Il Dr. Oletti è il Console d’Italia a Craiova. Nel corso degli anni ha maturato un’invidiabile esperienza in riferimento alle relazioni italo-romene. Chi meglio di lui ci poteva raguaggliare su alcuni suoi aspetti? Il punto di partenza è la pubblicazione del libro "Un sogno nel canestro".
- Come nasce il libro “Un sogno nel canestro”?
Grazie a una necessità e due passioni: la necessità di far passare il tempo nelle lunghe serate a Craiova, dove esercito il mio incarico da Console Onorario, e la passione per il basket e per la scrittura.
- Immagino che c’è un fondo autobiografico al suo libro.
Sicuramente, ma non nel carattere dei personaggi, sebbene ognuno contenga un po’ di me, quanto nella ricerca di uno sport che non sia deteriorato da esagerazioni e da situazioni estreme, ma mantenga, prima di tutto, le sue caratteristiche di formazione morale e fisica.
- Cosa dovrebbe insegnarci il giocare al basket?
Come tutti gli sport di squadra, a condividere con i compagni non solo la palla, ma anche le gioie, le delusioni, le emozioni date dall’inseguire insieme ad altri un obiettivo comune, in un sistema in cui nessuno è indispensabile ma tutti sono necessari.
- Qual è questo sogno nel canestro?
Nella trama del libro, il sogno è quello dell’ingegner Carboni, di creare una squadra vincente senza mercenari, ma solo con atleti che credono fermamente nei valori dello sport. Credo che questo sia possibile, se non nei campionati nazionali, almeno in quelli minori.
- Visto il ruolo che ricopre, Console d’Italia a Craiova, ci sarà un’edizione in lingua rumena?
Per ora non è prevista, ma, grazie alla professoressa Elena Pirvu della Facoltà di Italiano dell’Università di Craiova, alcuni capitoli sono stati tradotti e inseriti in riviste specializzate.
- Parlando del ruolo di Console, quali gli obiettivi che lei si pone?
Non lasciare mai soli i nostri connazionali, dar loro un punto di riferimento al quale rivolgersi nei momenti difficili.
- Ci può parlare della presenza italiana a Craiova e nel judet (provincia in lingua romena-nda) di riferimento?
A Craiova ci sono circa 120 Italiani iscritti all’AIRE (Associazione degli italiani residenti all’estero) e circa 250 – 300 connazionali che risiedono in zona per periodi più o meno lunghi.
- Gli abitanti di Craiova che opinione hanno del nostro paese?
L’idillio tra Italiani e Romeni si è deteriorato dopo i fatti successi un paio di anni fa in Italia, che hanno portato da parte nostra a una demonizzazione collettiva dei romeni, e da parte loro a una sorta di delusione nei confronti di un popolo che consideravano quasi fratello.
- Come si può incrementare gli interscambi/gemellaggi fra l’Italia e questa città della Romania?
Credendo in questo Paese, che non è facile da affrontare per noi Italiani, ma che riserva ancora molte opportunità di investimento. Molti nostri connazionali sono stati bruciati dall’esperienza romena, ma spesso le cause sono state l’affidarsi a persone sbagliate o l’affrontare l’internazionalizzazione senza la dovuta preparazione iniziale. Molti imprenditori, a fronte di investimenti da centinaia di migliaia di euro, non vogliono spenderne qualche migliaio per studi di fattibilità e di mercato, affrontando così il Paese solo su consiglio di qualche amico o di un consulente non accreditato.
- In che modo la crisi ha modificato le relazioni commerciali fra i due paesi?
Sicuramente il grande flusso di capitali che dall’Italia si spostava in Romania per operazioni imprenditoriali o speculative, si è interrotto, o comunque, si è ridotto ai minimi termini. Anche gli scambi commerciali, pur essendo ancora importanti, hanno subito una forte flessione.
- L’Unione Europea aiuta veramente la Romania a sentirsi più integrata in Europa?
Credo che passi importanti siano stati fatti in questa direzione. Il problema è che la cosa deve essere reciproca, ovvero, anche i Romeni devono acquisire una mentalità europea. La UE non deve essere vista solo come una fonte di finanziamenti, ma anche una madre comune, che detta leggi di comportamento a cui tutti i suoi figli devono adeguarsi. Credo che in questo senso la strada da percorrere sia ancora lunga, specialmente nelle zone lontane dall’influsso riformista della capitale.
- E’ il momento di “chiudersi” oppure di “aprirsi” per meglio affrontare le sfide della modernità?
Chiudersi vorrebbe dire regredire. Credo ci si debba aprire il più possibile, ma nella maniera giusta, cioè approfondendo prima di tutto la conoscenza di colui che viene da lontano, cercando di capire i suoi problemi e la sua storia, e, cosa più importante, lasciando molto spazio alla cultura, che può essere il vero collante sulla strada dell’integrazione europea. Se andiamo a scavare nella cultura di questi Paesi, vedremo che è molto più vicina a noi di ciò che crediamo.
Grazie Dr. Oletti per la disponibilità all’intervista.
Effettivamente l’unica risorsa che noi abbiamo è aprirsi e cooperare. Con raziocinio. Avendo come obiettivo un mondo più equilibrato. Non è forse questo il nostro sogno nel canestro?
Ps: Abbiamo pubblicato una recensione sul libro "Un sogno nel canestro". Per leggerla cliccate qui