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Iraq, una guerra che non ci appartiene.

Dopo la morte di 12 italiani in Iraq continuiamo a chiederci che senso abbia mentenere esposti al pericolo i nostri soldati, prossime potenziali vittime di una guerra che non ci appartiene e che la maggioranza degli italiani non ha mai sentito come propria. Nel frattempo in america inizia la campagna elettorale, tra proclami trionfalistici e allarmi di possibili attentati la corsa alla casa bianca ha inizio mentre l’Iraq si è ormai trasformato in un nuovo Vietnam.

di Claudia Pace - venerdì 28 novembre 2003 - 6311 letture

Primo maggio 2003, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush annuncia la fine dei combattimenti in Iraq e il successo della missione americana. I fatti, purtroppo, dimostreranno quanto quest’affermazione fosse azzardata; quella data segna l’inizio della resistenza irachena. Da mesi numerose organizzazioni indipendenti irachene hanno intrapreso la loro guerra per la liberazione del paese dall’occupazione straniera, per l’affermazione del loro orgoglio di nazione, ma sopratutto per mantenere l’Iraq unito contro il progetto americano di smembrarlo in 3mini entità. Il 12 novembre la strage di Nassiriya, forse annunciata, sicuramente prevedibile; questa volta ad essere colpiti sono gli italiani, e non a caso. Il nostro governo, infatti, in contrasto con la giusta linea di prudenza adottata da quasi tutto il resto dell’Europa ha scelto la sovraesposizione inviando truppe per quella che è stata definita "missione di pace" in un paese, di fatto, ancora in guerra. Compito principale del contingente italiano è quello di "concorrere al mantenimento dell’ordine pubblico", che, tradotto in gergo militare, significa fare rispettare le regole imposte dagli occupanti, essere dunque parte integrante dell’esercito di occupazione. Assolutamente prevedibile quindi che i soldati italiani entrassero nel mirino della guerriglia. A Nassiriya l’Italia perde 12 carabinieri, 5 militari e 2 civili, la tragedia più grande dalla fine della seconda guerra mondiale. L’emozione investe tutti, per la prima volta si apre un dibattito circa il ruolo e l’impiego dei nostri militari. Ci si interroga sul senso di morire in una guerra che non ci apparteniene e, sopratutto, sulle ragioni per cui l’Italia continui a sostenere ed appoggiare il progetto di devastazione di un paese già indebolito nelle strutture socio-economiche e nelle coscienze dalle precedenti guerre, da anni di dittatura e di feroce embargo. Da più parti si è auspicato il ritiro immediato delle truppe, ma per i signori della guerra è doveroso portare a termine il lavoro intrapreso; governo e larga parte dell’opposizione sono concordi. L’Italia resta in Iraq, le vittime dell’attentato vengono esaltate come eroi di pace e di altruismo, i media parlano di patriottismo, di onore, di guerra giusta e doverosa. Gli ultimi giorni, hanno determinato un’evidente escalation del conflitto, in tutto l’Iraq sono ripresi i bombardamenti, si moltiplicano i casi di violazioni di diritti umani della popolazione civile, già stremata, e intanto si fortifica la resistenza, gli atti di terrorismo colpiscono con intensità sempre maggiore, cresce la paura e le minacce contro l’Italia e gli italiani. E mentre Bush esalta la sua missione con toni trionfalistici nella campagna elettorale appena iniziata in vista delle elezioni presidenziali del 2004, quotidianamente decine di vite vengono spezzate, quotidianamente sangue innocente continua a scorrere.


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> Iraq, una guerra che non ci appartiene.
2 dicembre 2003, di : Giancarlo

Credo che "il mondo" sia per Bush un semplice strumento elettorale e che i governi democratici non riescano a dare un’alternativa credibile di politica internazionale. Riconosco che il comportamento delle attuali forze di occupazione peggiora le cose. Ma un ritiro immediato delle nostre truppe, tanto auspicato da alcuni, porterebbe ad una soluzione pacifica e democratica della situazione di Iraq? Non sono molto convinto di ciò. Gli italiani morti a Nassiriya erano delle persone che stavano svolgendo il loro lavoro, forse non condivisibile, ma non identificabili (da noi) come occupanti. Credo che la migliore strada sia quella che porti a ridare in tempi brevi, sei mesi, un governo ed una classe dirigente, non fantocci pro-americani, agli iracheni. Mi chiedo, "il mondo" può tirarsi fuori da tutto questo, con il rischio di creare una nuova dittatura integralista? Io spero proprio di no
> Iraq, una guerra che non ci appartiene.
10 febbraio 2005, di : gio.sor

Non so se questa guerra ci appartiene o no; la nostra politica estera ci porta ad avere un rapporto molto stretton gli USA ed è giusto; tuttavia la scelta di partecipare alla guerra avrebbe dovuto essere guidata da una maggiore partecipazione nostra alle scelte strategiche degli USA: Le guerre sono tutte brutte ma nonostante ciò ritengo che sia opportuno distinguere: c’è guerra e guerra! e Saddam non rappresentava certo un capo di stato pacifico e bonaccione:tutt’alrto; su ciò siamo tutti d’accordo: Aggiungo una considerazione: lo styrapotere degli USA è tanto più ingombrante quanto più è misera la presenza politica dell’Europa: grande economicamente, nanetta politicamente e vermiciattola militarmente; detto da un politico di rilievo, mi sembra, belga.