tutti parlano della pioggia come fosse un affronto precipitato in diretta sul festivaletteratura, evidentemente lontani con la mente, e il relativo pudore, da quanto sta succedendo oltreoceano. Perfettamente a suo agio in questo clima, come in ogni altro, lo scrittore danese Jorn Riel ha deliziato, ieri alla Casa del Mantegna, i suoi lettori illuminandoli con qualche flash delle sue avventure in giro per il mondo, dai ghiacci artici - dove ha passato più di sedici anni - alla Malesia dove vive. Il pubblico rideva di cuore mentre Riel raccontava i suoi esordi di scrittore: «avevo dieci anni - ha detto - quando inventai il mio primo racconto. Ne era protagonista un bambino malato di sifilide e via via che andavo avanti pensai di farlo leggerlo ai miei compagni. Scelsi a questo scopo una ragazzina di dieci anni affetta da un grave strabismo, con un occhio guardava il testo mentre l’altro era direzionato verso il pubblico: l’effetto era molto drammatico. Avevo annunciato che alla fine il bambino sarebbe morto tra atroci sofferenze, ma poi cambiai idea e lo feci guarire: il risultato fu che i ragazzi più grandi mi picchiarono perché avevo deluso le loro aspettative. Fu così che finì la mia carriera drammatica». Da allora Riel si preoccupò principalmente di alimentare la sua vena ironica, una risorsa che dovette aiutarlo non poco soprattutto durante gli undici lunghissimi mesi passati, totalmente solo, in una delle tante missioni che lo impegnarono nella Groenlandia nord occidentale. Aveva con sé cinque cani, e scorte alimentari per un anno, nulla da temere in giro, poiché come - ha detto - «è più che altro dalle persone che mi attendo guai e quelle più a portata di mano distavano circa novecento chilometri. Però c’erano giorni, d’inverno, quando il buio era così pervasivo da scoraggiarmi a uscire dalla tenda. Dopo undici mesi mi vennero a prendere, temevano per il mio equilibrio, in compenso grazie a quella missione avevo guadagnato tanti soldi che mi permisi di prendere un elicottero a volare a Parigi». Tra le altre sue avventure artiche Riel ne ricorda un’altra guidata da un inglese molto ricco che intendeva scoprire se in Groenlandia ci fossero vulcani attivi. «Naturalmente non ne trovò nemmeno uno, in compenso però ci mise a costruire acquedotti, ne aveva visti di bellissimi in Italia e così voleva riprodurli anche tra i ghiacci, tali e quali».

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