Sei all'interno di >> :.: Culture | Musica |

Is this the life we really want?


Il nuovo album di Roger Waters ci mette di fronte ad una domanda chiave per la nostra sopravvivenza. In prima persona si pone davanti a questo dilemma, unendosi al destino dell’umanità.
mercoledì 7 giugno 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 2610 letture

Per scuotere la gente occorrono domande dirette. Senza giri di parole, titubanze o diplomatiche scelte, è giunto il momento per porsi davanti ad uno specchio e chiedersi quanta, della nostra responsabilità, è complice di una corsa all’autodistruzione.

Roger Waters si è messo in prima persona dietro la barra degli imputati. Lo fa da anni lanciando i suoi messaggi attraverso i suoi versi. Sempre ricercati, dove l’ovvietà degli argomenti trattati diventa prova di una indifferenza globale che non ci consentirà di evitare i drammi, le sofferenze, le morti innocenti.

L’invenzione più folle e più crudele dell’uomo rimane la guerra. Waters non è il primo ad avere inchiodata questa deduzione nelle nostre vite, oltre che nella sua. Non pretende di averne anche esclusiva. Kubrick ce l’aveva mostrata nel suo 2001 Odissea nello Spazio, semplicemente mettendo in mano ad un uomo primitivo il simbolo di una vita spenta per sempre, un osso, a metafora di una primordiale arma originaria di morte.

JPEG - 29.2 Kb
Roger_Waters - Is This the Life We Really Want

Roger ritorna su questa tragedia umana, scostandosi dalla sua esperienza personale, quella che ci ha raccontato con The Wall, il concerto-spettacolo portato in giro per il mondo per anni. Lo fa accennando soltanto quella seconda guerra mondiale, che noi scriviamo in minuscolo per ridimensionare un’inutile altisonante nostalgia, quella tragedia umana che ha segnato tutta la vita dell’artista.

E lo fa quasi in silenzio, quello doveroso verso una tematica che sembra non attendere ulteriori approfondimenti. Un silenzio che si manifesta con suoni dolci, ballate sostenute da chitarre acustiche, un pianoforte che ci rimanda a Richard Wright e che accompagna la quasi totalità delle tracce, ritmi che si alzano quando decanta i versi più duri, quelli diretti ai potenti del mondo che hanno imparato ad eludere le domande.

Il ritorno di Waters a queste argomentazioni non nasconde una spenta ispirazione o, addirittura, una speculazione di affermati concetti che hanno già in passato raggiunto un pubblico sensibile. E’ una necessità, quella di un artista che in venti anni con il resto del gruppo floydiano, ed oltre trenta da solista, ci ha raccontato le bruttezze del mondo, i suoi folli personaggi e le vittime di una crudeltà gratuita, spacciata per rischio calcolato.

Roger Waters si è reso conto in questi decenni che le cattiverie del mondo hanno mutato solo i protagonisti, ma non il richiamo a quell’inflazionato dio denaro che ha sempre giustificato qualsiasi guerra. Si ha la sensazione, forse la stessa dell’artista, di non essere stati sufficientemente chiari, come se occorra sentirsi in colpa per una scarsa capacità di trasmissione di una sensibilità personale verso l’esterno, che sappia ancor più di voglia di imparare dal passato aggrappandosi ad un futuro, qualunque esso sia.

Waters non risparmia nessuno in questa anatema musicale. Dai personaggi del passato a quelli più attuali, non tralasciando Trump e le sue ambizioni di dominio universale. Ma, come abbiamo accennato, c’è una palese speranza nei nuovi versi contenuti in questo album. L’artista accenna dei suggerimenti lasciando quella libertà di rifugio a noi ascoltatori. Un figlio, una donna, un gesto solidale. Gli stessi suggerimenti che assumono forma di incitazione a reagire in uno dei passaggi più significativi dell’album, quando proprio nella traccia che richiama il titolo del disco, Roger osa farci notare: And every time a student is run over by a tank/And every time a pirate’s dog is forced to walk the plank/Every time a Russian bride is advertised for sale/And every time a journalist is left to rot in jail/Every time a young girl’s life is casually spent...All of us, the blacks and whites/Chicanos, Asians, every type of ethnic group/Even folks from Guadeloupe, the old, the young...So, every time the curtain falls/Every time the curtain falls on some forgotten life/It is because we all stood by, silent and indifferent.

Musicalmente, l’album contiene dodici tracce, nelle quali si possono apprezzare alcuni effetti speciali, urla di gabbiani, passi sincopati, voci registrate dalla tv, quanto di più caratteristico del repertorio dei Pink Floyd. Alcune risonanze richiamano agli storici album del gruppo, qualche assonanza familiare che spazia da The Final Cut ad Animals. Un richiamo che, nel suo complesso, da un tocco vintage che segna un filo conduttore in un viaggio musicale, che non si riesce ad abbandonare. L’unico rammarico, che si vive inevitabilmente, durante quasi un’ora di ascolto, è quella assenza, che si anela di colmare ad ogni passaggio tra una strofa e l’altra, di un assolo della chitarra di Gilmour. Un’altra speranza, forse più facilmente realizzabile, di una reunion sempre impressa nella mente degli estimatori di questi due creativi della musica internazionale.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Stampa Stampa Articolo
Ricerca
Inserisci la parole da cercare e premi invio
:.: Condividi

Bookmark and Share
:.: Articoli di questo autore
:.: Articoli di questa rubrica